Il long read di questa settimana è dedicato al libro scritto da Esi Edugyan. Protagonista di questo racconto, degno di Jules Verne, è un undicenne schiavo nero che lavora nelle piantagioni di zucchero dell’isola di Barbados. Un nuovo padrone, visionario inventore, lo porterà con sé verso la più incredibile delle avventure.

Esi Edugyan
Le avventure di Washington Black 
2019 Neri Pozza

Il nome Caraibi evoca il paradiso in terra. Mare trasparente, spiagge bianche, palme rigogliose. Ma una volta è stato anche l’inferno. L’isola di Barbados nell’Arcipelago delle Antille, colonizzata dall’Impero Britannico, svuotata dagli indigeni venne ripopolata da schiavi importati dall’Africa fino a meno di due secoli fa, fino agli anni Trenta dell’Ottocento. Schiavi, come migranti coatti, sono i protagonisti di questo romanzo scritto da Esi Edugyan, pluripremiata scrittrice canadese di origini ghanesi. Protagonista assoluto del romanzo è Wash, Washington Black all’anagrafe, schiavo undicenne nella piantagione di canna da zucchero quando muore il padrone. Gli eredi che arrivano incutono terrore. Ma non sono tutti uguali. Tra loro c’è il visionario inventore Titch Wild a cui Wash viene affidato, che lo tratterà come un essere umano. Come se non ci fossero le catene e lo stato sociale a dividerli, coinvolgendolo in un viaggio a bordo di una macchina volante ricco di peripezie. Fino a una libertà non senza pericoli. Le avventure di Washington Black alla fine è anche un grande romanzo di avventure. Che ha fatto dire al New Yorker: “Un diario di viaggio rocambolesco ed esilarante che ricorda Jules Verne”.
Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore Neri Pozza pubblichiamo un estratto del libro.

Quando venni a sapere che gli inglesi volevano organizzare nelle Indie un sistema di apprendistato, provvedimento che indicava la vera fine della schiavitù (o almeno era questo che credevo), io e Medwin uscimmo a festeggiare.
Entrammo in una taverna lurida e bevemmo la feccia che probabilmente qualcuno aveva acquistato in una distilleria illegale. Era una bella serata limpida e l’odore delle alghe era così forte da riempire perfino le sale interne con un fetore di marcio, simile a quello del sangue. I genitori di Medwin erano americani, quindi quella non era una grande occasione per lui, ma aveva capito che cosa significava per me e mi aveva offerto da bere.
«Bene» disse levando il bicchiere.
«Bene» dissi, facendo altrettanto.
E poi sprofondammo in una specie di silenzio, Medwin si mise a fischiettare piano e a guardarsi intorno.
Avevo la testa piena di pensieri su Faith, Gaius e soprattutto Big Kit. Che ne sarebbe stato di lei, ora che sarebbe stata completamente libera? Si sarebbe messa a vagare per il mondo come avevo fatto io, da sola, senza poter placare la propria inquietudine? O avrebbe trovato una strada? Dove sarebbe andata? Sarei riuscito a rintracciarla? E lei avrebbe desiderato essere trovata? Poi mi venne l’idea che non fosse sopravvissuta, che fosse morta. Non so perché, ma ormai mi era entrata nella testa e si era insediata lì, come un dolore acuto. Bevvi un
sorso e mi resi conto che mi tremavano le mani.
Forse Medwin se ne accorse, ma non disse niente. Invece, allungò la schiena sulla sedia e, tirando fuori dalla tasca il fazzoletto logoro, cominciò a tormentarne i bordi con le grosse dita.
A un tratto al nostro tavolo si accostarono due uomini dal viso scuro, come sbucati dal nulla. Nella debole luce gialla delle poche lanterne appese al soffitto intravidi le loro fronti nere e lucide e le loro bocche umide e contorte. Non li conoscevo; uno era rasato e aveva una gamba arcuata, l’altro era piuttosto basso con mani enormi inadatte a quel corpo così piccolo. Eppure, pur essendo così bizzarri, guardavano me come se fossi una creatura repellente.
«Hai visto la faccia del negro?» biascicò quello alto rivolto all’amico.
«Cazzo» gli rispose, e sentii che il fiato gli puzzava di vomito. «Cristo».
«Chi ha lasciato entrare questa roba?» gridò il primo, cercando di mettere a fuoco lo sguardo su di me. «Merda».
«Sembra una roba trascinata in giro da un carro».
«Maledizione, negro. Avresti dovuto pregare che ti ammazzassero».
Sentivo che, davanti a me, Medwin cominciava a sorridere.
«Lo trovi divertente?» disse il più basso.
«Guardalo come ride. Come un imbecille».
«Lo trovi comico? Meglio che ti togli subito di torno prima che ti spezzi quel collo del cazzo. Prima che ti riempia di botte».
«Ma perché sto sprecando il fiato con questa immondizia?»
«Immondizia. Tutti e due».
«Che spreco di fiato, solo a dirlo. Adesso basta parlare». «Cosa?» sbottò Medwin così all’improvviso che i due uomini tacquero, come se fossero rinsaviti all’istante. Quello alto si inumidì le labbra scure. «Ho detto che ne
ho abbastanza di parlare, negro».
«Cosa?» ripeté Medwin.
«Ma cos’hai nelle orecchie, la merda? Ne ho abbastanza di parlare».
Medwin mi rivolse un sorriso. «Si direbbe proprio il contrario, eh?»
Io chiusi gli occhi e avvertii, come una pressione, che stava per arrivare il colpo. Poi sentii Medwin spaccare il bicchiere sul bordo del tavolo e alzai gli occhi in tempo per vederlo conficcare il coccio di vetro in una faccia sconvolta, e poi nell’altra.

© Esi Edugyan 2019

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