Il long read di questa settimana è tratto da "Il trombonista innamorato e altre storie di jazz" di Aldo Gianolio. Lo scrittore, tra i più importanti critici di jazz, sceglie di tratteggiare 40 ritratti esilaranti, in grado di raccontare la storia e il sentimento racchiuso nel genere musicale che ama. Protagonisti sono i musicisti, ma anche la cultura afroamericana che esprimono in ogni nota o parola, i locali dove si esibiscono e le città americane dov’è nato e cresciuto il jazz.

Aldo Gianolio
Il trombonista innamorato e altre storie di jazz
(Robin Edizioni, 2019)

Il jazz non è solo una musica. È molto di più. È come la vita che ci costringe ad improvvisare in ogni momento. Dunque questo non è solo un libro di musica, né la semplice biografia di 40 musicisti. Aldo Gianolio, scrittore, qui anche disegnatore, tra i più importanti critici di jazz, in 40 ritratti riscrive la storia di questa musica che dagli inizi del Novecento, se non prima, ha cambiato più volte faccia evolvendosi, come la vita. Lo stile – tutt’altro che pulito, al limite di quel politicamente corretto – avrebbe fatto sbellicare dal ridere Art Tatum, Thelonious Monk, Charles Mingus, Miles Davis, Cannonball Adderley, Bud Freeman, Jay Jay Johnson, Louis Armstrong, Joe King Oliver e gli altri re del jazz che vivono nelle pagine di questo libro.
Sono racconti strampalati, forse veri forse no, a volte fanno sghignazzare più che ridere. Protagonisti sono i musicisti, ma anche la cultura afroamericana che esprimono in ogni nota o parola, i locali dove si esibiscono e le città americane dov’è nato e cresciuto il jazz. Con un corollario di personaggi, a volte improbabili, come l’atmosfera che li avvolge. A fare da collante c’è un immaginario critico jazz di nome John Ferro che si presenta al più importante e strampalato congresso mondiale di critici musicali. Leggere questo libro è un piacere. Leggerlo ascoltando in contemporanea le musiche dei protagonisti dei 40 capitoli è quasi un obbligo. Fabio Poletti 

Per gentile concessione dell’autore Aldo Gianolio e dell’editore Robin pubblichiamo un estratto del libro Il trombonista innamorato e altre storie di jazz.

Idoli neri 

… dove il critico John Ferro parla di Lawrence “Bud” Freeman, tenor sassofonista nato a Chicago, Illinois, il 13 aprile 1906 e morto a Chicago, Illinois, il 15 marzo 1991.

Tutti erano d’accordo: appuntamento alle ventuno davanti alla casa di Bud Freeman, per poi andare insieme al Lincoln Gardens. Vi suonava King Oliver.

Era la terza volta che prendevano il coraggio di entrare nel South Side della città, un quartiere pericolosissimo per qualsiasi bianco. Prima erano andati con il compagno di università Bill Grimm e poi con Onah Spencer, un’amica scrittrice che abitava proprio nel South Side. Stavolta ci sarebbero andati da soli e l’eccitazione, per questa temerarietà tipicamente giovanile, ma soprattutto perché suonava il grande Oliver, era alle stelle. Loro stavano diventando famosi con un complessino chiamato Austin High School Gang e ammiravano smisuratamente la musica di Oliver, ma non la copiavano, come si diceva invece sui giornali. Certo erano influenzati dai grandi musicisti neri, come lo stesso Oliver o Louis Armstrong o Jabbo Smith; ma in ugual modo dai grandi musicisti bianchi, come Bix Beiderbecke o Jack Purvis o Miff Mole. Però ce la mettevano tutta per fare una musica propria, questo era sicuro.

Bud Freeman si lamentava che i critici non capivano i jazzisti bianchi. Per la critica i bianchi non esistevano: e sì che avevano suonato jazz ancor prima che lo suonassero i neri, affermava Freeman, tanto che la prima incisione di jazz su disco è Dixieland Jass Band One Step del bianchissimo Nick La Rocca! Bud Freeman trovava strano che la critica, tutta bianca, parlasse male proprio dei musicisti bianchi. Lo sentiva come un tradimento. Leggeva pochi libri, altrimenti avrebbe capito che la critica bianca semplicemente sottostava alla legge del bastian contrario, una sindrome di reazione facilmente spiegabile con le rudimentali regole scoperte dalla psicologia del comportamento. Per la legge del bastian contrario la critica bianca si era convinta che i jazzisti bianchi valessero zero e che i neri invece fossero dei cannoni. Se i critici fossero stati neri, si diceva Bud Freeman, sempre per la legge del bastian contrario avrebbero apprezzato i jazzisti bianchi, evitando alla critica ufficiale di fare la sua solita magra figura. Invece la critica andava avanti a scrivere che i bianchi scopiazzavano dai neri, formidabili musicisti che mettevano il cuore in ogni nota, come se loro, i bianchi, non lo mettessero, il cuore! Da queste scopiazzature, aveva scritto un critico su una rivista prestigiosa, veniva fuori una pappina un po’ insipida. Il bello è che l’amica scrittrice Onah Spencer lo ripeteva a pappagallo con fare da saputella, bell’amica! pensava Bud Freeman. Ma altri critici autorevoli avevano cominciato a usare parole ancora più pesanti, e lo facevano apposta, perché non di rado il prestigio di un critico cresce in proporzione alla pesantezza dei suoi giudizi. Gli scrittori della new wave di Chicago avevano detto che da queste scopiazzature usciva fuori un libro con la sola copertina (si davano un sacco di arie, in quei tempi, i critici di Chicago, capeggiati da quel biondino spocchioso che rispondeva al nome di Bill Olsen). Un albero senza foglie, ribattevano i critici di New York, che non volevano rimanere indietro, una vigogna senza nerbo, insistevano i critici di Chicago, una cintura senza bu- chi, quelli di New York, un mare senza acqua, quelli di Chicago, sino a una dentiera senza denti, che aveva fatto tanto schifo a una delicata e schizzinosa signorina della ricca borghesia della Chicago del North West, che le era venuto un mancamento proprio mentre stava a tavola andando a sbattere il muso dentro la scodella della minestra bollente.

Onah Spencer, la volta prima, aveva accompagnato Bud Freeman e gli altri ragazzotti dell’Austin High School Gang ad ascoltare niente meno che Louis Armstrong in un concerto che li aveva stesi a letto per una settimana facendoli meditare di vendere gli strumenti e di darsi alla pittura, perché non c’erano tanti neri a praticarla, o di scrivere poesie, dove i neri non imbroccavano una rima che era una. E pensare che siamo stati noi bianchi, continuava a rimuginare fra sé Bud Freeman, a fare jazz per primi, non i neri, che all’inizio non sapevano suonare altro che blues. E anche tecnicamente eravamo meglio noi, non c’è paragone. Poi sono saltati fuori dei geni, come Oliver e Armstrong, e abbiamo dovuto toglierci tanto di cappello.

Bud Freeman si rendeva conto di non poter competere con quei geni. Meno male che suonavano tutti la tromba, mentre in quei primi anni del jazz lui era uno dei pochi a suonare il sassofono tenore, così si potevano fare meno confronti. Però quella saccenteria offensiva della scrittrice Onah Spencer non la poteva sopportare. I critici, li compativa, ma Onah, che si diceva sua amica, no. Come si permetteva di buttargli addosso tutto quel letame? Del resto, pensava Bud Freeman, noi bianchi suoniamo una musica diversa: noi li ammiriamo, questi geni neri, e quando capita che li copiamo, perché davanti a dei geni può capitare anche di copiare, ne viene fuori una cosa differente. Con i critici, pensava Bud Freeman, bisognerebbe avere un atteggiamento diverso, meno remissivo, e giocare d’astuzia. Loro, i critici, sono maniaci delle interviste, perché pensano di scoprire chissà quali verità quando intervistano un musicista, mentre noi musicisti, quando siamo intervistati, raccontiamo un sacco di balle. Quando intervistano noi bianchi, basterebbe affermare che la nostra musica è il risultato di faticose ricerche per scoprire una via nuova. Dobbiamo essere noi per primi a presentarci sicuri e autonomi, meno succubi dei pregiudizi correnti. Ci vogliono comunque dei begli asini a pensare che la nostra Austin High School Gang faccia del jazz che assomiglia a quello della King Oliver’s Creole Jazz Band, pensava Bud Freeman. Dillo, grassona d’una Onah Spencer, ai tuoi amici critici che parlano sempre bene dei neri e male dei bianchi, pensava, dillo che anche noi abbiamo le palle e che non vogliamo copiare i neri, ma solo trovare una nostra via indipendente. Ma tornate in Africa, negri puzzolenti! pensava accalorandosi sempre più, sparite, voi e le vostre trombe di merda! che bastiamo noi bianchi a fare del buon jazz!

Bud Freeman si permetteva questo linguaggio scurrile solo nei pensieri, perché nella realtà era un ragazzo fine, quieto, educato e non avrebbe fatto male a una mosca, tantomeno a una balena di centoventi chili come la scrittrice Onah Spencer la quale, si diceva Bud Freeman, sarebbe meglio si guardasse lei come scrittrice, che scrive da far schifo.

Mentre pensava a tutto questo Bud Freeman con gli amici della Austin High School Gang era arrivato davanti all’ingresso del Lincoln Gardens. Che si fosse passati dal quartiere bianco a quello nero si era capito subito: il quartiere bianco si presentava pieno di bianchi sorridenti, il quartiere nero pieno di neri incazzati.

Bud Freeman è il primo della lunga fila

Davanti al Lincoln Gardens c’era un portinaio nero che sfotteva con bonaria arroganza tutti i bianchi che entravano. Bud Freeman, a cui stava molto antipatico quell’uomo grande e grosso per lui più arrogante che bonario, si tratteneva dall’offenderlo perché non gli conveniva litigare con quella montagna di muscoli, gli conveniva di più assecondarlo nelle sue battute di spirito.
Con questo portinaio c’era sempre della tensione: lui, nero di pelle, diventava orgoglioso della sua razza quando vedeva dei bianchi che andavano ad adorare musicisti dalla pelle nera. Questo colosso di carbone sembrava dire con la sua arrogante bonarietà: ragazzi dalla pelle bianca, siete dei buoni da niente. Noi di là sul palco stasera abbiamo King Oliver! non so se mi spiego! e al suo posto ci potrebbero essere Louis Armstrong, Tommy Ladnier o Jabbo Smith. Voi non avete nessuno di questa grandezza. Siete venuti come al solito per imparare, ma rimarrete sempre delle schiappe e quando sarete dentro in sala basteranno le prime note di King Oliver a farvi scoppiare!

Nel frattempo i ragazzi della Austin High School Gang erano entrati nel locale sfilando uno alla volta davanti al portinaio e mentre quel bestione nero continuava a cianciare a vanvera Bud Freeman guardandolo con aria di compatimento pensava fra sé: Per far scoppiare me, ciccione, ci vuole la dinamite.

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