In Senegal per non dimenticare l'italiano leggevo Topolino e Tex. Non chiedetemi cosa sono, ho girato troppo. Il mio luogo ideale è la palestra: lì sono solo un atleta.

Mi chiamo Omar Sene, Sen se lo si dice in francese. Ho compiuto 26 anni a marzo, sono nato nel ’92, qui a Milano. Ho fatto le mie elementari a Cusano Milanino, dai Salesiani. E all’età di 12 anni, ero in seconda media, mia madre ha deciso di portarmi in Senegal. Alle origini quindi. Mia madre decise di portarmi in Senegal, perché qui era sola e lavorava, mio padre era già tornato in patria. A Dakar, sono stato cinque anni in collegio. Tornare in Africa per me non è stato semplice. A 12 anni, gli amici sono importanti e i miei erano tutti qui in Italia. Il Senegal era il luogo delle vacanze, non avevo amici, non conoscevo nessuno, tranne i miei cugini. Ho fatto fatica ad ambientarmi, al punto che ho messo in atto una forma di resistenza: non volevo parlare francese e, per non perdere il mio italiano, leggevo in continuazione i Topolino e i Tex che mi ero portato dall’Italia. Per più di un anno mi sono rifiutato di parlare francese, ma poi mi hanno confiscato tutti i miei fumetti, ho cominciato a parlare francese e purtroppo ho perso l’abitudine di leggere Topolino. In Senegal, ho proseguito gli studi fino alla maturità, poi sono andato in Inghilterra. Il mio sogno era studiare Relazioni internazionali per lavorare nell’ambito diplomatico. Mia madre lavora al consolato del Senegal, qui a Milano. Quando avevo dei giorni di vacanza mi portava in ufficio con lei e quell’ambiente mi è sempre piaciuto molto. Per intraprendere gli studi diplomatici dovevo migliorare il mio inglese, per questo motivo dal Senegal sono andato in Gran Bretagna, a Manchester. Lì sono stato un anno, ho imparato l’inglese, ho lavorato come cameriere, e ho anche giocato a calcio in una squadra locale. Dopo forse un anno, mia madre e mia zia mi hanno chiamato e mi hanno detto basta: “Devi fare una scelta, devi entrare in università”. Questa volta senza fare resistenzasono un uomo di pace abbiamo discusso: mi hanno proposto di andare a Parigi o andare in Marocco ad Agadir e io ho scelto Agadir. Perché non mi piace la Francia e non mi piace Parigi. Non è questione di razzismo, ci sono stato e il clima è quello che gli inglesi chiamano gloomy: è una città un po’ scura, la gente ha il muso e non si mangia benissimo. Per me l’ambiente è la prima cosa: stare lì per tre anni sarebbe stato pesante. Mio padre era operaio e mia madre ha sempre lavorato come assistente al consolato del Senegal. La mia ambizione è lavorare nell’ambito del marketing, export management, in generale nell’ambito commerciale per fare esperienza. Il mio sogno però è quello di avere un’impresa tutta mia. Mi piacerebbe lavorare nel campo immobiliare. A dicembre finirò il master di International management all’università Cattolica di Milano. Non ho avuto una borsa di studio: mia madre, come sempre, ha fatto lo sforzo di pagarmi questo master. Fortunatamente sono figlio unico. Ad Agadir mi sono laureato in Business administration. Adesso sono stato preso da un programma dell’ITA (Italian Trade Agency), e dal prossimo agosto andrò a lavorare in una compagnia che si trova in Veneto. Il mio compito sarà quello di esportare i loro prodotti a Dubai. Sono stato fortunato perché, su ventitré, ne selezionavano dodici e sono stato preso. Mia madre ha sempre voluto che io mi concentrassi sullo studio. Ho avuto alcune opportunità nel calcio – avevo una proposta di provino per una squadra di terza divisione in Inghilterra – e anche in atletica, però ho deciso di ascoltarla. Ho la cittadinanza italiana, ma io mi sento un po’ “perso”: se mi chiedete da dove vengo, non posso dirvelo perché ho girato troppo. Infatti il mio luogo ideale, dove mi sento a casa, è la palestra perché quando giochi in una squadra non ci sono difficoltà né troppe differenze. Non conta il colore della pelle o il nome, tutti giochiamo nella stessa squadra.

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Credits: radici.online

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