In Senegal per non dimenticare l'italiano leggevo "Topolino" e "Tex". Non chiedetemi cosa sono, ho girato troppo. Il mio luogo ideale è la palestra: lì sono solo un atleta.

Per questa pausa estiva, abbiamo selezionato le storie più belle dall’archivio di NuoveRadici, che ripubblicheremo nelle prossime settimane. Omar Sene è uno dei soci fondatori dell’associazione collegata alla nostra testata ed è intervenuto come relatore al workshop “Le strade dei nuovi italiani: il futuro attraverso lavoro, creatività e sviluppo”, che abbiamo organizzato a Palazzo Marino il 2 luglio scorso, parlando dell’intelligenza culturale come motore per l’innovazione economica. Pubblichiamo il suo articolo del maggio 2018 con un’appendice sul presente.

Mi chiamo Omar Sene, Sen se lo si dice in francese. Ho compiuto 26 anni a marzo, sono nato nel ’92, qui a Milano. Ho fatto le mie elementari a Cusano Milanino, dai Salesiani. E all’età di 12 anni, ero in seconda media, mia madre ha deciso di portarmi in Senegal. Alle origini quindi.

Mia madre decise di portarmi in Senegal, perché qui era sola e lavorava, mio padre era già tornato in patria. A Dakar, sono stato cinque anni in collegio. Tornare in Africa per me non è stato semplice.

A 12 anni, gli amici sono importanti e i miei erano tutti qui in Italia. Il Senegal era il luogo delle vacanze, non avevo amici, non conoscevo nessuno, tranne i miei cugini. Ho fatto fatica ad ambientarmi, al punto che ho messo in atto una forma di resistenza: non volevo parlare francese e, per non perdere il mio italiano, leggevo in continuazione i Topolino e i Tex che mi ero portato dall’Italia.

Per più di un anno mi sono rifiutato di parlare francese, ma poi mi hanno confiscato tutti i miei fumetti, ho cominciato a parlare francese e purtroppo ho perso l’abitudine di leggere Topolino.

In Senegal, ho proseguito gli studi fino alla maturità, poi sono andato in Inghilterra. Il mio sogno era studiare Relazioni internazionali per lavorare nell’ambito diplomatico. Mia madre lavora al consolato del Senegal, qui a Milano. Quando avevo dei giorni di vacanza mi portava in ufficio con lei e quell’ambiente mi è sempre piaciuto molto. Per intraprendere gli studi diplomatici dovevo migliorare il mio inglese, per questo motivo dal Senegal sono andato in Gran Bretagna, a Manchester. Lì sono stato un anno, ho imparato l’inglese, ho lavorato come cameriere, e ho anche giocato a calcio in una squadra locale.

Dopo forse un anno, mia madre e mio zio mi hanno chiamato e mi hanno detto basta: «Devi fare una scelta, devi entrare in università». Questa volta senza fare resistenzasono un uomo di pace abbiamo discusso: mi hanno proposto di andare a Parigi o andare in Marocco ad Agadir e io ho scelto Agadir. Perché non mi piace la Francia e non mi piace Parigi. Non è questione di razzismo, ci sono stato e il clima è quello che gli inglesi chiamano gloomy: è una città un po’ scura, la gente ha il muso e non si mangia benissimo. Per me l’ambiente è la prima cosa: stare lì per tre anni sarebbe stato pesante.

Mio padre era operaio e mia madre ha sempre lavorato come assistente al consolato del Senegal. La mia ambizione è lavorare nell’ambito del international marketing, export management, in generale nell’ambito commerciale per fare esperienza. Il mio sogno però è quello di avere un’impresa tutta mia. Mi piacerebbe lavorare nel campo immobiliare.

A dicembre finirò il master di International Marketing all’università Cattolica di Milano. Non ho avuto una borsa di studio: mia madre, come sempre, ha fatto lo sforzo di pagarmi questo master. Fortunatamente sono figlio unico. Ad Agadir mi sono laureato in Business administration. Adesso sono stato preso da un programma dell’ITA (Italian Trade Agency), e dal prossimo agosto andrò a lavorare in una compagnia che si trova in Veneto. Il mio compito sarà quello di esportare i loro prodotti a Dubai. Sono stato fortunato perché, su ventitré, ne selezionavano dodici e sono stato preso.

Mia madre ha sempre voluto che io mi concentrassi sullo studio. Ho avuto alcune opportunità nel calcio – avevo una proposta di provino per una squadra di terza divisione in Inghilterra – e anche in atletica, però ho deciso di ascoltarla. Ho la cittadinanza italiana, ma io mi sento un po’ “perso”: se mi chiedete da dove vengo, non posso dirvelo perché ho girato troppo. Infatti il mio luogo ideale, dove mi sento a casa, è la palestra perché quando giochi in una squadra non ci sono difficoltà né troppe differenze. Non conta il colore della pelle o il nome, tutti giochiamo nella stessa squadra.

Il presente

Dopo aver conseguito il mio master in Cattolica, ho avuto la fortuna di rientrare in un programma di export management dell’ICE. Grazie a questo programma ho avuto la possibilità di fare uno stage in una delle più promettenti aziende che producono pasta 100% italiana, il Pastificio Sgambaro, e sono entrato in azienda come business developer. Questa esperienza mi ha permesso non solo di scoprire il Veneto, lavorando a Castelfranco Veneto, ma anche di poter lavorare sul mercato francese a Parigi per un breve periodo.

Poi sono stato contattato dall’azienda africana AFRICC (Africa Investment and Commerce Capital), dove sono stato assunto come project manager. AFRICC, presente in Africa, Sud America ed Emirati si occupa di import-export di prodotti alimentari (riso, zucchero…) e consulenza per lo sviluppo e creazione di aziende.

Adesso sono in Senegal, viaggerò sicuramente ancora tanto ma il mio punto di partenza, lì dove tutto e cominciato, sarà sempre l’Italia. Cercherò sempre di cogliere le opportunità, esperienze e conoscenze in ecosistemi culturalmente diversi. E quella sarà sicuramente la mia più grande ricchezza.

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Credits: radici.online

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