Vent'anni e origini egiziane, il fondatore dell’associazione che vuole promuovere il dibattito politico tra le giovani generazioni racconta quali sono le sfide che attendono i nuovi italiani.

Karim Elfeky, 20 anni, origini egiziane, in Italia dal 2009, studente di Economia e Management a Brescia, dove vive, fondatore di Face to Face, l’associazione che vuole promuovere il dibattito politico tra le giovani generazioni, indipendentemente dalle idee e dalle origini, ha idee chiare: «Noi giovani siamo già il presente. Grandi sfide, come quelle per il clima, ci vedono già protagonisti. Siamo noi a dire che conta di più la salute dei cittadini che gli interessi economici. Questo è il nostro messaggio. E prima o poi toccherà a noi decidere».

Dall’Egitto a Brescia…

«Mio padre lavorava già qui da vent’anni. Abbiamo molti parenti nella zona. È stato un ricongiungimento familiare. Quando sono arrivato facevo la quarta elementare».

Oggi è all’università e le è venuto il pallino per la politica..

I giovani sono interessati alla politica ma mancano i luoghi del dibattito. Face to Face li promuove anche online. Tutti sono benvenuti. Anche se di idee diverse. C’è pure chi pensa che i porti debbano rimanere chiusi.

Come mai siete soprattutto voi nuovi italiani o di origine straniera ad essere più sensibili alla politica?

«Siamo stati formati dalle condizioni dei nostri genitori. Non parlavano italiano, vivevano di fatica… Abbiamo capito presto che nella società ci sono molte cose che vanno cambiate».

Per un italiano di origine straniera c’è un problema di rappresentanza politica?

«Io ho la cittadinanza. Ma voglio parlare non perché mi chiamo Karim. Penso ai cittadini italiani, non solo agli stranieri».

Ha detto che nella sua associazione ci sono anche persone che vogliono i porti chiusi.

«Porti chiusi o porti aperti è solo propaganda. L’immigrazione clandestina è un reato. Ci vogliono soluzioni concrete, di tutta l’Europa. Un’Europa non disgregata come quella di oggi che si divide su tutto, pure sulla Libia».

Ha seguito il balbettante dibattito sullo ius soli?

«Non si deve avere paura. Chi nasce qui non arriva dal nulla, ha già fatto propria la cultura italiana. Con una grande contraddizione: sono persone che vanno a scuola ma non sono riconosciute come cittadini. Molti di loro non sanno nemmeno l’arabo».

Lei lo parla?

«Sì, anche perché mia madre è un’insegnante».

Lei pensa che questo sia un Paese razzista?

Non si può dire che lo sia. Anche se alla televisione la propaganda è forte. Ma alla fine sono solo stereotipi. La strategia del nemico esterno serve solo a cementare l’opinione pubblica. Ma nessuno mi vede come Karim l’immigrato che ruba il lavoro agli italiani.

Nei giorni scorsi avete promosso a Brescia una riuscita manifestazione per George Floyd. Una parte della comunità afroitaliana pensa che i bianchi, in quanto bianchi, debbano stare un passo indietro. Che ne pensa?

«Non ha senso. Non si può parlare ancora di razza nel 2020. Lo dico io: i diritti non si misurano dal colore della pelle, dal livello di abbronzatura. Chi tace è complice. L’indifferenza uccide».

Il suo futuro dove lo vede, in Italia o in Egitto?

«L’Italia è il mio Paese. Sono un italiano con un background straniero. Quando vado in vacanza in Egitto, dopo un po’ mi sento a disagio. Ed è pure capitato che mi dicessero: “Torna al tuo Paese…”»

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