Una nuova rubrica per chiedere a supporter, imprenditori, partner come sarà la loro estate dei mai più, mai più un estate come questa, e i loro progetti per superarla. Con un questionario che prevede anche una domanda su NRW per vedere cosa li colpisce di più della nostra narrazione. Partiamo con Sergio Scalpelli, chief institutional ed exsternal Relations Officer di Fastweb.

Sergio Scalpelli è direttore delle relazioni esterne e istituzionali di Fastweb. Nel 1996 partecipa alla fondazione del quotidiano Il Foglio di Giuliano Ferrara e dal 1982 al 1991 ha diretto la Casa della Cultura di Milano. È stato assessore comunale nella giunta Albertini. Presidente dell’associazione Pierlombardo Culture, nel 2019 ha rilanciato il Centro Brera: la biblioteca storica dei giornali socialisti Critica Sociale e Avanti. Continuando così a coniugare passione politica e culturale. 

Come si chiama e quanti anni ha? 

«Sergio Scalpelli, 60 anni».

Si descriva in tre aggettivi. 

«Curioso, ironico, propenso al cambiamento».

Il suo lavoro in una frase.

«Divertente».

Dove ha vissuto negli ultimi 10 anni? 

«Milano».

Qual è l’aggettivo che meglio descrive questa estate così particolare?

«Inaspettata».

Durante il lockdown sapevamo cosa fare: stare in casa.
Adesso, invece, il futuro è più incerto: quali sono i suoi progetti per i mesi a venire?

«Riprendere i legami sociali oltre la dimensione professionale».

Qual è la sfida più grande che questa situazione pone alla sua attività o al suo lavoro? 

«Accettare lo smart working come condizione quotidiana».

Qual è invece il valore o la lezione che questi mesi di chiusura le hanno insegnato? 

«Che l’impensabile può entrare in qualsiasi momento nelle nostre vite».

L’abitudine, il gesto o il luogo tipicamente estivo che nei prossimi mesi le mancheranno?

«Stromboli».

Il motto di NuoveRadici.world è “Navigate con noi nella società che cambia”. Le chiediamo di guardare il nostro sito e dirci qual è la storia, tra quelle che abbiamo pubblicato, che secondo lei segna il cambiamento e perché.

«Scelgo Blues in Mi. Ritengo decisiva la sfida delle periferie metropolitane, sia per ciò che attiene l’accoglienza, la gestione, l’integrazione dei migranti che più in generale per la qualità della vita urbana. Inchieste e racconti come Blues in Mi ci consegnano storie belle, ma anche uno spaccato di come si vive e si può valorizzare una dimensione di comunità e di contaminazione culturale. È un buon giornalismo di racconto con una bella capacità di scavare nella vita della città».

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