Ventisei anni ad ottobre, Efrem è italiano. Adottato a ventidue mesi, subisce suo malgrado gli umori dei suoi concittadini sull'immigrazione perché è di origine etiope. E quando gli dicono che è un bianco per fargli un complimento, lui reagisce indignato ed esclama: «Io sono nero». Giovane imprenditore, non sopporta le caselle in cui vengono confinati, italiani o stranieri immigrati che siano. E difende con veemenza i nostri confini, che gli hanno insegnato a scuola nelle ore di geografia.

Il mio nome è Efrem Antoniazzi. Sono stato adottato all’età di ventidue mesi. Non ho mai voluto andare in Etiopia, non ho mai avuto curiosità di conoscere il Paese dove sono nato. Sono italiano, sono milanese. Non ho avuto bisogno di integrarmi: sono cresciuto, sono andato a scuola qui. Non c’erano molti bambini di colore in quegli anni, ma non sono mai stato guardato come un diverso. Gli unici che forse avevano qualcosa da dire erano i naziskin, ma chi se li ricorda, non si vedono più. Adesso c’è CasaPound, ma non mi hanno mai considerato, mi sono ritrovato ad andare a osservare le loro manifestazioni, quasi volendo provocare l’incidente, ma non è mai successo nulla. Penso che loro siano profondamente fascisti e nazionalisti, ma non razzisti. So di giovani di seconda generazione che li appoggiano o ne fanno parte. Il problema è che chiunque appartenga ad una cultura totalitaria, sia di destra che di sinistra, ha bisogno di dare un nemico al popolo. Ripeto, non ho avuto mai problemi di razzismo, anche perché sono una persona forte con una mia identità ben precisa, non mi faccio scalfire dalle provocazioni e voglio avere sempre l’ultima parola. Il razzismo in sé è debole, dettato da ignoranza, non vale la pena perdere il proprio tempo. Se andassi a parlare con Salvini, sono convinto che, aldilà degli slogan, non troverei nulla. Di fronte a ragionamenti più complessi rivelerebbe i suoi limiti e svicolerebbe, tornando a parlare di migranti.

Il voto contro l’immigrazione è un voto di pancia: viviamo in una società molto ignorante. Nel 2016 mi sono candidato, con la Lista civica di Sala, al comune di Milano e per il consiglio di zona 9. Al consiglio di zona non sono stato eletto per due voti. Questa esperienza mi ha insegnato che nessuno dei due schieramenti politici riesce a rapportarsi con il problema dei migranti e con tutto ciò che l’emigrazione comporta. La destra affronta il problema con ignoranza, la sinistra con supponenza. La sinistra soprattutto ha pensato che bastasse solo l’accoglienza proclamata e sbandierata, senza misurarsi con le conseguenze che questa ha avuto nelle città e sui cittadini. Inoltre, le lotte di potere all’interno della sinistra hanno fatto si che i problemi reali venissero trascurati e gli elettori hanno preferito la destra. La sinistra ha peccato di arroganza, anche qui a Milano. Se dovessi fare un’analisi spiccia, potrei dire che la destra, essendo più sempliciotta, riesce a parlare con la pancia delle persone, mentre la sinistra non perde mai quell’aria di superiorità intellettuale e morale, di chi sa tutto e conosce tutto che fa sentire il cittadino sempre ad un gradino più basso. Questo atteggiamento è stato punito dagli elettori, ma se mi guardo intorno non mi pare sia stato capito, recepito e analizzato. Ad esempio, molti immigrati si sono rotti le palle che la sinistra strumentalizzi e metta tutti nello stesso cerchio, perché non è così. Se vuoi trovare i più estremisti, basta che vai nei quartieri di immigrati, quelli che si sono ormai integrati: se tu vai da loro, ti dicono “Ma perché li fate entrare questi immigrati?”.

Negli ultimi sondaggi si legge che il sessanta per cento degli italiani è d’accordo con la chiusura dei porti. Io so che vorrei i porti aperti, e la difesa dei confini europei nel Mediterraneo. Quando mi chiedono chi sono politicamente, rispondo che la destra mi teme, la sinistra non mi capisce.

Problemi ne ho quanto gli altri, combatto con le difficoltà quotidiane del lavoro: gestisco due cooperative sociali, di una sono presidente. Per questo il colore non l’ho mai vissuto come un problema. Devi sempre capire chi hai davanti, per me i fattori ignoranza, frustrazione e paura sono i più pericolosi. Se hai davanti a te persone soddisfatte della loro vita, sicuramente non avranno mai atteggiamenti negativi. Un esempio: ho notato che, nelle grandi aziende, chi sta ai vertici ha un atteggiamento più umano e disponibile di chi ha ruoli più bassi, dai quali sei visto come un pericolo. Insomma la guerra dei poveri è in atto. Per questo non penso che esista un razzismo vero e proprio, ma invece un atteggiamento di brutta competizione tra persone, belli e brutti, bianchi e neri, ricchi e poveri. Ad esempio, se vesto bene, nessuno mi guarda con malignità, ma se sono smandrappato mi guardano come un profugo, per cui con cattiveria.

Sono sicuro, però, che lo stesso atteggiamento lo avrebbero con un bianco. In questi ultimi anni il clima è peggiorato. Un giorno un ragazzo è entrato in negozio per chiedere lavoro, e si è stupito perché avrebbe dovuto stare alle mie dipendenze. Insomma non era giusto che un nero fosse il datore di lavoro e lui il commesso. Stanno venendo fuori tutti i più bassi istinti. Certo, la cosa più fastidiosa è che mi chiedano i documenti in ogni occasione, soprattutto in aeroporto. Non posso dire di aver mai subito discriminazioni nella mia vita, adesso però percepisco di essere diverso, perché io non ho mai problemi di integrazione. Dalle medie non prendo più i mezzi pubblici perché mi dava fastidio notare alcuni sguardi pieni di pregiudizio. Il pregiudizio è presente anche nella frase di molti amici, quando qualcuno dice «Ma tu non sei nero!» oppure «Perché non ti trovi una fidanzata di colore». Cosa significa? Sono semplicemente Efrem.

 

 

 

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