Finalista al prestigioso Man Booker Prize e nominato tra i libri migliori dell'anno da Guardian, Observer, Boston Globe e Washington Post, "L'anno dei fuggiaschi" (edizioni Chiarelettere) di Sunjeev Sahota racconta l'anno di vita fatto di matrimoni combinati, lavori di fatica e clandestinità di tre giovani immigrati dall'India a Sheffield.

Visto da dentro, il mondo dei migranti fa un altro effetto. Per raccontarlo, Sunjeev Sahota, scrittore britannico di origine indiana di appena 38 anni, usa il microscopio. Sul vetrino finiscono tre ragazzi indiani catapultati nella Sheffield industriale che tutto inghiotte. Una città che lo scrittore conosce bene perché ci vive. A fare da collante alle storie di Tarlochan detto Tochi, Randeep e Avtar una donna indiana britannica di nome Narindeer, una giovane di origini sikh con un passato doloroso e con una volontà ferrea nel voler cambiare il corso della vita ai tre giovani.

Dentro al corposo romanzo c’è di tutto, visto da assai vicino. Il sovraffollamento di una casa condivisa da lavoratori stranieri uniti dalla fatica di giorno e dai materassi buttati per terra la notte. Lo sfruttamento e il lavoro massacrante, nei cantieri o in una cucina non fa differenza, che per poche sterline brucia i sogni prima ancora che la vita. Ci sono matrimoni combinati e a tempo per avere una cittadinanza, vivisezionati dal controllo dell’autorità di polizia di frontiera. E c’è tutta la umanità che ci si aspetta tra simili che condividono la condizione umana, prima ancora del colore della pelle e gli idiomi della lingua. Una umanità che si manifesta tra chi quel percorso di clandestinità e di precarietà lo ha già passato ma vuole ancora guardarsi indietro, a incontrare chi è ancora all’inizio della strada difficile e faticosa. «Ricordo che mio padre mi diceva che un tempo la gente accoglieva i giovani come te a braccia aperte. Li aiutava a iniziare una nuova vita. È quello che sto facendo (…) È importante per un uomo sentirsi a casa, avere il senso del proprio scopo».

La Gran Bretagna che incontrano i giovani indiani è appunto questo. Non solo un’occasione di riscatto sociale e la fuga da un Paese che seppur in crescita come l’India sembra ancorato alle storie di secoli antichi. Ma è soprattutto uno scopo, il luogo dove essere prima ancora che abitare.

Le fatiche del lavoro si mescolano all’amore. La vita quotidiana alle aspirazioni e ai sogni. Un vero caso letterario, lo ha definito The Indipendent. L’anno dei fuggiaschi (Chiarelettere) è stato nominato tra i libri migliori dell’anno da Guardian, Observer, Boston Globe e Washington Post. Mentre Sunjeev Sahota è stato finalista al Man Booker Prize e ha vinto il Premio dell’Unione Europea per la Letteratura.

Ma cosa ci sia davvero dietro questo libro è lo stesso Sunjeev Sahota a raccontarlo in un’intervista alGuardian. Dove non solo racconta la fonte della sua ispirazione, incontrando la comunità indiana a Sheffield, ma svelando pure quello che è stato il motore di tutta la storia: «Ricordo di aver parlato con alcuni giovani che erano stati in Inghilterra ma erano poi tornati in India. Ho detto loro che stavo lavorando a un libro e loro mi hanno detto: “Ci metterai in una luce positiva, perché tutti sembrano odiarci?”. Aggiungendo: “Dì loro che lavoriamo molto duramente, che siamo felici di lavorare per lunghe ore e che siamo competitivi anche dal punto di vista salariale”. È quasi come se avessero voluto che scrivessi un annuncio economico per loro”». Alla fine l’archetipo della condizione del migrante che sotto sotto, sfrondando di ogni romanticismo la propria condizione, cerca soprattutto una cosa. Quella stabilità economica e sociale che non gli poteva essere garantita nel suo Paese di origine e che cerca di ottenere con le unghie e coi denti, patendo umiliazioni e sofferenze per anni se non per una vita intera prima di raggiungere a caro prezzo quell’obiettivo, sicuramente non a tutti garantito. Qualcuno ha voluto sottolineare che l’uso diffuso di termini punjabi possa essere di ostacolo a un lettore meno attento e appassionato. A dirla tutta è una delle forze di questo romanzo. Dove l’uso di termini originali sembra accorciare le distanze tra chi legge e i protagonisti alle prese con gli affanni quotidiani. Quasi a far sentire attraverso le parole il profumo dei cibi, la fatica del lavoro, l’affollamento di quei rifugi che sembra improprio chiamare case.

«Parlare con i migranti del Punjab in Gran Bretagna è stato un elemento centrale nella scrittura di questo libro», racconta ancora lo scrittore. Come se la vita vissuta fatta di matrimoni combinati, lavoratori clandestini e abuso di permessi di soggiorno acquistasse una nuova forza, più dirompente, nel racconto di tre migranti come tanti, mescolati in una delle società più multietniche del mondo. Dove pure il concetto di identità rischia di perdersi, nascosto tra i numeri delle migrazioni che appiattiscono tutto. E dove solo la lingua madre, alla fine, si rivela uno strumento di preservazione di sé, della propria storia e della propria cultura.

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