Nato a Roma da genitori capoverdiani, Ireneo Spencer, si batte per il diritto alla cittadinanza delle seconde generazioni, dicendosi sicuro che voterebbero come tutti gli italiani, a sinistra quanto a destra.

Ireneo Spencer, 38 anni, romano, capoverdiano, architetto, ai vertici dell’associazione multietnica QuestaèRoma, vicepresidente del CoNNGI, il Coordinamento Nuove Generazioni Italiane, la cosa che odia di più sono gli stereotipi: «Se sei nero e figlio di migranti, in politica ti mettono ad occuparti di sbarchi e immigrazione. Io invece sono architetto e farei il ministro delle Infrastrutture».

Programma ambizioso…

«Realista guardando alla società di oggi. Siamo nati qui ma non abbiamo rappresentanza politica e ancora ci danniamo per avere riconosciuto il diritto alla cittadinanza».

Come è successo che è nato a Roma?

«I miei genitori sono entrambi di Capo Verde. Hanno lasciato il Paese alla fine degli anni Settanta. Facevano parte della prima ondata migratoria. Mio padre prima di arrivare in Italia è finito in Olanda a fare il marinaio e poi a lavorare in una mensa universitaria. Mia madre ha seguito il destino di tutte le donne del mio Paese di allora che venivano qui come collaboratrici domestiche. Venivano chiamate dal datore di lavoro che pagava anche il biglietto aereo e poi tratteneva i soldi con le prime paghe. A Capo Verde c’erano i frati Cappuccini che dicevano che qui c’era lavoro. Poi funzionava molto bene il passaparola. A mia madre è andata bene. Venne assunta come autista e accompagnatrice di una contessa a Roma. Poi sono nato io».

È cittadino italiano?

«Sì da quando avevo 12 anni. Da quando mia madre ha preso la cittadinanza. Mi sono evitato in questo modo la trafila che mi avrebbe costretto ad aspettare fino al compimento dei miei 18 anni. È sempre meglio che siano i genitori a darsi da fare e la prendano al più presto. Si evita molta burocrazia».

Com’era da italiano e nero vivere a Roma da bambini negli anni Ottanta?

«Io stavo bene. Ero in una situazione benestante grazie al lavoro di mia madre. Non ho subito alcun tipo di discriminazione. Ho frequentato un asilo privato, poi sono andato in collegio. Non ho mai avuto problemi. Mi sentivo un italiano come tutti. Non pensavo a Capo Verde. Non mi mancava. Per me era solo un posto dove andavo in vacanza. È stato dopo, da adulto, che mi sono accorto del colore della mia pelle. Nella vita quotidiana è stato un po’ più duro».

Dove sono le sue radici?

«Mi sento 80% italiano e 20% di Capo Verde. Alla fine sono un cittadino del mondo. Qui mi guardano perché sono nero. A Capo Verde sono l’italiano. Ho imparato a conoscere un po’ di più il mio Paese di origine nel 2010 quando per un progetto sono stato a Capo Verde alcuni mesi. In quel momento ho dato più valore alle mie radici».

Molti nuovi italiani, soprattutto tra i più giovani, sembrano fare di tutto per rinnegare le proprie origini…

«È anche colpa dei loro genitori. Della prima generazione di migranti. Non raccontano la verità sulla loro vita di prima. Nascondono la fame e i motivi che li hanno costretti a lasciare i loro luoghi di origine. Alla fine è un modo per perdere la propria identità».

Lei è stato presidente di QuestaèRoma? Cos’è?

«Sì, fino a febbraio. E collaboro anche con il CoNNGI, il Coordinamento Nuove Generazioni Italiane di cui sono vicepresidente. QuestaèRoma è un’associazione culturale e sportiva contro le discriminazioni. Ne fanno parte immigrati di seconda generazione, nati in Italia, adottati. Collaborano con noi avvocati, giornalisti, architetti, professionisti».

Ci battiamo contro i pregiudizi e per il diritto di cittadinanza. Organizziamo flash mob per coinvolgere e sensibilizzare le persone. E andiamo molto nelle scuole. Ci confrontiamo con una generazione di ragazzi che non sa quasi niente.

Prima diceva che trent’anni fa quasi non si accorgeva del colore della sua pelle. E oggi?

«Il dibattito politico e sui media sta contaminando tutto. Siamo sommersi di fake news. Anche un amico si sente in diritto di fare una battuta sbagliata».

Da anni la politica, non tutta ovviamente, sta cercando di cambiare i paradigmi della società. Come la vede?

«Dipende. Prendiamo lo ius soli. È stato sbagliato chiamarlo così. Ha generato solo paura. Sarebbe stato meglio dire che si voleva fare una battaglia per il diritto alla cittadinanza. L’Italia non è un Paese razzista ma il dibattito politico e culturale influisce molto nell’orientare idee e pensieri».

Alla fine ci si scontra anche con degli stereotipi. Se sei un immigrato di seconda generazione, se sei nato qui, sei come un italiano qualunque. Che ha idee politiche di ogni tipo. A sinistra come a destra. A me non stupisce avere incontrato a un banchetto di Forza Nuova un italiano ma con la pelle nera».

Cittadinanza e rappresentanza politica sono le istanze più importanti per i nuovi italiani…

«Sì ma anche qui usciamo dagli stereotipi. I partiti, soprattutto a sinistra candidano immigrati. Li fanno diventare pure ministri. Ma il loro ruolo è quello di essere relegati ad occuparsi di sbarchi e migrazioni. Non va bene. Io sono in Italia e sono un architetto. Se mi devo pensare come ministro penso alle Infrastrutture perché quella è la mia competenza professionale. Basta ragionare con il colore della pelle. Se nasci qui, hai il diritto di contare nella formazione del processo decisionale e politico del tuo Paese».

Dove lo vede il suo futuro?

«Qui anche se la crisi rende tutto più difficile. Magari andando avanti e indietro da Capo Verde con qualche progetto di architettura  legato alle istituzioni. O chissà, magari in Cina. I rapporti economici tra Capo Verde e la Cina sono sempre più forti. I cinesi investono molto nel mio Paese di origine. Mi sto informando. Vedremo. Alla fine sono un cittadino del mondo».   

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