Nato in Italia da genitori libanesi, interprete per l'Unhcr, studia per diventare innovatore sociale e nel frattempo mette la sua macchina fotografica al servizio del Network Italiano dei Leader per l’Inclusione.

Mahdi Sarhan è nato in Italia, a Napoli, da genitori libanesi. Sta completando i suoi studi in Innovazione sociale, comunicazione e nuove tecnologie presso il Cps di Torino (il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli studi), ma è anche interprete per rifugiati con Unhcr e membro e fotografo del Network Italiano dei Leader per l’Inclusione, Nili. Ha consolidato le sue radici e la sua fede musulmana anche grazie a una comunità “adottiva”, quella marocchina, e immagina un futuro in cui siano i nuovi italiani ad essere un modello per una nuova generazione multiculturale.

Come ha conosciuto Nili?

«Nili nasce dall’ambizione di giovani già attivi in ambito sociale e politico, ero già inserito in quella fitta rete di nuovi italiani che ne ha permesso la nascita. Il resto è semplicemente “successo”. Fotografavo i loro eventi, ma nel frattempo mi informavo. È stato un percorso in cui ho alla fine ho realizzato di potermi identificare anche io come giovane leader».

Come fa un giovane con background migratorio a porsi come leader in una società in evoluzione come quella in cui viviamo?

«Usando la propria doppia cultura come ricchezza. Io inizialmente partecipavo da spettatore, poi mi sono reso conto di essere io stesso una risorsa. La mia generazione si trascina le conseguenze di una guerra civile che ha dilaniato il Libano. La cultura politica e sociale del mio Paese di origine può aiutare anche altri a capire tempi politicamente difficili come quelli che stiamo vivendo. Chi nasce libanese nasce già politicamente sofferente».

Anche se è nato in Italia sente comunque forti le sue radici libanesi. Come vive quello che sta accadendo in Libano? Da libanese in Italia sente di avere un punto di vista più lucido?

«Quella che sta vivendo il Libano è una guerra civile fredda. Ho assistito e supportato a distanza la Thawra, le proteste che si sono scatenate nell’ultimo anno, e ho provato a sensibilizzare l’opinione pubblica in Italia. Il problema è che molti giovani libanesi non hanno conoscenza politica, si aggrappano a degli ideali che credono autentici ma che in realtà sono influenzati dall’esterno. Per me è frustrante, in Italia la comunità libanese è quasi inesistente, nel mio percorso di crescita alla fine mi sono appoggiato molto alla comunità marocchina di Torino».

È abbastanza insolita come cosa…

«Sì, succede raramente. In più io sono musulmano sciita, mentre la comunità marocchina è quasi interamente sunnita. Inizialmente ho preferito non dirlo, ma poi un po’ alla volta è venuto a galla. È stata una mossa giusta, ho aggirato il pregiudizio e dimostrato che ero lì con loro, che pregavo insieme a loro. Sono diventato un elemento di curiosità e spunto per un dialogo sull’Islam. Ho voluto scommettere sul senso comunitario che in questa religione è molto forte».

La mancanza di cooperazione spesso non è solo tra italiani e italiani con background migratorio, ma anche tra le stesse comunità, concorda?

«Sì, c’è molta chiusura tra le varie comunità che si formano nel Paese di arrivo, io sono un modello positivo ma anche un’eccezione. Quel che però soffro molto è questa dialettica del “noi” e “loro”. Permane un approccio paternalistico e post-coloniale che porta molto spesso a dire, anche con le migliori intenzioni: noi (italiani) dobbiamo educare chi arriva, o chi nasce da genitori stranieri. Eventi come quello organizzato il 2 ottobre da NRW in Triennale dimostrano che non è necessario che sia così, e soprattutto che non è un modello vincente».

Dovrebbero essere le stesse persone con background migratorio ad avere i mezzi per riscattarsi ed essere un modello per i nuovi giovani, per i prossimi della staffetta. Questo crea una vera connessione e uno stimolo ad emergere

Molti giovani vivono con sofferenza il rapporto tra società in cui crescono e le comunità di origine, che spesso tendono ad isolarli. Cosa si sente di consigliare loro?

«È una realtà dolorosa, ed è il motivo per cui vorrei portare il lavoro di Nili anche nelle periferie torinesi. A questi ragazzi voglio dire di studiare, perché l’istruzione è la base dell’accettazione. Ma anche di portare il proprio talento fuori dalla strada. Penso alla street art, ai balli hip hop. Bisogna sfruttare ogni occasione per valorizzare il proprio talento, se l’occasione non capita va creata. E poi ascoltate, perché solo così vi renderete conto di non essere soli».

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