Il long read di questa settimana è tratto da "Io Khaled vendo uomini e sono innocente" (Einaudi, 2019) di Francesca Mannocchi, che racconta il dramma dell'immigrazione dal punto di vista di un trafficante.

Francesca Mannocchi
Io Khaled vendo uomini e sono innocente
(Giulio Einaudi editore, 2019)

Tutti parlano di migranti. Anche i migranti scesi dai barconi talvolta parlano di sé. Nell’economia circolare del traffico di esseri umani che dal Sud del mondo scappano verso migliori lidi si sente meno una voce. Quella dei trafficanti. Di chi gestisce le rotte attraverso deserti e mari, procacciandosi lauti guadagni, macchiandosi molto spesso di nefandezze indicibili. Khaled è uno di loro. Ha poco più di trent’anni, si è disilluso presto della rivoluzione che ha deposto Gheddafi, è diventato suo malgrado trafficante invece di ingegnere quale avrebbe voluto essere.

La sua testimonianza è stata raccolta da Francesca Mannocchi, una giornalista assai esperta di Nord Africa e Medio Oriente. Ne è uscito un racconto senza censure, talvolta molto crudo. Un ritratto di un essere umano che per mestiere traffica di altri esseri umani. Non c’è senso di colpa né pentimento nelle parole di Khaled. Solo l’accettazione di un destino che non avrebbe mai voluto, come dice lui stesso: «Ci chiamano mercanti della morte, immigrazione clandestina, la chiamano. Io sono la sola cosa legale di questo Paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia. Mi chiamo Khaled, il mio nome significa immortale. Mi chiamo Khaled e sono un trafficante». Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore pubblichiamo un estratto del libro Io Khaled vendo uomini e sono innocente.

Copertina

***Contenuti espliciti***

– Perché richiudono la cella, Husen? – ho chiesto. – Quando li portiamo via?
– Chiudono perché è l’ora del regalino. Prima il regalino poi andiamo.
Si è girato verso Abdulrahman.
– Le donne sono sempre nel capannone a fianco?
– Sí, sempre lí, sono solo 26.
– Ce ne saranno un paio che fanno al caso nostro, forza, Khaled, vieni con me.

Ha fatto le scale a due a due per scendere, ci siamo lasciati alle spalle la porta di ferro che dava sull’androne delle scale e siamo usciti.
Io seguivo Husen. E lo sapevo, sapevo già tutto. Ma lo seguivo e basta. Senza dire una parola e senza fare domande. Lui ha attraversato il piazzale, dove erano parcheggiati i camion, è andato sul retro.
C’era un capannone basso, tre scalini per arrivare alla porta, davanti alcuni scatoloni impilati uno sopra l’altro, dentro gli scatoloni farina e riso. Siamo entrati: a destra, a terra, i vassoi ancora sporchi di pomodoro, quelli con cui danno da mangiare ai negri. Un vassoio ogni sette, otto persone. Il corridoio era buio e nessuna stanza era chiusa a chiave. Le donne stavano stese sulle brande, alcune con i materassi alcune senza. Alcune con i bambini addosso. Alcune no.
Husen è entrato in tutte le stanze: – Vado a dare un’occhiata, – ha detto. – Scegline una anche tu, – ha detto. – Basta che non è quella che prendo io –. E ha riso.
L’ho visto passare da una stanza all’altra, poi è tornato indietro, ha attraversato la porta alla sua destra, prima che la chiudesse ho fatto in tempo a vedere una donna che provava a coprirsi la faccia con la coperta, lui ha spostato la coperta e ha detto: – Vieni, bella, tocca a te –. Poi ha chiuso la porta con un calcio mentre la donna diceva: – Signore, ti prego no.
Sono rimasto fuori, in piedi nel corridoio. Sentivo quella donna, o ragazza o ragazzina, non lo so, che piangeva e diceva No e No e No. Ho sentito il rumore metallico della branda che batteva contro il muro. Ogni colpo più forte e la donna che piangeva e poi un suono di lamento ma sordo. Husen deve averle tappato la bocca con la mano per non farla gridare e poi ancora i colpi della branda contro il muro fino all’ultimo colpo, il più rumoroso, un gemito che finisce con un urlo. E dopo un po’ Husen ha riaperto la porta e con una mano si riallacciava i pantaloni da sotto la sua pancia gelatinosa.

– Be’, che fai ancora qui? Datti da fare, – mi ha detto.
– Dai, Husen, prendiamo gli africani sopra e andiamo, – ho detto io.
– Ragazzo, che c’è, non ti piacciono o devi fare il puro? Devono pagarsi il biglietto del viaggio, stanno qui, un po’ lavorano e un po’ scopano. Si ribellano tutte, ma sai come sono fatte le donne, si ribellano ma alla fine gli piace. E poi cosa pensi che vanno a fare in Europa? Finiscono per strada, pagate per scopare. Almeno fanno un po’ di pratica.

E mi ha preso sotto un braccio e siamo entrati nelle stanze in fondo al corridoio, quella a destra prima, e poi quella a sinistra e in quella a sinistra c’erano le ragazze piú giovani.
– Boko Haram, siamo scappate da Boko Haram, pietà, pietà. Signore ci picchia con bastone, signore ci picchia con tubo. Signore entra qui dentro e ci fa male.
E mentre una di loro parlava le altre tre piagnucolavano.
E Husen: – Vedi, uno non fa in tempo a entrare e queste già piangono. Dai, ragazzo, datti da fare.
È uscito e io sono rimasto lì con queste ragazzine, filtrava la luce del lampione acceso nel terreno di fronte al centro di detenzione e una si è alzata dalla branda e si è seduta sul pavimento con le testa tra le ginocchia e dondolava la schiena e piangeva e diceva No e No e No, signore ti prego no. Allora ho preso per il braccio l’unica che non frignava e l’ho trascinata fuori, alla fine del corridoio. Una nigeriana, giovane, faccia rotonda, tette grosse. – Come ti chiami? – ho chiesto.
– Blessing.
– Ma come cazzo è che vi chiamate tutte Blessing voi nigeriane? – ho detto.
Era buio, tutto buio. Testa contro il muro, in piedi. Con una mano tenevo le sue dietro la schiena così non si muoveva, con l’altra mi sono slacciato i pantaloni, che sono scivolati ai polpacci.
Ho preso il cazzo in mano, l’ho fatto diventare duro e gliel’ho messo dentro.
– No ti prego Signore, ti prego. La mia famiglia può pagare, signore ti prego. Quanti soldi vuoi? Possono pagare. Ti prego.

Non la volevo sentire e ho pensato al suono sordo che usciva dalla stanza di Husen e le ho tappato la bocca e ho cominciato a scoparla e non vedevo niente solo un’ombra che faceva qualche mugugno che non volevo sentire e l’ho scopata forte e ho chiuso gli occhi e piú lei cercava di muoversi piú la scopavo forte e poi sono venuto e mi sono pulito con quella specie di straccio che aveva addosso.
– Vai, – ho detto. E lei allora si è sistemata il suo vestito lercio e puzzolente e piangendo ha camminato verso la stanza, diceva: – Basta, basta. Dio portaci via, basta basta. Dio portaci via da questo inferno. Fammi morire, Dio, ma fammi uscire di qua.
Husen dal fondo del corridoio ha battuto le mani, una, due, tre volte e il suono delle sue mani che battevano rimbombava come i passi e le risate delle guardie, prima, nel corridoio del centro di detenzione.
E ha detto: – Bravo Khaled, bravo ragazzo –. E ha riso.
Ho pensato a quello che diceva Murad, che ammazzare è come scopare, poi ci prendi gusto.
Poi Husen ha detto: – Adesso sbrigati, carica il camion e andiamo.

© 2019 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Riproduzione riservata