Intervistata da Fabio Poletti, Lidia Ravera riflette sull'integrazione. E sui nuovi cittadini dice: «Ci si rifiuta di riconoscere i diversi individui, fa più comodo vederli come un mucchio selvaggio, per poterli respingere, come un pasto indigesto, che il tuo corpo non sa metabolizzare, e perciò non si trasforma in forza».

L’arte non rivoluziona la società. Con le canzoni, è possibile aiutare le persone a maturare consapevolezza e fare piccoli passi verso il cambiamento, ma la rivoluzione sociale avviene attraverso iniziative della politica.

Gato Barbieri, Argentina, musicista

 

Lidia Ravera, sessantasette anni, scrittrice e giornalista. Esordisce a venticinque anni con il libro Porci con le ali scritto a quattro mani con Marco Lombardo Radice, il manifesto di una generazione che vende quasi tre milioni di copie. Da allora non si è più fermata. Ha scritto oltre trenta romanzi, entrando tra i finalisti del Premio Strega e vincendo con Piangi pure il Premio Letterario Nazionale Pisa. Ha scritto per il cinema, per il teatro e la televisione oltre a un migliaio di articoli per quotidiani e settimanali. Nel 2013 il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti la chiama ad entrare nella giunta come Assessore alla Cultura e alle Politiche giovanili. Incarico che ricopre per cinque anni.

Lidia Ravera secondo l’Onu nei prossimi 30 anni 7 milioni e mezzo di africani cercheranno di lasciare il loro Paese. Tanti cercheranno di arrivare in Europa. C’è chi dice “invasione”. Come si risponde a questo sentimento di paura?

La geografia del mondo sta cambiando, non si tratta di respingere o accogliere, ma di prendere atto e modificare la nostra percezione degli altri. Non è un emergenza, è una svolta epocale. È miope cercare piccole soluzioni di comodo, contrattare spazi o rifiutare spazi. Bisogna fare posto. Noi non facciamo più figli, loro sì. Vuol dire che fra vent’anni i giovani saranno di razza diversa da quella dominante in occidente. Di pelle diversa. E se noi li ameremo, le nostre vecchiaie saranno più dolci.

Gli episodi di intolleranza verso gli stranieri non si contano più. Siamo diventati un Paese razzista? Lo siamo sempre stato?

La maggioranza della popolazione italiana è sempre stata spaventata ed egoista. Compito di chi non appartiene alla maggioranza è educarla, la maggioranza. Punire i violenti, rassicurare i pavidi, convincere quelli abbastanza onesti da cercar di capire.

Cosa può fare la politica, lei che è stata anche Assessore alla Cultura e alle Politiche Giovanili della giunta laziale di Nicola Zingaretti? Cosa si può fare davanti ai troppi giovanissimi che maneggiano gli insulti razzisti sui social con inquietante leggerezza?

Investire sulla scuola, sull’università, sulla cultura, sulle arti. Migliorare l’offerta di intelligenze al lavoro. Io, nel mio piccolo, ho riaperto decine di teatri nel Lazio, ho finanziato 480 fra festival e rassegne e gruppi di lettura e gruppi teatrali, sparsi per tutta la regione. Ho incoraggiato e sostenuto chi voleva misurarsi con lo spettacolo dal vivo, con l’audiovisivo, coi libri. Gli insulti razzisti sono figli del degrado culturale, dell’ignoranza. Investire in conoscenza è l’unica cosa che possiamo/dobbiamo fare.

L’accoglienza sempre, come dicono pure il Papa e la Chiesa, è praticabile? Basta essere “buoni”?

Il modello non è il Papa, è il sindaco di Riace. Ci sono tanti paesi abbandonati, tanti palazzi vuoti (spesso di proprietà dello Stato o delle regioni, e fatiscenti). È facile ed è bello riempirli di famiglie, di bambini, di donne e di uomini, è bello dare loro la responsabilità di tenerli puliti, di farsene garanti, di meritarseli. Basta essere intelligenti, non c’è bisogno di essere buoni. I migranti hanno bisogno di noi, ma anche noi abbiamo bisogno di loro. Chi non capisce questo forse non è razzista, ma stupido sì.

L’immagine del piccolo Alan annegato su una spiaggia ha fatto il giro dei media del mondo. È diventata parte dello spettacolo?

Chi si commuove sui bambini e non muove un dito per aiutare i loro padri e le loro madri non ha diritto di parlare. E neanche di piangere.

Secondo l’Istat ci sono 1 milione 200 nuovi italiani: sono anche chirurghi, imprenditori, ricercatori, eppure invisibili… Si fa finta di non vederli, un alibi per non occuparsene?

Ci si rifiuta di riconoscere i diversi individui, fa più comodo vederli come un mucchio selvaggio, per poterli respingere, come un pasto indigesto, che il tuo corpo non sa metabolizzare, e perciò non si trasforma in forza.

I più giovani invece sembrano desiderosi di perdere il contatto con le loro radici. Essere sempre più occidentali vuol dire essere integrati?

L’integrazione non deve essere un obbligo, ma va rispettata. I giovani sotto tutti i cieli, in tutte le latitudini hanno bisogno di essere accettati. Tutti gli adolescenti soffrono se il gruppo li rifiuta. Sono così i nostri figli, sono così i senegalesi, i siriani, i marocchini eccetera eccetera. Bisogna trattarli da pari. Allora non avranno più bisogno di amputare le proprie radici.

I nuovi italiani che vincono nello sport o eccellono nello spettacolo vengono osannati. Siamo rimasti alla Capanna dello zio Tom, lo schiavo che ci piace solo se sta al suo posto e non disturba?

I corpi degli africani sono più adatti dei nostri a correre e di conseguenza eccellono in tutti gli sport che prevedono sempre velocità movimento resistenza. I cori razzisti allo stadio sono espressione di invidia, così come l’interdetto erotico. Sono più belli/e. Perché negarlo?

La letteratura, il teatro, il cinema, si sono sempre occupati di migrazioni e migranti. La cultura che ruolo può avere in questo dibattito?

La cultura… che vuol dire? I film sono importanti, sono importanti i modelli di comportamento. È importante soprattutto esercitare il senso critico: soltanto la rivolta degli intelligenti può arginare il salvinismo. Io sento la responsabilità di lavorare sull’immaginario collettivo, per modificare quella visione del mondo monocolore, a misura di ciò che conosciamo, che rende i più spaventati e cattivi.

Riproduzione riservata

Credits: radici.online