Perché investire su un professionista, se poi non gli si permette di lavorare nel pubblico? In questa intervista il primario di Cardiologia del Nomenatana Hospital di Roma racconta cosa voglia dire per lui essere un dottore di origini straniere. E quale sia stata la sua grande fortuna.

Kamran Paknegad, 60 anni, nato in Iran — «Ma io preferisco sempre dire Persia», ripeterà più volte — in Italia dal 1979, cittadino italiano da 32 anni, da 15 anni primario di Cardiologia al Nomentana Hospital di Roma, professore universitario a contratto alla Sapienza di Roma, segretario generale di Amsi, l’Associazione dei medici stranieri, giura di non essere stato mai tentato di andare a svolgere la professione all’estero, anche se le occasioni non sono mancate: «Non sono un mercenario. Non sono diventato medico per arricchirmi. Mi sono laureato in Italia. Ogni medico costa 250 mila euro allo Stato per la formazione. Per questo il governo deve intervenire sui medici di origini straniera che non possono lavorare nel pubblico se non hanno la cittadinanza. C’è assoluta necessità di occupare i posti vacanti in un settore come la sanità che versa in condizioni gravi e pericolose. I medici stranieri sono pronti a lavorare. E non c’è differenza con i medici italiani. I medici sono medici, italiani e stranieri sono uguali».

Professor Paknegad, quando è arrivato in Italia?

«Nel 1979. Avevo 20 anni. Vengo da una famiglia benestante. Avevo un cugino che abitava in Germania. Mi diceva che in Europa le università erano buone. Che mi sarei potuto laureare lì e poi sarei tornato in Persia per fare una bella carriera. In quell’anno si insedia Khomeini, cambia l’aria nel Paese. Avevo altri parenti a Ferrara. Decido di venire in Italia con un visto di studio».

Dove si laurea?

«Prima mi iscrivo all’Università per stranieri di Perugia. Dove sostengo l’esame obbligatorio di italiano e poi quello propedeutico per Medicina. Si poteva scegliere tra Bologna, Roma e Ferrara. Per un problema anagrafico ho dovuto aspettare 10 mesi ma poi mi sono iscritto alla Sapienza di Roma. Dove mi sono laureato con il massimo dei voti con lode in Medicina con specializzazione in Cardiologia».

Anni duri, da solo a Roma…

«I miei genitori non mi potevano mandare soldi. Ho lavorato come cuoco, lavapiatti, vendevo giornali, mi alzavo alle 3 del mattino finito il giro dei giornali andavo in università. Poi ho lavorato in una piccola azienda che produceva estintori. Con quei soldi mi pagavo l’affitto e da mangiare. Al sesto anno ho vinto una borsa di studio. Un giorno che non potrò mai dimenticare. Mi davano 700 mila lire al mese. Per me era un tesoro».

Da lì la sua carriera inizia a decollare…

«Al dipartimento di Cardiologia conosco il professor Reale, un luminare conosciuto a livello internazionale. Vedeva le mie capacità. Ho fatto il concorso. Lavoravo in un centro di Telemedicina, si facevano elettrocardiogrammi. Nel 1993 finisco la specializzazione. Sono sempre al Policlinico Umberto I. Sono in Terapia Intensiva, si lavora 12 ore al giorno, spesso si saltano i pasti. Tre o quattro volte la settimana sono in una clinica privata. Da 15 anni sono primario di Cardiologia al Nomentana Hospital di Roma e sono professore associato alla Sapienza».

Anche se ha richiesto molta fatica e molto impegno la sua carriera non sembra risentire quello che provano oggi i medici stranieri che vogliono lavorare in Italia.

Sono cittadino italiano da 32 anni. La mia grande fortuna è stata arrivare in Italia molto presto. Ho potuto iscrivermi all’Ordine dei Medici. Alla fine sono in questo Paese da 40 anni. Mi sento italiano a tutti gli effetti.

Mai un problema?

«Sono in Italia da tanti anni. Vengo da una famiglia culturalmente elevata. Non ho mai avuto problemi ad adattarmi».

Se lei volesse, da cittadino italiano, potrebbe concorrere a posti pubblici. Molti suoi colleghi stranieri, solo perché non hanno la cittadinanza, non possono. 

Non si può accettare una legge che impedisce ai medici stranieri di partecipare ai concorsi pubblici. Siamo medici molto preparati. Solo perché stranieri non possiamo essere pagati 7 euro all’ora in certe cliniche private. Meno di quanto prende una collaboratrice domestica. Ci sono molti medici italiani che vanno all’estero perché sono pagati meglio e trattati meglio.

«In Italia ho letto mancano già oggi 8 mila medici. Ci sono volte che non si riescono a coprire i turni per mancanza di personale. Anch’io faccio i turni di notte ma non mi lamento. Se non ti piace il lavoro non puoi fare il medico. Non è un lavoro come tutti gli altri. I medici devono essere valutati per la loro preparazione e professionalità, non per la cittadinanza. Ho due medici egiziani nel mio staff. Sono bravissimi». 

Alcune regioni di fronte alla carenza di medici italiani si stanno già muovendo.

«Sì, ho letto che in Veneto, Lombardia e Lazio ci si rivolge ad agenzie private per coprire i posti. Se ci sono i medici assumiamoli. Non siamo di serie B. Parliamo bene italiano, sappiamo entrare in sintonia coi pazienti».

Molti suoi colleghi medici stranieri accusano il vostro ordine professionale di avervi ostacolato.

«Faccio parte di tre commissioni dell’Ordine dei Medici. La difesa della casta c’è stata quando c’erano troppi medici e pochi posti di lavoro. Ma la vera colpa è quella della politica che non ha saputo intervenire. Quando mancano così tanti medici bisogna fare qualcosa. Non si può chiedere a un medico di lavorare 12 o 13 ore al giorno perché non ci sono sostituti. Si perde lucidità, si lavora male, questo non è un lavoro come tanti altri».

Essere straniero non è mai stato svantaggioso davanti a pazienti italiani?

Nessuno mi ha mai detto che preferiva essere visitato da un medico biondo con gli occhi azzurri. Ma di sicuro 30 anni fa c’era molto più rispetto verso gli stranieri e verso i medici.

«Tre giorni la settimana visito in un ambulatorio privato. Ho 140/150 pazienti. Questo lavoro funziona con il passaparola, vedono che sei capace, che ti impegni. Non è un lavoro che si può fare con la pubblicità».

Viste le condizioni ha mai avuto la tentazione di andare all’estero ad esercitare?

«Parlo inglese e francese oltre che l’italiano e il farsi, la lingua del mio Paese. Sarei potuto andare in Arabia Saudita dove stanno andando diversi medici italiani. Un cardiochirurgo lì viene pagato 14/15 mila dollari al mese. Più la casa, la macchina e tutto il resto… Ma io non sono un mercenario. Non faccio questo lavoro per arricchirmi. Poi non trovo etico che un medico che si è formato in Italia, specializzato in Italia, per cui lo Stato ha speso almeno 250 mila euro per la sua formazione, vada all’estero». 

La sua famiglia è italiana?

«Mia moglie è di Lecce. Ci siamo conosciuti al secondo anno di università. Ci siamo laureati lo stesso giorno. Lei è nefrologa. Abbiamo due figlie. Una laureata in Psicologia, l’altra sta studiando Giurisprudenza».

Trasmette la sua cultura di origine alle sue figlie?

«Sono un padre italiano. Non ho mai cercato di imporre la mia cultura. Le mie figlie sono battezzate e cristiane. Parlano poche parole di farsi. Giusto quelle che usano al telefono con mia mamma che è rimasta in Persia e che insieme ai miei fratelli e sorelle viene ogni tanto a trovarci. Anche se non ci torno da 40 anni penso sempre al mio Paese. Spero un giorno di poterci tornare e di essere utile ai miei connazionali. Le radici non si possono cancellare». 

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