Il libro di cui parliamo questa settimana è "L'ospite e il nemico. La grande migrazione e l'Europa" (Garzanti, 2019), in cui il linguista Raffaele Simone analizza i luoghi comuni - sia di matrice xenofoba sia quelli figli del politicamente corretto - che riguardano i migranti.

Raffaele Simone
L’ospite e il nemico. La grande migrazione e l’Europa
(Garzanti, 2019)

Fabio Poletti

La questione dei migranti, si sa, è un tema divisivo. Solitamente è l’ideologia, ad innalzare gli steccati del pensiero. Chi non vuole l’”invasione”, e solitamente sta a destra, se va bene si trincera dietro il mantra: «Aiutiamoli a casa loro». Chi vorrebbe solo porti aperti, e solitamente sta a sinistra, oppone un altro mantra: «Nessuno è straniero, accogliamoli a casa nostra».

Il dibattito, che infiamma la politica e anima i bar, solitamente non tiene conto dei numeri, se non quelli della contabilità spicciola dei migranti dell’ultimo barcone. Il dato Onu sui 35 milioni di migranti che dal proprio Paese africano si sposterà nei prossimi 30 anni in un altro Paese, per lo più africano in minima parte europeo, è del tutto sconosciuto.

Lavorando sui numeri e sui dati il linguista Raffaele Simone, anche da una posizione di sinistra smonta i troppi luoghi comuni di chi affronta con superficialità un tema scottante come questo. Nel libro, per comprendere l’approccio, va sottolineata la sua esplicita premessa:

Devo avvertire che nel corso delle mie argomentazioni mi è capitato spesso di sfiorare, a volte calpestare, diverse delle numerose mine ideologiche di cui il Politicamente Corretto e altri trend politico-culturali del nostro tempo hanno disseminato il terreno che considero.

Nel mirino dell’autore finisce innanzitutto l’Europa che con la sua incoscienza e impreparazione ha mostrato di non saper minimamente gestire un’emergenza che si è fatta normalità.
Ma nella disamina dei comportamenti di chi sta da questo lato del Mediterraneo, Raffaele Simone invita a non mescolare paura e odio, xenofobia e razzismo e suggerisce di stare più attenti alla complessità di certi temi che non possono essere affrontati solo con lo sguardo delle emozioni collettive.

Copertina

L’uso del termine «invasione» per raccontare i flussi migratori è assai discutibile. Il sospetto che sia stato adottato per alimentare la sua vis polemica rimane. Così colpisce quello che è un rigoroso approccio al fenomeno, scevro di cedimenti ai sentimenti: «Non c’è nessun immigrato, in quanto persona, leggiamo, che visto da vicino, non susciti compassione e impulso al soccorso». E poco più avanti: «Ma si possono osservare i fenomeni collettivi persona per persona?». La risposta è sottintesa ed esplicita il disastro imperante di fronte a politiche che non sono politiche.

Da studioso l’autore ci ricorda come già nei tempi antichi, nella cultura indoeuropea ospite e nemico avessero la stessa matrice linguistica. Tanto che per i latini non c’era quasi differenza tra l’ospite “hospes” e il nemico “hostis”.

Ma c’è di più. Nel suo libro Raffaele Leone va oltre pure i dati edificanti su quanto siano una risorsa i migranti. Secondo un rapporto del 2016 del Centro Studi di Confindustria, senza l’apporto del lavoro dei quasi 5 milioni di stranieri allora in Italia, il Pil del nostro Paese sarebbe stato più basso dell’8,7% che alla fine assomma a 124 miliardi di euro. Ma si chiede l’autore di questo libro destinato a far discutere:

Governare l’umano in quanto forza-lavoro è già tremendamente difficile. Governarlo in quanto portatore di emozioni, rappresentazioni e desideri, non tutti e non sempre favorevoli a chi accoglie, può essere disperante.

Al di là delle convinzioni dell’autore, di sicuro ai migranti, per una volta non essere considerati solo forza-lavoro, mero ingranaggio dei cicli produttivi, non potrà che fare piacere.

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