Alessandro Aleotti, direttore del think tank di Milania e presidente della squadra Brera Calcio (dove giocano diversi migranti) prova a smontare stereotipi che impediscono di cogliere la complessità dell'immigrazione.

Nonostante il fenomeno migratorio sia in atto nel nostro Paese da un paio di decenni e, quindi, abbia già compiutamente trovato i suoi punti di equilibrio nei vissuti sociali, l’interpretazione offerta dal circuito politico-mediatico continua ad essere intrisa di “luoghi comuni”. Alimentata dal recente fenomeno del flusso dei richiedenti asilo, la percezione che si è venuta a determinare degli stranieri nel nostro Paese continua a muoversi lungo la scellerata traiettoria di un pendolo che oscilla tra allarmismo e caritatevolismo. Su questo tragitto si consolidano i “luoghi comuni”, mentre le dinamiche che definiscono gli elementi reali del fenomeno migratorio restano “luoghi invisibili”. La rassegna dei “luoghi comuni” coincide ormai integralmente con la rassegna stampa. Salvo rarissime eccezioni, ogni chiave di lettura proposta dal circuito mediatico si riduce a ripercorrere lo schema di un “luogo comune”.

Sul fronte allarmista del pendolo, troviamo l’abusata equazione che lega la presenza straniera alla criminalità. Questa connessione, non solo è smentita dai numeri (le curve dei reati sono in netto calo da almeno vent’anni e non mostrano alcuna correlazione territoriale con l’arrivo degli immigrati), ma impedisce di riflettere sul vero tema che lega gli immigrati alla delinquenza, cioè il fatto che la strategia allarmista conduce a un “isolamento” del corpo immigrato che spinge ad incrementare la permeabilità verso i circuiti illegali. Può apparire paradossale, ma anche la criminalità, di fronte alla crisi economica, si muove con strategie analoghe a quelle dell’industria legale e, così, tende a rimpiazzare la manodopera autoctona con figure low cost che vengono facilmente arruolate nel disorientato e isolato mondo degli immigrati appena sbarcati.

Per contrastare questo fenomeno occorrerebbe un dialogo con il corpo immigrato che, però, sia in grado di utilizzare codici comunicativi condivisi, altrimenti l’obiettivo di far permanere gli immigrati all’interno del perimetro della legalità rimane una pura dichiarazione d’intenti. Purtroppo, la nostra presunzione di imporre strategie e codici comunicativi è difficile da sconfiggere. Vediamo un esempio: noi tendiamo ad associare i fenomeni organizzati di criminalità africana all’idea di “mafia” (ad esempio lo facciamo con la criminalità nigeriana). Questo ci porta a pensare che quelle organizzazioni si fondino sulle caratteristiche tipiche della mafia (familismo amorale, controllo del territorio, inquinamento dei tessuti legali, etc), mentre invece queste organizzazioni si fondano su presupposti del tutto diversi (il ricatto spirituale affidato al voodoo e quello materiale fondato sulle minacce ai parenti in Africa) e così non riusciamo a cavare alcun ragno dal buco. Cosa bisognerebbe fare? Innanzitutto, mettere in campo soggetti in grado di capire i codici comunicativi dell’immigrazione. Lo si può fare aprendo con decisione all’arruolamento degli stranieri nelle forze di polizia (come insegna la storia di Joe Petrosino), ma anche dando spazio a iniziative di “recupero di legalità” messe in campo dall’associazionismo etnico. In questo caso occorre investire sull’autorità morale delle leadership straniere in Italia (laiche e religiose) che sono le uniche in grado di mantenere i loro connazionali all’interno dei perimetri di legalità e di rispetto verso il paese ospitante. Tra le comunità straniere, soprattutto quelle provenienti dall’Africa subsahariana, infatti, permane l’egemonia di una cultura “tradizionale” che si fonda su codici morali molto più restrittivi delle nostre culture “moderne e postmoderne”, ma questo rispetto può essere attivato solo da figure autorevoli sul loro piano civile e religioso. Non lo possono fare i soggetti italiani (le istituzioni e le Ong) poiché lo farebbero utilizzando codici comunicativi privi di senso per gli stranieri e quindi facilmente eludibili e strumentalizzabili. Insomma, per affrontare il tema che lega la presenza degli stranieri alla criminalità, è meglio che dalla volante della polizia scendano poliziotti stranieri e che il controllo sociale affidato alla società civile non sia svolto dalle ronde padane o dalle manifestazioni dei pacifisti e dei centri sociali, ma da forme organizzate che provengano dalle comunità straniere.

Questo per ciò che riguarda il versante allarmista che, in fondo, è il più semplice da gestire. Maggiori problemi si incontrano invece nell’abbattere i “luoghi comuni” sul versante caritatevolista, soprattutto perché questi si rifanno a percorsi valoriali, come ad esempio l’antirazzismo, che sono certamente nobili, ma anche del tutto fuori contesto sul piano storico. Per capire questo, proviamo a immedesimarci, per un attimo, in un africano nero residente in Italia e consapevole della propria storia antropologica fatta di lunghe e dolorosissime lotte in occidente che hanno permesso di superare la schiavitù solo nell’800 e le forme di segregazione violenta appena cinquant’anni fa. Oggi, nella testa di questa persona, se possono sopravvivere alcune cicatrici traumatiche, tuttavia, sono ben altre le preoccupazioni. Quindi, a cosa pensate che questa persona tenga oggi maggiormente: ad essere appellato con un linguaggio politicamente corretto rispetto alla storia o a poter avere libero accesso alle opportunità offerte oggi dal nostro “ascensore sociale”? Insomma, per fare un esempio popolare, pensate che Balotelli sia in crisi perché i tifosi avversari gli urlano “negro” o perché non riesce più a essere una stella di prima grandezza?

Se a queste domande rispondete con la prima opzione, difficilmente riuscirete a capire il sistema di priorità di un africano oggi in Europa. Un esempio illuminante di questo tipo di fraintendimento ci deriva ancora dal calcio. Dalle istituzioni sportive e non, fino ad arrivare al variegato mondo del terzo settore, tutti hanno finalmente capito che lo sport di base – e soprattutto il calcio – è un potente strumento di inclusione sociale, poiché nel campo di gioco decide la meritocratica capacità di giocare a pallone e non il colore della pelle o lo status sociale. Se questo è vero (e con evidenza lo è) perché, allora, nelle iniziative che si propongono di far compiere un percorso di inclusione sociale attraverso il calcio, si carica sempre l’attenzione sull’identità “fragile” (il profugo che gioca a calcio) e mai su quella “forte” (il calciatore, nero o bianco che sia)? È possibile che non si comprenda come la sovraesposizione dell’identità “fragile” retroagisca negativamente sui soggetti che vorremmo includere e, in una sorta di eterogenesi dei fini, giunga a lasciarli all’interno di un perimetro di esclusione? Alla base di questo madornale errore metodologico si trovano, infatti, elementi che assumono senso solo nel nostro codice culturale e comunicativo (“voglio promuovere l’antirazzismo”, “voglio apparire buono”, “voglio fare di questa causa sociale una causa politica” e anche altre motivazioni certamente più “materiali”), mentre è evidente che per includere realmente occorrerebbe porsi dal punto di vista del soggetto escluso e lasciar parlare solo il linguaggio del calcio.

In conclusione, dobbiamo purtroppo riconoscere che, sul tema dell’approccio culturale necessario al processo di integrazione dei vecchi e nuovi soggetti immigrati, il quadro è oggettivamente sconfortante. L’egemonia dell’agenda mediatica sulla decisione politica rende, infatti, sempre più difficile investire su processi che, senza clamore, producano uno “scioglimento” del corpo immigrato all’interno delle nostre fisiologie sociali. L’investimento ideologico compiuto dal circuito politico (imprenditori della paura contro imprenditori della carità) continua ad essere predominante. Tuttavia, le parole finalizzate a un rischiaramento del quadro cognitivo non sono mai vane, anche perché sono le sole che possono mettere in moto volontà nuove che siano finalizzate ad affrontare e risolvere i problemi legati all’immigrazione e la conseguente progressiva uscita di questo tema dall’agenda delle priorità sociali.

 

 

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Credits: radici.online

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