Il long read di questa settimana è tratto da "Il sistema del tatto" di Alejandra Costamagna (Edicola Ediciones, 2020). Un viaggio in Cile, nei luoghi dell’infanzia, diventa per la protagonista Ania un incontro e una riflessione sulle sue radici.

Alejandra Costamagna
Il sistema del tatto
(Edicola, 2020)
pagine 184 euro euro 15

Ancorati alle radici o protagonisti di una nuova vita lontani dal passato. Pensare che c’entri solo il sangue e dunque la genealogia, per definire i figli dei migranti nati altrove rispetto ai loro genitori, è decisamente riduttivo. Ognuno fa storia a sé. Lo abbiamo raccontato più volte qui a NuoveRadici.world. C’è chi si ritiene ancora legato alla Terra di origine e c’è chi non ha mai voluto imparare la lingua dei genitori, ha cambiato addirittura nome ed è diventato italiano e basta, Occidentale o altro ancora. Ma capita qualche volta nella vita, di essere obbligati a fare i propri conti con il passato, anche con quello che non conosciamo bene o che ci è troppo lontano e perfino che non abbiamo mai vissuto. È quello che capita ad Ania, 40 anni, cresciuta in Cile, origini argentine ma ancora prima piemontesi, come tanti oriundi italiani che all’inizio del secolo scorso hanno attraversato l’Oceano Atlantico verso un Sud del mondo che sembrava migliore. Quando il padre di Ania le chiede di tornare in Argentina ad assistere uno zio morente, il viaggio nei luoghi dell’infanzia diventa un incontro e una riflessione sulle sue radici. Alejandra Costamagna, scrittrice cilena, una delle più importanti autrici latinoamericane contemporanee, racconta la storia di Ania anche attraverso una ricca carrellata di fotografie e documenti originali, come la Guida per l’emigrante italiano alla Repubblica Argentina, che dalla fine dell’Ottocento è stato il manuale ricco di consigli e di norme di comportamento per migliaia di uomini e donne diretti nel Paese sudamericano. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore Alejandra Costamagna e dell’editore Edicola pubblichiamo un estratto del libro Il sistema del tatto.

Sa che ormai i treni non passano più, ma nelle notti seguenti sente un rumore che non può essere altro che il fischio di una locomotiva in lontananza. I freni o forse il clacson di una macchina che spaventa gli uccelli notturni e si ingigantisce nell’eco. Se si concentra bene, le sembra che non sia un treno ma un flauto traverso. Decine di flauti che risuonano lontano. Tre notti tutte uguali: lo stesso suono prima dell’alba. I sonniferi non le fanno nemmeno il solletico. La mancanza di sonno la rende irritabile, di cattivo umore. Deve uscire, procurarsi delle provviste, prendere aria. Ania pensa che non ha senso rimanere lì, deve tornare in Cile e affrontare le cose una volta per tutte. Quali cose? La sua esistenza, che altro se no? Ma si accorge che questo pensiero non è del tutto suo. C’è qualcosa di indipendente dalla sua volontà lì dentro, nella sua testa, che non riesce ad afferrare. La quarta notte si alza, toglie la fodera alla macchina da scrivere e si mette a battere le prime cose che le vengono in mente: frasi a briglia sciolta, immagini al galoppo, cavalcate senza sella. Ha bisogno di attutire il rumore del treno che non è un treno. Forse le farebbe bene sentire altre voci. Uscire a comprare delle pile per la radio di Agustín e ascoltare qualunque segnale il mondo voglia mandarle. Camminare verso il centro reclamando il saluto di chi incontra per strada, pretendendo un gesto di cordialità, entrare al Cecil, parlare col barista, cercare la zona riservata alle signore, ordinare una birra gelata, uscire con la bottiglia in mano e cercare il negozio di cui le ha parlato Gariglio al funerale, mandare una mail a Javier: come sta il gatto? Si è abituato? Non si ricorda più di me? Anzi, chiamare suo padre: come va la convalescenza di Leonora? I figli, i nipoti, il cane-topo? Sì, Agustín è già sotto terra, sì, stai tranquillo. Io sono qui, io sono te. Mandami delle scatolette di cozze e vongole. Niente, era una battuta. Tu dovresti essere qui con me, papà. Adesso le piacerebbe uscire a fumare, ma sono secoli che non si accende una sigaretta, dagli anni dell’università. Sospetta di non essere più capace. Le piacerebbe soffiare il fumo dalla bocca sul binario di una stazione, camminare fuori dal marciapiede, tenere in testa un cappello di bambù nella platea di un teatro, chiamare il cameriere del Cecil battendo il bicchiere sul tavolo, essere una dama o una lavandaia, una femmina, chiamare una carrozza con un pss, pss pss molto insistito. Le piacerebbe fare delle aggiunte al manuale di Nelida. Delle avvertenze: non entri in competizione con il cane o con la moglie di suo padre, non si cerchi nelle fotografie appese alle pareti altrui, non viva la vita degli altri, non aspetti i morti dove nessuno li ha chiamati, si procuri un giardino e lo annaffi ogni sera, non consideri le montagne come incidenti geografici ma come diramazioni biografiche, pianga ai funerali altrui quanto ai propri, soprattutto ai propri, salga al piano di sopra come chi scala una vetta. Questo deve fare: trovare il coraggio di salire di sopra e confrontare il ricordo con la rovina.

© Alejandra Costamagna, 2018
© Edicola, 2019
© Traduzione Maria Nicola, 2020
© Illustrazione copertina Hernán Chavar

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