Regista e videomaker afrodiscendente con passaporto italiano, Fred Kudjo Kuwornu è stato set assistant nel film Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee. Ora il suo obiettivo è ri-raccontare l'Africa.

Ha il passaporto italiano e in Italia è nato quarantasette anni fa, la green card americana e da anni vive negli Stati Uniti, ma nei suoi progetti c’è quello di passare più tempo in Africa, in Ghana, da dove arriva suo padre, dove sono le sue radici. Fred Kudjo Kuwornu, regista, videomaker, è stato set assistant nel film Miracolo a Sant’Anna che Spike Lee ha girato in Italia nel 2008 sulla strage nazista di Sant’Anna di Stazzema. Da quell’esperienza Fred Kudjo Kuwornu ha tratto l’ispirazione per girare nel 2010 il documentario Inside Buffalo, sui soldati afroamericani che hanno contribuito alla liberazione del nostro Paese dai nazisti. Con Inside Buffalo, Fred Kudjo Kuwornu ha vinto il premio come miglior documentario al Festival del cinema di Berlino, ottenendo pubblico riconoscimento dai Presidenti Bill Clinton, Barack Obama e Giorgio Napolitano. Nato a Bologna da padre ghanese e madre italiana, Fred Kudjo Kuwornu è un afrodiscendente con una marcia in più.

Quali sono le sue origini?

Mio padre è arrivato in Italia nel 1965 da un villaggio del Ghana nella Volta Region, per studiare Medicina. Dopo la laurea si è specializzato in Cardiochirurgia e Medicina Generale. Mia madre invece è nata a Bologna dove è sempre vissuta anche se è di origini toscane. Si sono conosciuti nel 1969. Si sono sposati nel 1971, l’anno in cui poi sono nato. Io sono cresciuto a Bologna anche se ho vissuto in molte città, Ferrara e per tanti anni Roma, e per un certo periodo in Ghana a fine anni Settanta, quando ero molto piccolo. Da circa otto anni vivo a New York.

Sua madre è di religione ebraica. Lei che rapporto ha con la religione?

Mia madre è ebrea e mio padre cristiano protestante. Anche se in Italia va regolarmente in una chiesa cattolica. Anche mia sorella è cattolica. Io da circa dieci anni sono diventato buddista, seguo i precetti della scuola giapponese Soka Gakkai. Ho un rapporto concettuale molto sentito con alcuni principi del buddismo, come la legge di causa ed effetto, l’interrelazione tra le diverse cose dell’universo compreso gli esseri umani e il loro grado di realizzazione della felicità. Sono molto legato a questa filosofia, un po’ meno nella pratica, come tutte le cose in cui ci vorrebbe più dedizione. È la prima situazione religiosa che mi ha convinto e completato anche di fronte a cose che conoscevo per background familiare ma che non avevo mai abbracciato. Per la educazione ricevuta dai miei genitori non siamo mai stati obbligati a seguire un credo religioso.

Italiano ma con la pelle scura. È stato difficile a scuola, da giovane… Siamo un Paese razzista? Lo siamo diventati di più?

Io sono un po’ controtendenza. Da giovane non stavo particolarmente attento alle questioni legate alla discriminazione. Anche perché in quegli anni venivano presi più di mira i miei compagni di classe meridionali. Mi è difficile parlare di razzismo. È un termine che ha diversi sensi ed è legato a diverse esperienze storiche più coinvolgenti e drammatiche magari negli Stati Uniti. Dalla ideazione di leggi ad hoc alle situazioni che tendevano ad escludere gli afroamericani. Non mi sembra che in Italia ci sia una situazione simile. Penso che in Italia ci sia più un misto di xenofobia, nativismo e certo anche di razzismo legato al pregiudizio. È un fenomeno che sta crescendo soprattutto negli ultimi anni. So di essere controtendenza ma l’Italia non è un Paese razzista. Fortemente xenofobo quello di sicuro. E devo dire per chi è immigrato non so cosa sia peggio. Negli Stati Uniti c’è una situazione di apertura ma è latente un profondo sentimento di razzismo, però per l’immigrato ci sono più opportunità. Viceversa in Italia la xenofobia è forte e blocca l’ascesa di chi è immigrato.

Che studi ha fatto?

Ho una laurea in Scienze Politiche con indirizzo in Sociologia delle comunicazioni. Mentre studiavo lavoravo come conduttore radiofonico nelle radio private emiliane e venete. Un lavoro andato avanti anni. Poi sono andato a Roma dove per un anno ho fatto il condutture per il programma di La7 Zengi e da lì ho iniziato la mia carriera di autore di programmi tv. Ho iniziato a lavorare in Rai con un programma di viaggi che si chiamava Italia che va. Poi ho fatto l’autore per Ilaria D’Amico, Luca Giurato e Tonino Carino. Ma l’evoluzione della mia vita professionale è arrivata con il film di Spike Lee.

Occasione importante, lavorare con uno dei più riconosciuti registi afroamericani…

Sono stato il suo assistente sul set e sono apparso pure come comparsa nel film Miracolo a Sant’Anna. Questa bella esperienza di quattro mesi mi ha consentito di girare Inside Buffalo, un film sui Buffalo soldier, i soldati afroamericani che avevano combattuto in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Questa cosa mi ha portato a staccarmi dall’idea di lavorare in televisione e di concentrarmi di più su video di mia produzione.

Lei si definisce un afrodiscendente. Un afrodiscendente di successo ovviamente. In Italia siete sempre di più ma sempre invisibili. Perché? C’è un problema di rappresentanza? Politica o economica?

Sono contento di essermi realizzato personalmente. In Italia c’è sì una mancanza di rappresentazione ma anche di volontà da parte delle istituzioni e pure dei media. Tra gli afrodiscendenti c’è non solo la mancanza di potere economico ma pure di consapevolezza del potere acquisito come consumatori e come cittadini che pagano le tasse. Se ci fosse si potrebbe indirizzare la propria battaglia in maniera coscienziosa. Pensiamo a questa cosa rivolta alla pubblicità. Siamo consumatori e quindi perché non castigare quei prodotti che non promuovono un’immagine piena di quella che è la realtà multietnica. Per non parlare di chi lede direttamente la nostra dignità. Basterebbe compiere questi piccoli gesti per creare a cascata un cambiamento in tanti altri campi. L’altra consapevolezza che manca è quella legata alle tasse che paghiamo regolarmente come cittadini italiani. Pagando il canone si potrebbe chiedere una rappresentazione diversa alla Rai o al Mibact, il Ministero per i Beni e le attività culturali che finanzia tantissimo cinema italiano ma che rappresenta pochissimo i nuovi italiani. Questo discorso legato alla coscienza economica e al consumo vale per tutti gli italiani. L’immigrato o l’afrodiscendente, inserendosi nella narrazione italiana, non riesce ad acquisire gli strumenti più idonei per condurre una battaglia, come invece avviene in altri Paesi soprattutto anglosassoni.

In Italia la narrazione è “tornate a casa vostra” oppure “poverini”. Non sono sbagliate tutte e due?

Sì sono sbagliate tutte e due. Purtroppo manca la vera narrazione che c’è in altri Paesi dell’accettazione dell’immigrato non per motivi etici ma perché porta contributi e migliorie che sono visibili e premiati. Purtroppo in Italia c’è un problema, la meritocrazia non viene considerata come un valore necessario. E l’immigrazione è subappaltata al Terzo Settore. Ho girato per il mondo, di solito tutto ciò che è immigrazione è seguito da un’agenzia nazionale che si occupa nello specifico di quello. Persone che si occupano di sicurezza, salute, assistenza sociale… Qua purtroppo è tutto subappaltato a Terzo Settore, Chiesa, cooperative che non sempre sono formate da personale competenti. Spesso il personale è a progetto, con un ragazzo che lavora sei mesi e poi non ci lavora più. Quindi non si riesce realmente a creare una struttura omogenea in grado di avere una sua autonomia e che non dipenda da fondi che poi devono essere gestiti da altri che poi devono essere girati ad altri ancora. Questa è una cosa tutta italiana che fa sì che ci sia una situazione di precarietà e di non definizione reale di che cos’è l’immigrazione.

Le nuove generazioni non considerano radici e cultura di provenienza? Sbagliano?

Non sono tutte così. Dipende dalla generazione. Chi ha la possibilità di viaggiare o di rimanere in contatto via Skype con la famiglia e il Paese di origine mantiene questo rapporto. C’è una generazione invece di trenta quarantenni che per motivi tecnologici, di strumenti che allora non c’erano, o di costi di biglietti aerei forse, ha perso molti contatti con l’Africa. Ma soprattutto non ha capito ancora quello che sta succedendo nei vari Paesi e ha quindi una visione molto frammentaria di cos’è oggi l’Africa. Spesso tende ad associarla a quella che è la sua piccola esperienza di somalo, eritreo o congolese, dando la stessa etichetta a tutto il Continente. Quando invece, come in Europa, ci sono differenze economiche ed industriali, di boom economico e di stabilità politica che caratterizzano ogni singolo Paese. Alla fine è un male africanizzare il proprio piccolo giardino per altro poco conosciuto. Spero che le nuove generazioni si diano una svegliata e si mettano in linea con quello che sta avvenendo nel Continente perché è talmente evidente il boom economico che ci sarà con le conseguenti possibilità di lavoro e di reinserimento sociale.

Lei vive tra Italia e Usa. Le manca poco per la cittadinanza. Ci sono differenze tra i due Paesi? Sono due Paesi razzisti?

Sono alla fine due forme di razzismo diverse. Quella americana la si vede quotidianamente anche nell’atteggiamento della polizia, nella vita nei ghetti delle metropoli. Allo stesso tempo però, gli Stati Uniti hanno avuto un presidente nero, manager e imprenditori afroamericani molto importanti e influenti. In Italia più che razzismo c’è xenofobia e nativismo, la concezione di una superiorità etnica anche culturale. Il vero problema in Italia sono le opportunità di poter fare qualcosa per emergere, al di là del razzismo.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Sto lavorando a diverse cose. C’è anche l’idea di tornare in Africa per business. Abbiamo molta terra. Mi piacerebbe occuparmi di agricoltura e portare nel mio piccolo esperienze più globali come il digital marketing e il video marketing. Oltre a fare il regista e occuparmi di documentari e fare lezioni nelle università americane. Insegno corsi di diversity o digital video. Tengo lezioni sull’Italia multietnica. In un momento importante di sharing economy vorrei capitalizzare anche l’esperienza che ho nel settore video.

Ci racconti meglio il suo desiderio di tornare in Ghana? Le opportunità di lavoro, le radici… Il futuro è l’Africa?

Da tre anni vado in Ghana sempre più spesso. Per ora piccoli periodi di tre quattro settimane, solo per mantenere i contatti con la famiglia di origine sia per sapere come è cambiata la situazione negli ultimi anni e quante opportunità ci sono. Sono rimasto molto stupito nel vedere la presenza di immigrati da tutto il mondo, soprattutto da Cina, India, Corea, Vietnam, Giappone, qualche europeo e africani di altri Paesi. Ho capito quante opportunità ci siano nonostante le difficoltà, la corruzione, la lentezza della burocrazia, la mancanza di energia elettrica… C’è una crescita continua, si respira quest’aria di positività nel fatto che le cose cambieranno. Ovviamente non in tutti i Paesi ma sicuramente in Ghana. Da lì ho capito che quello spirito di frontiera che si poteva avere qualche secolo fa negli Stati Uniti, questa situazione di american dream come la si definisce sempre, si sia in realtà spostato sull’Africa. Quello che manca è il marketing, la coscienza di poter creare anche un’immagine più positiva del Continente. O almeno non solo le immagini negative che vengono riportate. Gli Stati Uniti sono un Paese bellissimo ma con tante contraddizioni, tanta povertà, tante persone che vivono in baracche. Basta vedere i ghetti di Chicago. Ma queste notizie non escono. Arriva solo l’immagine positiva dell’America. Sarebbe fondamentale creare la stessa situazione con l’Africa. Tocca ai registi, ai comunicatori africani, trovare il modo di ri-raccontare l’Africa anche nelle cose positive. Il mio obiettivo è quello di trascorrere molto più tempo in Africa, c’è tanto da fare, non voglio arrivare tardi.

 

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