Originario dell'Ecuador e milanese d'adozione, è uno degli artisti di strada più seguiti e apprezzati del momento. Ma se l'arte è stata la via del suo successo, quella dell'integrazione, soprattutto ufficiale, non è ancora conclusa.

Boris Veliz, 27 anni, nato a Guayaquil «la Milano dell’Ecuador», in Italia da 16 anni, in attesa di cittadinanza, scenografo e street artist, dice che la sua storia personale lo ha aiutato a diventare un artista: «Quando vieni da un background difficile e prendi coscienza poi hai una marcia in più. Nelle difficoltà trovi la forza per esprimerti». 

Quando ha deciso di venire in Italia?

«Nel 2003, avevo 11 anni, a seguito di mia madre che si era già trasferita qui. Non ho mai vissuto con mio padre, aveva un’altra famiglia. In Ecuador io e mia sorella stavamo a casa di cugini, zii, nonni… Con mia sorella ho vissuto pochissimo insieme. A un certo punto è stata mia madre a chiedermi se volevo raggiungerla. Mi disse che la situazione qui stava cambiando ed era meglio che mi decidessi. Non mi impose niente, mi fece solo il quadro della situazione».  

Un bambino straniero in Italia. Come viveva la sua nuova condizione?

«Non è mai stato un problema. Tutta la mia vita fino ad allora è stata un continuo cambiamento. Sono arrivato d’estate, c’erano tanti parenti, cinque cugini, quattro zii. Dopo, ho sofferto di solitudine. Alle medie sono finito in una classe cosiddetta ghetto. C’erano solo due italiani. Poi peruviani, ecuadoregni, cinesi, filippini, arabi, pakistani… Gli insegnanti hanno fatto un grande lavoro. In tre anni ci hanno fatto fare il giro del mondo». 

È cittadino italiano?

Non ancora. Devo aspettare due anni grazie al vostro ministro. Alla fine passeranno sedici anni prima di ottenerla. Mia madre la aspetta da venti. Una burocrazia infinita.

Lei è un artista riconosciuto, Ha fatto mostre importanti come quella in cui usava i biglietti del tram per disegnare sul retro. Come ha scoperto la sua vocazione?

«Da bambino ero molto solo. Leggevo i fumetti. Ho iniziato a riprodurli. Mi piaceva disegnare, ho continuato. Alle medie ero un ragazzo turbolento. Solo l’insegnante di educazione artistica mi capiva. Sono ancora in contatto con lei». 

Lei si è diplomato al liceo artistico, poi ha frequentato l’Accademia di Brera dove è diventato scenografo…

Ho avuto il sostegno della parrocchia di Precotto a Milano. In casa c’erano problemi economici. Mia madre non mi ha mai ostacolato, era solo spaventata. Mi diceva che se non fosse andata bene non avrei dovuto mai piangere per le scelte fatte. Ho imparato da lei che non bisogna piangere.

Lei si è affermato come street artist. Chi fa i graffiti o viene demonizzato o esaltato, quando ha successo. Non le pare incredibile? 

«È vero. C’è una doppia morale. Ma bisogna distinguere tra vandalismi e artisti di strada. Per questo ci vogliono spazi garantiti dove i giovani possano esprimersi senza rischi».

Lei inizia ad essere conosciuto. Sui siti borisveliz e artstation si possono vedere le sue opere.

«Non credo di avercela mai fatta. Bisogna tenere a bada il proprio ego. Se ti concentri solo su te stesso non ti apri al mondo. Sento di essere apprezzato. E l’arte è un veicolo che mi permette di relazionarmi meglio con il mondo. Non so chi lo abbia detto, ma “i limiti del mio linguaggio, sono i limiti del mio mondo”, rappresenta bene quello che sento». 

La sua storia personale è di sprone?

«La mia vita reale è già un romanzo. Venire da un background difficile ti dà una marcia in più. In Sud America dove c’è una situazione politica e sociale molto difficile stanno emergendo molti artisti. La mia tesi di laurea è stata sull’Odissea. Sul viaggio, su andare da un punto A a un punto B. Itaca è il porto di arrivo. Milano è la mia Itaca. È la città dove forse più si incontrano mondi che comunicano tra di loro».

Molti stranieri o italiani di prima generazione nascondono le proprie origini sperando di essere più facilmente accettati.

«Se ti accetti tu ti accettano anche gli altri. Superata la soglia della prima diomanda: “Da dove vieni?”, poi c’è il modo di far uscire la propria umanità. Le radici non si possono nascondere. È come una valigia che ti porti dietro senza poterla mai lasciare. Io mi sento italiano ed equadoregno, non devo scegliere tra queste due cose».

Le metto insieme perché diventino elementi costruttivi del mio essere. L’arte mi ha cambiato la vita, ma non la vivo come un lavoro. È il modo per far uscire quello che si ha dentro. Una cosa che cerco di insegnare a tanti ragazzini, italiani e stranieri.

Ci racconti dei workshop a cui partecipa… 

«Sono organizzati in zona Turro a Milano dal Comin, una cooperativa sociale di solidarietà. Per sette anni ho seguito i loro workshop. Adesso mi hanno dato la possibilità come educatore di trasmettere le mie conoscenze e la mia esperienza. Ai ragazzi con i graffiti e i murales insegniamo il linguaggio dell’arte. Non c’è solo il talento. Ci sono tecniche da imparare. È un linguaggio che va studiato per potersi esprimere, come per qualsiasi altro linguaggio». 

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