Con la visita all'Accademia per l'integrazione creata a Bergamo, inizia il ciclo delle interviste ai sindaci, sempre più esposti sul tema dell'immigrazione.

Giorgio Gori è consapevole del rischio ad esporsi sul tema dell’immigrazione, sopratutto in vista di una sua ricandidatura alla guida di Bergamo. Ma sa anche che bisogna dimostrare ai cittadini, sempre più ostili agli stranieri, che il binomio sicurezza e integrazione non rappresenta un ossimoro, anzi. E per questo motivo ha deciso, grazie alla supervisione del sui capo di gabinetto Christophe Sanchez, di aprire l’Accademia per l’Integrazione per usare in modo virtuoso i famosi 35 euro destinati ai richiedenti asilo diventati uno degli slogan più fruibili per il ruspante vicepremier Matteo Salvini.

A caldo, alla vista di 30 giovani uomini, in maggioranza africani, in divisa blu, che si devono allineare prima del pranzo per l’appello, l’impressione è quella di stare in un collegio. E sconcerta un po’ venire a sapere che è vietato parlare in altre lingue, tranne l’italiano. Ma l’obiettivo di questo esperimento, per ora dedicato a 30 persone che diventeranno 60 nel gennaio del 2019, è dimostrare che i diritti si conquistano e comprendono anche i doveri. Chi entra qui deve avere una grande motivazione a restare in Italia, a seguire i corsi di italiano alla mattina, a fare volontariato al pomeriggio, anche per mostrare ai cittadini di voler restituire alla comunità la chance che viene data loro. E poi, un volta imparato l’italiano ci sarà tirocinio e stage per entrare in un’azienda.

E, nonostante il piglio militaresco, pare un posto migliore rispetto ai ghetti dei centri di accoglienza, per quanto meno affollati per via dei dinieghi alle richieste di protezione umanitaria (il decreto sicurezza non è retroattivo, ma la tendenza si era già invertita nel 2017). Le regole sono rigide, ma a parlare con i migranti selezionati per entrare all’Accademia che sono passati dalle cayenne in Libia, non paiono scontenti. Semmai timorosi perché sanno di non essere ospiti graditi da nessuna parte, o quasi, ormai.

Il sindaco di Bergamo ha coinvolto sette aziende della Confindustria, per incrociare domanda e offerta e va avanti, pur sapendo che mettere la faccia sul tema controverso dell’integrazione è una scelta difficile. Con un decreto sicurezza che vuole ridurre i costi dell’accoglienza è una sfida controvento, ma è sempre meglio creare un esperimento criticato sia da chi non vuole i migranti sia da chi vuole accoglierli a tutti i costi – divisi dalle opposte credenze e visioni superficiali di un tema che è come un campo minato -, che stare a guardare i muri che stanno mettendo a rischio ogni possibilità di coesione civile. Come ci ha spiegato Gori con pragmatismo, «Siamo arrivati alla polarizzazione del dibattito sull’integrazione anche perché non siamo stati in grado di gestire i flussi migratori». E insomma bisogna fare i conti con l’enorme macchina burocratica che non ha saputo tenere aperta la via delle quote legali e anche con il Paese che è cambiato, ci ha detto.

Durante la nostra conversazione è stato prudente e attento a non attribuire la responsabilità della povertà del dibattito sull’immigrazione esclusivamente alla narrazione drastica dalla Lega. E ha insistito molto sui doveri che devono avere anche gli aspiranti rifugiati a restare in Italia. Con uno sguardo alle elezioni comunali che verranno, certo, ma anche perché convinto che il binomio integrazione-sicurezza vada sottratto dalle mani dei sovranisti. «Anni di attesa nei centri a aspettare una risposta delle commissioni preposte a concedere la protezione umanitaria o lo status di rifugiato, il piano di rimpatri che resta una chimera favoriscono illegalità, lo sappiamo». Lui parla soprattutto di «Una drammatizzazione calcolata dell’immigrazione, che è stata ridotta solo all’emergenza, agli immigrati irregolari e ai reati», ma anche di errori fatti in passato. «Mi ha colpito un dato», spiega a NuoveRadici.World. «A Reggio Calabria, il tasso di autorizzazione alle richieste di visti umanitari ha raggiunto l’84%». Come dire che bisogna chiedersi a cosa servisse tanta manovalanza straniera in un territorio che non è produttivo sotto il profilo economico. Evviva l’accoglienza, quindi, ma se viene fatta con una logica di inserimento e attraverso un criterio più equilibrato fra diritti e doveri. Anche se quando gli raccontiamo fino a che punto stanno avanzando le nuove generazioni, il cui racconto resta sommerso solo per la pigrizia dei media, oltre che per colpa della polarizzazione del dibattito politico che riguarda una piccola minoranza di migranti, anche lui è un po’ sorpreso.

Ecco perché abbiamo deciso di iniziare un ciclo di interviste dei sindaci che più dovranno fare i conti con l’impatto del decreto sicurezza, certo, ma anche rendersi conto della portata del cambiamento e creare alleanze coi nuovi cittadini che escono dalle università con desiderio di essere riconosciuti, visibili e accettati. Nella speranza, come già già succede in alcuni, pochissimi Comuni (come ad esempio a Prato), che almeno gli amministratori siano in grado di aprire le porte ai cambiamenti. L’Accademia è già un passo avanti, nel modello di accoglienza che avviene in modo virtuoso solo con i piccoli numeri, come sanno tutti gli addetti ai lavori. Sempre che la novità venga colta e non liquidata come mero assistenzialismo. E non si perda di vista l’obiettivo: l’inserimento sociale e lavorativo di aspiranti italiani che per diventarlo, per usare un francesismo, si fanno un mazzo tanto.

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