Un milione e mezzo di cittadini invade le piazze del Paese dei Cedri, per protestare contro le ultime vicende politiche, ma le origini della crisi vanno cercate altrove.

Ormai da una settimana il Libano è scosso da pesanti proteste, circa un milione di cittadini ha invaso le piazze delle principali città del Paese. E pare che nel centro di Beirut i credenti sciiti sono stati visti pregare nella moschea di Al-Amin: evento straordinario, visto che si tratta del principale luogo di preghiera per i sunniti di Beirut. Gli stessi autorevoli capi religiosi locali hanno preso parte alle danze sfrenate dei manifestanti.

Le radici della crisi

Ho vissuto a Beirut dal gennaio 2018 fino allo scorso giugno per la ricerca della mia tesi e ho fatto un tirocinio con una ong libanese. In Libano ho assistito ad una crescente e dilagante esasperazione per come il Paese dei cedri viene gestito. Perciò credo che sarebbe un errore cercare le cause del malcontento esclusivamente negli eventi avvenuti negli ultimi giorni. Focolai di ribellione si verificano a cadenza regolare, ma è nella vita di tutti i giorni che si manifestano i sintomi di una pessima gestione del Paese da parte della classe politica: periodici blackout, acqua non potabile, emergenza rifiuti, trasporto pubblico carente, sistema sanitario privato (e caro), Internet e WiFi malfunzionanti.

Di fronte a uno Stato inefficiente su ogni fronte, i cittadini mostrano la loro vitalità esibendosi in un’esplosione di balli, canti. Celebrando il miglior spirito libanese.

Durante la mia permanenza a Beirut, prima da studente e poi da cooperante, ho vissuto con ansia il marcato disinteresse della popolazione nei confronti della politica, l’ho sempre interpretato come una rinuncia definitiva. Eppure mi sbagliavo. È bastato poco perché la rivolta dilagasse, incontrastata: «Il Libano siamo noi, non quei quattro vecchi volti rugosi, riprendiamocelo da eroi quali siamo», ha scandito il club secolare dell’università americana di Beirut, sceso in piazza come quasi tutti gli studenti libanesi.

L’origine della protesta

Giovedì 17 ottobre il governo ha annunciato l’approvazione di un pacchetto di riforme che prevedeva un generale aumento delle imposte, ma a suscitare clamore è stata l’intenzione di tassare le chiamate Whatsapp.  Dichiarazioni presto ritrattate, ma che avevano ormai innescato un meccanismo inarrestabile. La classe politica si è ritirata in un preoccupato silenzio, rotto lo scorso lunedì quando il primo ministro Saad Hariri, figlio del più celebre Rafiq e massimo esponente della comunità sunnita, ha rilasciato un comunicato, ma senza alcuna intenzione di ritirare i propri ministri (né i leader degli altri gruppi politici sembrano intenzionati a far cadere il governo).

La risposta delle piazze non si è fatta attendere e l’atmosfera si è fatta se possibile ancora più infuocata. «Hanno paura. Sono terrorizzati da noi», sostiene il mio amico Hadi, che da Beirut mi mostra ciò che accade nelle strade. Accanto a lui Sarah, giovane palestinese trapiantata in Libano, chiarisce: «Questa è una protesta laica, nel senso che qui in piazza l’appartenenza religiosa non conta, ci siamo tutti, sciiti, sunniti e cristiani, e vogliamo tutti la stessa cosa». La sua, nonché la mia, è una generazione cresciuta in un’epoca di globalizzazione, dove l’appartenenza religiosa, che si riflette specularmente in un governo costruito su base confessionale, non ricopre più un ruolo fondamentale. Ciò che più colpisce di questa folla è l’altissima partecipazione di giovani, che non si fidano più dei politici. Come Yahya che mi racconta: «Alle scorse elezioni ho votato il candidato che mi ha offerto più soldi, quasi 150 dollari. Poi me ne sono andato via, in Francia, però oggi sono tornato. Voglio stare qui e chiedere che il Libano diventi un Paese in cui io possa vivere».

Protesta, festa e catarsi

Sebbene si sia verificato qualche sporadico episodio violento, le manifestazioni si stanno svolgendo in un euforico clima di festa. Personaggi noti e cantanti famosi si sono esibiti nelle piazze. E così la religiosissima Tripoli è stata trasformata in un dj set da far invidia ai migliori festival europei. La storica pasticceria Hallab 1881 distribuisce dolci knefeh gratis, mentre altri distribuiscono tradizionali pizzette manaqish. Nella piazza dei Martiri a Beirut sono stati allestiti bagni chimici, punti di primo soccorso, zone per il riciclo dei rifiuti e banchetti di cibo locale.

«È un delirio, ma un delirio meraviglioso», dice la mia amica Layla. Se si chiede il perché di tanta stravaganza, ci si sente rispondere in maniera più o meno unanime che «la gente vuole sconfiggere il male in cui è finito il Paese con una risata, i libanesi sono così», ha spiegato Mohammed, classe ’39, mentre un ragazzo mascherato da Joker gli passava alle spalle.

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