Il long read di questa settimana è tratto da "Lo straniero che viene" di Michel Agier (Raffaello Cortina Editore, 2020). Guardare all'ospitalità sotto lo sguardo dell’antropologia, della filosofia e della storia è il compito che si è dato con questo volume Michel Agier, antropologo e direttore di ricerca all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi.

Michel Agier
Lo straniero che viene
2020 Raffaello Cortina Editore
pagine 168 euro 15 ebook euro 9,99

Si fa presto a dire “aprite i porti!” oppure “accogliamoli tutti!”. Quello che da sempre è il sacro senso dell’ospitalità oggi si scontra con i confini rigidi eretti dalle nazioni o con i luoghi comuni di chi si scaglia contro lo straniero che chiede asilo e, appunto, ospitalità. Accogliere, sfamare e trasportare, anche in Europa, anche qui da noi, diventa un gesto politico anche se individuale. Non privo di rischi anche giudiziari, come ben sanno i caritatevoli passeur che solo a scopo umanitario aiutano migranti e richiedenti asilo ad attraversare le Alpi verso la Francia, pur meno ospitale dell’Italia. Un gesto che, se da una parte ci piace per la sua valenza umanitaria, dall’altro mostra i suoi limiti intrinsechi. Nessuno può pensare che sia questa la strada dell’accoglienza, buona a sovvertire le pratiche nazionali più rigide. Né si può pensare che da gesto individuale diventi pratica diffusa, anzi l’unica pratica possibile di chi vorrebbe porti sempre aperti e frontiere senza barriere. Confrontarsi con chi è straniero e non ancora ospite ci pone nella condizione di guardare a noi stessi. Sia nel complesso delle reazioni possibili, da malcelato fastidio ad aperta ostilità, ma pure di una impossibile accoglienza senza regole in nome di uno spirito altruista ben poco praticabile su larga scala. Accogliere al di fuori di ogni regola, solo perché è giusto, provoca una insanabile frattura nel diritto, tra chi vorrebbe che il gesto dell’accoglienza solo per questo valesse come salvacondotto, e chi invece pensa che le regole, non i muri sia ben chiaro, siano la strada anche per garantire un’accoglienza degna di questo nome, tramutando lo straniero in ospite benvoluto. Guardare all’ospitalità sotto lo sguardo dell’antropologia, della filosofia e della storia è il compito che si è dato con questo volume Michel Agier, antropologo e direttore di ricerca all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore Michel Agier e di Raffaello Cortina Editore pubblichiamo un estratto del libro Lo straniero che viene.

Copertina

Fare dello straniero il mio ospite

Se in questi ultimi anni l’ospitalità è tornata a essere un tema dei dibattiti pubblici, delle scienze sociali e soprattutto dell’antropologia, è perché risulta evidente che ne siamo carenti. È un concetto antico che ritorna, però in filigrana, in negativo, sotto forma di punto interrogativo o come protesta, suscitato dal panico dei governanti europei di fronte agli arrivi puntualmente massicci di migranti nel 2015 e dagli accordi tra l’Europa e la Turchia nel marzo 2016, o tra l’Italia e la Libia nel febbraio 2017, per tenere a distanza i migranti – e potenzialmente anche i “rifugiati” di diritto, come i siriani o gli eritrei, respinti alle frontiere europee ancor prima di aver potuto far domanda di asilo. Vige ciò che il diritto afferma, ma il diritto, che rende legge quanto anteriormente è stato oggetto di dibattiti e decisioni politiche, ci rammenta che i suoi decreti potrebbero sempre essere diversi. È infatti a partire dal diritto e dalle sue lacune che in Europa alcuni cittadini si sono spesso sentiti costretti, obbligati e insieme giustificati, a pensare e ad agire contro lo Stato o in sua vece.
Qua e là si è così vista riapparire concretamente l’ospitalità, in modo spontaneo e un po’ disordinato, senza un significato preciso. Alcune persone hanno voluto accogliere dei migranti in casa pro- pria, non sempre preoccupandosi di sapere quale fosse il loro status giuridico. Ciò ha fatto del loro gesto un atto di “disobbedienza civile” oppure, in Francia, un “crimine di solidarietà” con i relativi rischi giudiziari. (nota 1) La minaccia di sanzioni incrina l’apparente consenso che circonda l’ospitalità, di solito esaltata come una virtù. La sua invocazione, tra morale e politica, tra l’applicazione domestica di convinzioni personali incuranti del loro significato più ampio e l’intervento in favore di una società accogliente e aperta, cela interpretazioni più o meno coerenti e diverse poste in gioco. Ciascuno può riconoscervisi finché l’ospitalità rimane una parola e un concetto virtuale. Ma in realtà antropologi e sociologi osservano sul loro terreno più dissenso che consenso al riguardo.
Una prima forma di dissenso ci porta a discutere l’idea di ospitalità “incondizionata”. Ovviamente i significati dei termini “condizione” e “incondizionato” sono due. Nella prima accezione, vi accolgo
senza condizioni, ossia senza sapere chi siate né da dove veniate, perché la vostra situazione lo esige: è il senso della polemica, ricorrente in Francia, a proposito dell’accesso incondizionato alle cure o all’alloggio per le persone più vulnerabili. Questa causa “incondizionata”, umanitaria o compassionevole, ha bisogno, a rigor di logica, della vulnerabilità dell’altro come condizione per venire in suo aiuto. Nella seconda accezione, vi accolgo invece senza badare alle condizioni, ossia ai contesti, ai sistemi, alle leggi, ai luoghi ecc., nei quali si attua l’accoglienza: è il senso dell’ingiunzione etica, decontestualizzata, volutamente fuori della realtà, intrinseca, addirittura sacra, sostenuta in particolare dal filosofo Jacques Derrida.
Occorre anzitutto affrontare, e se possibile risolvere, il problema etico e politico dell’incondizionalità, per poi cercare in un secondo momento di comprendere più da vicino la relazione antropologica che unisce due ospiti – chi accoglie e chi viene accolto – che è appunto… tutto fuorché in- condizionata. Bisognerà dunque descrivere a quali condizioni e in quali forme concrete si dispiega un’ospitalità domestica (a casa mia), comunitaria (nel mio gruppo) e municipale (nel mio paese, nella mia città).

1. Secondo l’articolo L622-1 del Codice (francese) di ingresso e soggiorno degli stranieri (Ceseda), “ogni persona che abbia, con un aiuto diretto o indiretto, facilitato o tentato di facilitare l’ingresso, la circolazione o il soggiorno irregolare di uno straniero in Francia” rischia cinque anni di prigione e una sanzione di 30.000 euro. Il 6 luglio 2018 il Consiglio costituzionale ha giudicato incostituzionale, in quanto contraria al principio (costituzionale) di fraternità, questa legge, che dovrà dunque essere riscritta…

Titolo originale
L’étranger qui vient. Repenser l’hospitalité
© Éditions du Seuil, 2018
© 2020 Raffaello Cortina Editore Milano, via Rossini 4

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