Si potrà mai arrivare a una politica comune europea sui migranti e rifugiati? L'analisi dell'eurodeputato Claude Moraes.

Si potrà mai arrivare a una politica comune europea sui migranti e rifugiati? Che peso hanno le nuove correnti politiche su ciò che viene deciso – o non deciso – a Bruxelles?  NuoveRadici.World ne ha parlato con Claude Moraes, l’eurodeputato laburista anglo-indiano che presiede la Commissione sulle Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni del Parlamento europeo.
Delle sette proposte legislative avanzate dalla Commissione europea nel 2016, ancora nessuna è stata ancora approvata dal Consiglio europeo.
Tutti concordano sulla necessità di riformare in modo sostanziale il sistema attuale ma questo finora non è stato possibile. Secondo Claude Moraes, che si è fatto portavoce degli eurodeputati per denunciare l’inerzia politica degli Stati membri, soprattutto dell’Austria che è attualmente alla presidenza dell’Unione europea, «Questa situazione di stallo ha contribuito ad affossare le riforme proposte dalla Commissione europea per migliorare la gestione dei flussi migratori e la revisione del sistema europeo comune di asilo», ci ha spiegato durante la nostra conversazione. «Nonostante fosse stato raggiunto un accordo durante la presidenza bulgara dell’Ue sulle riforme della direttiva per l’accoglienza ed i regolamenti sulle qualifiche, sul reinsediamento e sulla banca dati Ue per l’identificazione dei migranti (regolamento Eurodac)», ci ha detto, «nessuna di queste è stata ancora ufficialmente approvata dal Consiglio. Alcuni dei testi su cui era già stata trovata un’intesa tra il Parlamento europeo e il Consiglio sono stati riaperti, prolungando inutilmente la procedura che dovrà ora essere riesaminata dal Parlamento europeo. Anche le trattative sull’agenzia europea per l’asilo che erano già quasi concluse, su richiesta del Consiglio, sono state invece riaperte dalla Commissione. Questo significherà ulteriori ritardi che andranno a scapito degli Stati mediterranei, come l’Italia, che stanno ancora smaltendo a fatica le pratiche per l’asilo e l’accoglienza dei migranti. Pratiche che potrebbero essere velocizzate dall’agenzia europea per l’asilo».
Claude Moraes  conosce bene questo problema. Figlio di immigrati indiani, nacque in Yemen prima che i suoi venissero deportati in India a causa dell’attività di giornalista del padre. Quando aveva quattro anni si trasferirono in Scozia, dove suo padre proseguì gli studi. Ma ben presto, lui e i suoi fratelli furono di nuovo deportati in India con la madre perché non avevano i documenti richiesti dal governo di Sua Maestà. Infine, all’età di otto anni, Claude poté ricongiungersi col padre in Scozia. Dell’infanzia passata a Dundee negli anni Settanta ricorda bene il freddo e lo squallore. Si è dedicato a difendere i diritti dei migranti e dei rifugiati come avvocato, prima di entrare in politica e essere eletto al Parlamento europeo nel 1999. E lì ha continuato il suo lavoro diventando un punto di riferimento per i colleghi su tematiche di migrazione e asilo. Perciò gli abbiamo chiesto le sue considerazioni anche sule riforme mancate del regolamento di Dublino e sulle procedura di asilo.
«Gli Stati membri hanno dato priorità politica alle misure di sicurezza per potenziare il controllo delle frontiere e gli accordi con i Paesi africani per fermare gli sbarchi», ha osservato Moraes. «Una politica priva di lungimiranza. Così non si crea la spina dorsale di un sistema europeo di asilo per la gestione di lungo termine della migrazione.  Il Parlamento europeo ha fatto tutto quello che poteva e ora tocca agli Stati membri terminare il lavoro. Sarà però molto difficile trovare un’intesa politica perché gli Stati membri, che potrebbero facilmente superare l’impasse sulle riforme con un voto di maggioranza qualificata al Consiglio europeo, vogliono invece decidere all’unanimità. E questo è praticamente impossibile perché l’intesa tra i Paesi dell’Unione europea sul tema scottante dell’immigrazione è sfuggente, così come lo è stata per il Global Compact on Migration».
Proprio adesso che l’emergenza è passata e gli sbarchi sono diminuiti sarebbe il momento di migliorare e rafforzare la gestione comune della migrazione in Europa per fare in modo che nessuno Stato si trovi di nuovo ad affrontare il problema da solo? «L’Unione europea non è che l’insieme dei suoi membri», riflette l’europarlamentare Moraes. «Così, ci troviamo di fronte ad un doppio paradosso ideologico alla base dell’attuale stallo politico a Bruxelles. Le forze sovraniste che sono oggi al potere hanno sempre rifiutato tutto ciò che viene proposto da Bruxelles. E perciò, mentre da un lato bloccano le riforme al Consiglio europeo, dall’altro, per assurdo, cercano nuove alleanze – o “assi”- tra Stati per gestire meglio insieme il “problema” dei migranti».  Secondo l’europarlamentare britannico, «Stiamo assistendo all’apoteosi dell’Europa bianca che spinge la libera circolazione per i cittadini all’interno dell’Unione mentre cerca di sbarrare l’uscio a chi viene da fuori, soprattutto dall’Africa. Questo è il frutto delle politiche sovraniste mirate a difendere l’identità culturale, o identity politics» Insomma per lui è «Chiaro e inevitabile che l’Europa stia diventando più razzista. Come è successo prima alla sinistra, oggi è la destra a doversi confrontare con una realtà demografica dove gli immigrati hanno un ruolo sempre più significativo per sostenere l’economia anemica dell’Europa».
Dopo la chiusura dei porti in Italia nell’estate scorsa, Claude Moraes ha dichiarato: «Potete scappare; potete passarvi i migranti come fossero un una patata bollente; potete continuare questo gioco tra Stati membri. Ma ricordatevi, anche se i flussi migratori oggi sono inferiori ai livelli precedenti alla crisi, la migrazione non si può fermare. Sta a noi mostrare la leadership necessaria per migliorarne la gestione in Europa. Non è una chimera, è il nostro dovere. E se falliremo allora non so quale sarà il futuro dell’Unione europea».

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