Ada Ugo Abara, nata in Nigeria, dice di sentirsi a suo agio solo in Veneto ma anche lei appartiene a quella generazione che ha (ri)scoperto a modo proprio il panafricanismo.

Sono nata ventisei anni fa a Benin City in Nigeria e sono arrivata in Italia a dieci anni. Quando con mio fratello abbiamo raggiunto la nostra mamma a San Biagio di Callalta, vicino a Treviso, era il 2002. Sono cresciuta a San Biagio di Callalta, in provincia di Treviso, perciò sono veneta e trevigiana. Ora lavoro a Latina e mi sento un pesce fuor d’acqua. Qui mi sentono parlare e mi dicono: «Tu vieni dal Nord» ed io replico «Sì, sono veneta». Quando torno in Veneto, appena inizio ad avvicinarmi ai nostri confini e sento le persone parlare il dialetto, mi sento subito a casa, tutto lo stress accumulato svanisce. Molti non mi capiscono, ma crescere in Veneto è un’esperienza che ti segna, insomma per me è “casa”. Mio fratello, che si è laureato in Ingegneria dell’automazione e si trova in Germania per un dottorato, sente molto la mancanza di casa. Anche lui quando torna a Treviso ritrova la sua dimensione. Nonostante le mille contraddizioni, siamo a casa solo in Veneto, io passo molto tempo a difendere questa meravigliosa regione. La Nigeria è anche lei casa, anche se non ci torno da parecchio tempo. È casa perché lì ho la mia famiglia di origine, zii e cugini. Ovviamente, vivendo in un contesto diverso, il nostro è un rapporto mediato da una lingua diversa, l’inglese, che è la mia lingua madre, ma mi sento comunque più a mio agio quando parlo in italiano, perché sono me stessa. In inglese non sono altrettanto simpatica e ironica, quindi anche se la Nigeria è casa, è anche un dato di fatto che appartengo soprattutto all’Italia. Treviso e Padova sono le mie città di riferimento. Nonostante tutto questo, né la mia mamma né noi abbiamo ancora la cittadinanza italiana. I documenti che vengono richiesti e le lungaggini burocratiche hanno portato a ritardi.

In Italia mi sono formata e all’Università di Padova mi sono laureata con lode in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali, Diritti Umani. Mi sono poi trasferita all’Università di Torino, dove ho preso la laurea magistrale in Cooperazione, Sviluppo e Innovazione nell’Economia Globale. Durante i due anni a Torino, confrontandomi con i miei amici, abbiamo dato vita all’associazione Arising Africans con sede a Padova. L’associazione è il frutto di discussioni e confronti tra noi studenti, il punto di partenza è stata la mancata attenzione da parte dei media nei confronti degli afroitaliani come noi, che hanno fatto percorsi di crescita e formazione in Italia. Quando i media affrontavano l’immigrazione africana usavano un linguaggio pietistico e offensivo verso le popolazioni rappresentate e soprattutto l’unico riferimento erano le campagne delle Ong, che mostravano il solito bambino con la pancia gonfia e la mosca sul naso. Questa è la rappresentazione che si dava e ancora si dà quotidianamente. Poi per dare un’immagine diversa e apparentemente più inclusiva, ci si limitava ad intervistare persone appena arrivate in Italia, non ancora in grado di esprimersi propriamente e li si consideravano una rappresentazione di una fetta intera della popolazione in Italia. Sono cresciuta, sentendomi una eccezione, perché quando facevo notare frasi razziste, mi dicevano: «No, ma non sei tu, sono loro» e si tendeva spesso a fare questa distinzione.

Mi sentivo veramente una eccezione alla regola, pensavo che l’immigrazione dai paesi africani fosse tutta di un certo tipo e che ero io con la mia famiglia ad essere diversa da chi stava arrivando, insomma che noi eravamo speciali. All’Università, però, ho incontrato altri studenti come me, che provenivano dal resto d’Italia e dall’Africa ed erano cittadini a tutti gli effetti, non avevano nulla in meno rispetto agli altri, avevano vissuti e percorsi simili ai miei e avevano avuto le mie stesse difficoltà con la burocrazia italiana. Così, in un momento di sconforto di fronte a questa narrazione che assumeva anche toni violenti a cui, purtroppo, ci siamo abituati, abbiamo deciso di creare l’associazione per offrire il nostro punto di vista, perché, volevamo affermarci in quanto afroitaliani, nati o cresciuti in Italia, che si sentivano parte sia del contesto italiano sia del contesto di provenienza loro o dei genitori. Abbiamo messo insieme le nostre forze per cercare di cambiare una narrazione che non ci rappresenta, per rompere quel muro di diffidenza e superiorità che gli italiani provano quando ci incontrano per la prima volta a causa del colore della nostra pelle, senza chiedersi chi siamo realmente.

Noi siamo cittadini come gli altri, la nostra identità non si limita alla nostra provenienza, siamo molto altro, come i nostri coetanei europei. Per questo, con Arising Africans, vogliamo avvicinare i nostri concittadini al nostro background, raccontare loro la storia e la cultura africana che non sia legata solo al colonialismo del nostro continente o alla tratta degli schiavi, ma mostrare la complessità di un continente ricchissimo di storia e cultura. La nostra prima campagna è stata in collaborazione con Redani (Rete della diaspora africana nera in Italia), “Anche le immagini uccidono”. Ogni anno a Padova, diamo vita ad un Festival afroitaliano in cui portiamo il meglio delle nostre due culture, quella italiana e quella africana. Raccontiamo come queste due culture si coniugano nelle nostre scelte di vita. Molte volte mi chiedono come mai molte delle nostre attività si svolgono in Veneto, infatti in questa regione a Padova è nata Arising Africa e il nostro Festival afroitaliano e anche la African Summer School è nata qui, a Verona. Molto probabilmente, anzi sicuramente, perché qui ci siamo cresciuti e formati. A Latina lavoro come consulente e mi occupo di due progetti: corsi di formazione per operatori del terzo settore e del Summit nazionale delle diaspore. Il Summit si propone di creare un dialogo e una collaborazione tra le associazioni delle Diaspore in Italia e coinvolgerle nella cooperazione internazionale e italiana. Faccio parte anche del Coordinamento nazionale nuove generazioni italiane, il Conngi, che punta a portare avanti le istanze delle nuove generazioni in Italia.

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Credits: radici.online

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