Una volontaria italiana, dopo due anni trascorsi nel più grande campo profughi d'Europa, racconta come e perché il disastro non solo era prevedibile, ma prevenibile.

Lucrezia Frabetti ha 25 anni e nella vita non solo si occupa di immigrazione, ma la vive sul campo, la tocca quotidianamente con mano. Dopo la triennale a Forlì in Scienze Internazionali e Diplomatiche, nel 2018 ha lasciato l’Italia, direzione Isola di Lesbo, e sostanzialmente non è più tornata. «Ho fatto volontariato con tre organizzazioni diverse. In due di queste sono poi stata assunta come coordinatrice». Un ruolo di responsabilità in quello che è considerato (o meglio era considerato) il campo profughi d’Europa. Il ruolo delle ong sull’isola è cruciale, e Lucrezia si è occupata di emergency response, in un primo periodo tra i ranghi di Lighthouse Relief, al nord dell’isola dove avviene l’80% degli sbarchi: «Ci occupavamo della prima accoglienza dopo lo sbarco, della breve permanenza in un campo di transizione e dello spotting, ovvero l’avvistamento delle barche. Garantivamo 21 ore di spotting giornaliero, quindi anche notturno, in due punti diversi dell’isola. Una volta individuate le imbarcazioni seguivamo un protocollo di comunicazione, onde evitare accuse di favoreggiamento dell’immigrazione illegale. Ottenuta l’autorizzazione necessarie potevamo procedere con l’accoglienza».

Emergenza a Moria

Lesbo è divisa in due differenti municipalità e dipartimenti. Una volta attraccati al nord i rifugiati passano dalle 12 ore ad una settimana nel campo di prima assistenza, per poi essere indirizzati al sud, a Moria, dove hanno sede gli uffici dell’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. È questo l’unico luogo dove può avvenire la registrazione, primo necessario step per poter procedere con la richiesta di asilo. Nei primi mesi del 2019 Lucrezia ha lavorato con la Boat Refugee Fundation, che operava proprio all’interno del campo di Moria: «Già prima del Covid la situazione del campo era allucinante. Nel periodo in cui ero lì è stata registrata la più alta percentuale di suicidi di minori mai avvenuta in un campo. È risaputo che dal punto di vista della qualità di vita era il peggiore campo al mondo, e posso confermare» spiega.

Anche perché Moria di per sé era solo il nucleo del campo, tutto attorno c’era la jungle, una vera e propria giungla senza sistemi, senza tubature, senza elettricità. Ovviamente la vasta maggioranza delle persone viveva lì

Una situazione di per sé già invivibile, inasprita ulteriormente dall’emergenza sanitaria. «Con le prime segnalazioni di positivi all’interno del campo è scattato un lockdown durissimo, e il governo e le autorità se ne sono tirate fuori. Hanno fatto subentrare le ong che, per quanto potessero avere buone intenzioni, non avevano i mezzi necessari per affrontare la crisi. Medici Senza Frontiere ha tentato di aprire una clinica anti-Covid, chiusa dal governo ancor prima dell’inaugurazione» ricorda, spiegando che il virus si è propagato a grande velocità, senza che ci fossero luoghi adatti dove poter isolare i contagiati e, soprattutto, senza personale medico adeguato: «L’escalation era inevitabile. Inevitabile anche per delle dinamiche interne al campo contrarie a qualsiasi logica di distanziamento sociale. L’unico modo per ottenere del cibo era infatti quello delle food lines, vere e proprie code di sei ore per poter ricevere una razione di cibo»

Diritti in fiamme

La tragica conseguenza di queste dinamiche è stato il rogo del campo dello scorso 9 settembre, appiccato – secondo quanto riportato dalle autorità greche – dai rifugiati stessi. Un gesto estremo, ma che deve far riflettere. «Quando ho lavorato a Moria la cosa che più di ogni altra mi faceva rabbrividire era vedere come le persone avessero accettato Moria come il posto in cui vivere, smettendo di richiamare il loro diritto a vivere una vita dignitosa, o almeno decente. Chiunque poteva vedere quanto Moria fosse invivibile, ma non loro. C’era una completa e spaventosa accettazione dello stato delle cose che spezzava il cuore». Il fuoco e il campo in fiamme come strumento ultimo per rivendicare un diritto alla vita, che alle condizioni imposte dal campo non era rispettato. Ma è chiaro che non è con un incendio che si risolve una situazione così complessa. Anzi:

Negli ultimi giorni sono state tirate su 500 tende, di fatto hanno costruito un nuovo campo. Alla fine si creerà una Moria 2.0, che rischia di essere peggio dell’originale


Verso una nuova Moria?

In più, le dimensioni ridotte del nuovo campo permetteranno un controllo molto più capillare da parte delle autorità greche, una condizione del tutto congeniale ai progetti di Atene. Il governo ha infatti da mesi dichiarato di voler erigere un nuovo campo, che le autorità stesse non esitano a definire come campo di detenzione. L’obiettivo è quello di riprendere il controllo dell’isola creando un nuovo campo chiuso e inaccessibile, poco importa se a discapito dei rifugiati stessi. Resta da riconoscere che, alle condizioni attuali, alternative tangibili sono difficili da individuare.

Una soluzione semplice non esiste. Arrivati a questo punto l’unica possibilità che io vedo (per quanto sono certa che non accadrà) è che tutte le ong lascino l’isola. Devono mollare tutte le gestioni di cui sono responsabili. Il governo deve prendersi a carico l’enormità di mansioni che gravavano sulle ong che andavano dalla distribuzione di vestiti, a quella di cibo, di latte per i bambini, fino alla pulizia

In questa descrizione manca un attore in campo: la popolazione locale. In passato si è resa protagonista di atti deprecabili, primo fra tutti il rogo di uno dei campi di prima accoglienza presenti al nord, fortunatamente in disuso e quindi vuoto al momento dell’incendio. «C’è un problema di fondo nella narrazione mediatica dedicata alle tensioni con i locali. Il loro comportamento è stato sicuramente inaccettabile e violento, ma è stata data tantissima attenzione alla violenza in sé piuttosto che all’effettivo problema, ovvero alla necessaria decongestione dei campi (quello che i locali rivendicano da tempo)» racconta Lucrezia che, spiega, non si è trovata d’accordo con chi ha etichettato quei gruppi come fascisti:

Ho conosciuto alcune delle persone che hanno dato fuoco al campo in cui lavoravo, e chiamarli fascisti semplicemente minimizza il problema, non dandogli la necessaria profondità. Non sono fascisti violenti, ma locali portati allo stremo, abitanti di un’isola che conta 50 mila abitanti e ha a carico 25 mila rifugiati.

Sea Watch 4

Lucrezia è rientrata in Italia a luglio, e a fine mese si imbarcherà sulla Sea Watch 4. Diverso contesto, diversi strumenti, ma stessa necessità di stare in prima fila, senza timore di sporcarsi le mani. «Se non sequestrano la nave, il 20 settembre mi imbarcherò da Palermo. Ogni volta che c’è uno sbarco di Sea Watch in Italia o Malta le imbarcazioni sono controllate dalle autorità, che possono sempre trovare un cavillo a cui aggrapparsi per poi tenere le navi sequestrabili e ferme».

Tre mesi a largo tra Italia, Libia e Malta, sfruttando e mettendo al servizio dell’equipaggio le competenze acquisiste durante i mesi di servizio a Lesbo. «Da Palermo serve una settimana per arrivare nella search and rescue zone. Poi dipende: o si riceve la segnalazione da altre barche che hanno avvistato un barcone o dalle guardie costiere. Prima c’era anche Moonbird, l’aereo di Sea Watch che faceva spotting aereo. L’ultima possibilità è quella di imbattersi in barconi per caso. Il procedimento poi è sempre quello: occorre l’autorizzazione delle autorità per salvare i rifugiati, si caricano e poi si fa rotta verso il porto più vicino. E poi si ricomincia»

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