Suonare fra le macerie di Damasco, nel Paese dove continua un genocidio ignorato e venire in Europa per portare la propria musica: nel Pianista di Yarmouk (La nave di Teseo, 2018), Aeham Ahmad racconta la sua storia di emigrato per sottrarsi alla persecuzione e continuare a suonare il suo pianoforte.

“Questa guerra di merda!”, così la madre di Aeham Ahmad sfoga la sua delusione di fronte alla foto dei suoi nipoti in Germania, abbracciati ad un’anziana tedesca. La madre si trova a Yarmouk, il quartiere dei profughi palestinesi a Damasco, e la guerra l’ha privata di tutta la sua famiglia, persino dei nipoti anche loro in Germania. Il pianista di Yarmouk è l’autobiografia di Aeham Ahmad: un viaggio attraverso una vita in cui il talento e l’amore per la musica diventano anche una protesta contro l’indifferenza verso la tragedia siriana. Aeham vive la sua esistenza fra l’essere “gli occhi del padre”, falegname e violinista rimasto cieco da bambino, e la musica. La sua famiglia, diventata benestante dopo tanti sacrifici, apre l’unico negozio di musica a Yarmouk e una fabbrica di liuti esportati in tutto il mondo. Il 15 marzo 2011 però tutto cambia. Con le Primavere arabe, anche a Damasco, i dimostranti iniziano a gridare “Allah, Siria, libertà… o niente”, parafrasando lo slogan delle adunate del regime “Allah, Siria, libertà, Bashar… o niente”. Anche se nel libro Aeham ripeterà sempre che, all’inizio, la rivoluzione siriana “non era una guerra di religione. Lo è diventata dopo”. Il 15 luglio 2012, il primo carro armato entra a Yarmouk. Da quel momento, tutto precipita: chi resta è prigioniero dell’assedio. La musica diventa protagonista, con il suo piano trasportato su un carretto tra le macerie, Aeham inizia a trasformare le poesie degli assediati in canzoni, a fare cantare i bambini. Tutto viene filmato dal suo amico Raed e diffuso attraverso YouTube e Facebook. Così l’Occidente non può più ignorare cosa sta realmente succedendo in Siria. Nell’agosto del 2014, il momento più drammatico viene raccontato nel capitolo di cui riportiamo un estratto: E poi spararono a Zeinab.

«Zenaib l’avevo conosciuta mesi prima in un centro culturale in cui ero andato a fare musica con i bambini un paio di volte. Zenaib suonava le percussioni. Aveva dodici anni ed era la più sfacciata, più allegra e più rumorosa delle altre. “Mi piace il rap” mi spiegò tutta seria, e iniziò a battere sul tavolo un groove spigoloso. Mi piacque all’istante. […] Tirammo fuori il piano e iniziammo a spingere. Zenaib disse che voleva fare un video per la nonna, così ci mettemmo vicino alla casa in cui aveva vissuto l’anziana prima di lasciare Yarmouk. […] Così iniziammo. Marwan radunò i bambini intorno a me. Fece cenno che il video era partito. Io intonai il primo verso di “Fratello, Yarmouk sente la tua mancanza”. Diedi il segnale e le bambine cominciarono a cantare con le loro voci chiare. Fu bello. Richiusi gli occhi. Ripiombò un colpo. Riaprii subito gli occhi… Zenaib era a terra, alla mia destra. Il sangue che le zampillava dalla testa».

Il pianoforte che lui suonava tra le macerie di Damasco sarà bruciato dagli uomini di Daesh.
Assediati, nel mezzo della guerra, nasce il secondo figlio di Aeham e di sua moglie Tahani. Rimanere a Yarmouk, però, è impossibile: lui è il pianista che tutto il mondo ha visto suonare tra le macerie. Così inizia la sua fuga verso l’Europa e riesce ad arrivare in Germania, dove Aeham fa concerti per continuare a tenere i riflettori accesi sulla guerra siriana. Aeham dice di sé “Io sono un pianista. Non ho mai sventolato bandiere. La mia rivoluzione è la musica”.
Aeham Ahmad è nato nel 1988, ha iniziato a studiare pianoforte a cinque anni. Ha imparato suonando Mozart, Bach, Beethoven e la musica europea, ha creato e composto musiche che fondono il suono occidentale e quello orientale. E qui in Europa, i suoi figli cresceranno, come loro padre, senza sventolare altra bandiera che non sia la musica.

 

 

 

 

 

 

 

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Credits: radici.online

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