In quattro anni 65 donne provenienti da più di 20 Paesi hanno trovato nel laboratorio di sartoria dell'associazione IRENE un'opportunità di rinascita attraverso il lavoro.

Un laboratorio di sartoria e di integrazione. La storia che vi raccontiamo è quella di un progetto iniziato con un corso di cucito nato in maniera informale, che si è trasformato con il tempo in un vero e proprio laboratorio di sartoria. Un laboratorio che sta dando oggi il proprio contributo nella lotta al Covid-19.

Tutto nasce nel 2016, quando l’associazione IRENE, realtà lombarda che si occupa di pari opportunità e politiche sociali a livello europeo, dà vita a Spazio 3R, un luogo attrezzato per l’organizzazione di corsi informali di sartoria e attività di coworking.

«L’idea è stata quella di offrire a donne in situazioni di difficoltà un’opportunità di rinascita attraverso le attività promosse dal laboratorio di sartoria» ci ha raccontato Chiara Ceretti, coordinatrice del progetto «sono stati attivati corsi formativi di base, corsi avanzati e un percorso che si propone come fine ultimo quello di avviare donne italiane e straniere all’imprenditorialità nel settore sartoriale. Il nome del laboratorio, 3R, sta ad indicare le tre principali attività del lavoro, ovvero: riciclo, ricucio, riuso. I prodotti confezionati utilizzano infatti rimanenze di tessuto e scampoli di qualità, che diverse aziende provvedono a fornirci».

C’è però un’altra “R” che meriterebbe di essere inclusa, ed è quella che descrive il cuore del progetto: la parola “ricomincio”, perché ricominciare è proprio l’opportunità che si vuole offrire a chi vi partecipa.

«Queste donne, che ci vengono segnalate dalle varie associazioni che lavorano sul territorio» prosegue Ceretti «arrivano da noi con le proprie difficoltà, quasi sempre legate a problemi economici, di integrazione e persino di identità, nel caso si trovino a doversi approcciare per la prima volta alla realtà di un Paese che non è il loro. Qui trovano uno spazio che offre loro la possibilità di ripensarsi professionalmente secondo la logica del fare assieme».

Dal 2016 hanno fatto parte del progetto più di sessantacinque donne provenienti da più di ventun Paesi del mondo, ragazze di vent’anni, donne più adulte e signore ancora più mature. Ognuna aveva alle spalle una storia diversa: chi era stata vittima di tratta di esseri umani, chi era rifugiata, chi pur vivendo in Italia da tanti anni non conosceva nemmeno una parola della nostra lingua.

«Qui non solo sono cresciute come persone, ma si sono letteralmente riscoperte. Il nostro modo di approcciarci è rimasto sempre lo stesso: far sentire loro che, nonostante il luogo di nascita, sono tutte, indiscriminatamente, cittadine di Milano».

La domanda sorge quasi spontanea: è davvero possibile che persone con un backgroud migratorio, spesso poco integrate, riescano a lavorare fianco a fianco senza problemi?

«Questo è un pregiudizio piuttosto diffuso», dice Chiara sorridendo «spesso ci si fa l’idea che i cittadini di origini straniere, soprattutto se appartenenti a determinate comunità, tendano a rimanere chiusi dentro la cerchia dei loro connazionali; per non parlare poi dell’opinione, diffusissima, che vede l’uomo vietare alla donna di lavorare, costringendola ad occuparsi unicamente della famiglia e dei figli».

Non voglio dire che situazioni come queste non esistano, ma la nostra esperienza ci ha mostrato come i luoghi comuni lascino davvero il tempo che trovano. Sono molte le donne sposate e con figli che partecipano con costanza alle attività. Qui si sentono sicure e considerano il laboratorio quasi una seconda casa, hanno la possibilità di socializzare, imparare o migliorare la lingua, sviluppare una propria forma di autonomia lavorativa.

«Tutte cose che non possono che andare a beneficio prima di tutto delle donne stesse, e in secondo luogo della qualità della vita di chi le circonda. Quando una persona si sente utile, apprezzata e capace, ecco che le resistenze crollano e ci si ritrova a non identificarsi più con le proprie difficoltà o la propria storia, ma a sentirsi tutte parte attiva di un progetto condiviso di vita e di lavoro».

Le 3R alla prova della pandemia

L’arrivo della pandemia ha colpito, come è facile intuire, anche l’attività del laboratorio, ma è proprio quando ci si trova in alto mare che a volte si può approdare in un buon porto.

«Siamo stati selezionati per contribuire all’iniziativa “Polimascherina solidale”» racconta ancora Chiara «un progetto avviato dal Politecnico di Milano, a supporto di Regione Lombardia, per dare vita a una filiera di produzione locale di mascherine di protezione».

Dieci tra le più attive partecipanti, provenienti da Egitto, Perù, Tunisia, Marocco e Sri Lanka, hanno aderito con entusiasmo al progetto, ed è stato affidato loro il compito di realizzare le mascherine utilizzando un tessuto-non-tessuto specifico donatoci dall’azienda Ahlstrom-Munkstö attraverso il Politecnico.

Questo tessuto contiene meltblow, il materiale filtrante normalmente utilizzato nelle mascherine chirurgiche certificate, sufficiente a garantire livelli di efficienza alla filtrazione batterica superiori al 98%, e livelli di traspirabilità in linea con quanto prescritto dalle normative di riferimento.

Nel rispetto delle norme sul distanziamento sociale, ci siamo anche attivati in modo che alcune potessero lavorare da casa. L’obiettivo è quello di riuscire a produrre circa seimila mascherine. Al momento siamo a quota tremila, realizzate in due diversi formati: per adulti e per bambini. Ci teniamo a far presente che le mascherine non verranno vendute ma distribuite gratuitamente.

«Spazio 3R vive di donazioni, e chi vorrà sarà libero di dare un contributo a sostegno di questo luogo che ha permesso a numerose donne di riscoprirsi come persone, come lavoratrici e come cittadine del nostro Paese».

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