L'ultimo rapporto dell'Associazione Carta di Roma commentato da Vitalba Azzollini.

Sono tempi nei quali il “conoscere per deliberare” di Luigi Einaudi ha assunto una importanza particolare: serve conoscere le chiavi di lettura per capire davvero, per essere informati in concreto e per poter così deliberare, cioè valutare con cognizione di causa ciò che accade nel Paese. Perciò assume una valenza rilevante l’analisi relativa al rapporto tra i media italiani e il tema dell’immigrazione, svolta annualmente dall’Associazione Carta di Roma – network che, mediante campagne di comunicazione ed iniziative pubbliche, intende favorire una informazione responsabile e corretta sui temi legati all’immigrazione – con l’Osservatorio di Pavia. L’ultimo report, presentato alla Camera dei Deputati l’11 dicembre scorso, Notizie di chiusura, si pone una domanda essenziale, cioè quale sia la responsabilità dei mezzi d’informazione rispetto al crescente clima di ostilità verso immigrati e rifugiati in Italia. La risposta può essere fornita individuando la chiave di lettura delle notizie – quella cui si accennava all’inizio – vale a dire il filo conduttore dell’informazione sul fenomeno migratorio negli ultimi tempi: “l’emergenza permanente”.

L’analisi dell’Associazione ne dà puntuale dimostrazione: «il lessico adoperato dai media» inquadra il fenomeno migratorio «in una cornice di crisi infinita, endemica, che muta nel tempo e dilaga dalla cronaca al dibattito politico, interno all’Italia e tra istituzioni europee», nonostante «il significativo decremento di arrivi di migranti nella seconda metà del 2017 e nel 2018». I risultati di questa distorsione della realtà sono soprattutto «titoli surreali» (come, ad esempio, «Gli sbarchi non danno tregua ma quest’anno sono l’80 per cento in meno»), che mirano a colpire il lettore, riproducendo alla lettera al linguaggio della politica. Ma toni allarmistici si rinvengono anche all’interno degli articoli, in tema di criminalità, sicurezza e terrorismo, nonché con riferimento ai flussi migratori, mediante l’uso reiterato di termini quali “invasione”, “allarme”, “emergenza”.

Come ha scritto il politologo Ilvo Diamanti a margine del rapporto dell’Associazione Carta di Roma, l’atteggiamento dell’informazione è scivolato, «in modo rapido e lineare, dalla “pietà” verso la sofferenza degli “altri”, all’in-sofferenza, tout court. Gli altri, cioè, diventano “altri”, lontani e diversi da noi. E suscitano sospetto. Rifiuto». L’evoluzione, la successione dei termini-chiave utilizzati dai media comprovano quanto affermato da Diamanti: basti pensare che «nel 2013, la parola simbolo dell’anno è “Lampedusa”, la cornice quella della crisi umanitaria. Il termine simbolo dell’anno successivo, il 2014, è “Mare nostrum”, la cornice si amplia e prende la forma di una crisi inarrestabile, minacciosa come una calamità naturale. Nel 2015 la parola simbolo è “Europa” e la cornice assume i caratteri di crisi politica. Il termine simbolo del 2016 è “muri”, quelli reali e simbolici issati ai confini e nel cuore dell’Europa, la cornice si amplia a crisi sistemica dell’Ue, minandone i principi fondanti. La parola simbolo del 2017 è “Ong”, con la genesi del sospetto sugli operatori umanitari, e la cornice diventa crisi di rigetto, alimentata anche da efferati casi di criminalità. Nel 2018, la parola simbolo è “Salvini”, (…) la cornice muta in crisi valoriale, per l’inasprirsi del confronto politico europeo e lo sfaldamento del tessuto condiviso di valori comunitari». E con l’avvento al governo di Salvini le espressioni più usate, riprese in maniera amplificata da televisioni e giornali, divengono “pacchia”, “crociera”, “clandestino”, “la paghetta dei 35 euro”, “invasione”»: espressioni adoperate per fare propaganda, ma «lontanissime dalla realtà oggettiva». Qual è la conseguenza indotta da questo tipo di informazione che, nel riportare il linguaggio della politica, ne riproduce le mistificazioni promozionali? È una significativa incidenza nei sentimenti dei cittadini. «La percezione che abbiamo del fenomeno migratorio cambia gli umori, genera paura. E quella percezione è fondata sulla distorsione della realtà veicolata da parole come “clandestino”, come “invasione”». In altri termini, negli ultimi anni, all’evoluzione in senso negativo del linguaggio utilizzato ha corrisposto, contestualmente, un’evoluzione nel medesimo senso del clima nei confronti dell’immigrazione.

E i migranti, in via diretta, quale spazio hanno sui mezzi di informazione? Di norma, essi vengono interpellati dai media «in cornici narrative e contesti tematici negativi», quali «il degrado nelle città, lo spaccio di droga, i fatti violenti». Va registrato che, rispetto agli anni precedenti, aumentano i loro interventi in «contesti narrativi positivi e di azione». Tuttavia, con l’esclusione dello sport e delle arti, ciò che ancora davvero manca è la loro presenza sui media al di fuori dei servizi centrati sulle migrazioni: tale presenza è pari solo al 2%. «La normalità delle professioni, l’individualità delle esperienze di vita, l’opinione di esperti stranieri sono assenti nel racconto televisivo dei notiziari». E l’assenza evidenziata dal Rapporto dell’Associazione Carta di Roma è proprio quella che la narrazione di NuoveRadici.World vuole colmare.

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