I media tradizionali lo hanno ignorato, ma l'aggressione all'afroitaliano Paolo Diop e alla sua fidanzata pone molti interrogativi sulle seconde generazioni.

Di storie così ce ne sono davvero troppe. Un ragazzo con la pelle nera che cammina per strada con accanto una donna bianca che sembra la sua compagna. Ci vuole niente perché qualcuno li prenda di mira. Prima sono insulti. Talvolta è un pestaggio vero e proprio più o meno grave. Il giorno dopo sui giornali si dice che gli aggressori erano ubriachi, quasi a trovare una spiegazione. Che gli aggressori fossero poi in gruppo, in questi casi la parola più usata è branco, rende la vicenda ancora più disdicevole e quindi intrigante. Se si può alla vittima del pestaggio si chiede anche un commento. Come se ci fosse bisogno di capire meglio una cosa talmente banale nella sua brutalità e che senza tanti giri di parole si può solo chiamare razzismo. Anche nell’ultimo fatto avvenuto la sera di sabato 14 aprile sul lungomare di Macerata nelle Marche, città già famosa per il raid di Luca Traini che a febbraio fece il tirassegno contro tutti gli stranieri per “vendicare” l’uccisione di Pamela, una ragazzina ammazzata da un gruppo di stranieri con sottofondo di eroina, alla vittima del pestaggio è stata data la parola. E alla fine sono le parole di sempre: «Non si può vivere così. C’è un clima di violenza che si alimenta con il lassismo delle istituzioni. Non è solo razzismo, è degenerazione sociale. Non è normale che esci la sera con la fidanzata e torni a casa riempito di insulti o, come in questo caso, con i lividi di una vera e propria aggressione. È stato un attacco nei miei confronti. Un agguato».
Come non condividere le parole riportate dalla vittima del pestaggio sul Corriere Adriatico e su Picchio.news? Il problema è che la vittima del pestaggio, al quale va tutta la nostra solidarietà indipendentemente dalle sue idee politiche, non è proprio uno qualunque. Si chiama Paolo Diop, trentenne, è nato in Senegal, è stato vicino a CasaPound, ha ammesso di ammirare molto Matteo Salvini che un paio di volte ha seguito pure a Pontida e soprattutto è uno dei dirigenti del Movimento Nazionale per la Sovranità molto vicino a Gianni Alemanno. Uno che preferisce essere chiamato “negro” invece che “di colore”: «È meno ipocrita». Uno che si definisce fascista anche se ammette che qualche errore Benito Mussolini l’ha pure fatto, ad esempio quando ha stretto l’alleanza con Adolf Hitler. Uno che soprattutto non vorrebbe in Italia i migranti: «Non sono una risorsa. Sono un problema. Meglio fermarli in Libia. E se vengono qui prima pensino ai loro obblighi e ai loro doveri anziché pretendere dei diritti». Uno che se avesse potuto votare in Grecia avrebbe dato il suo voto al movimento di estrema destra Alba Dorata e che dice soprattutto: «In Italia non esiste il razzismo. È solo una invenzione della sinistra». Alla fine Paolo Diop è uno che, a leggere il florilegio di dichiarazioni fatte in questi mesi, probabilmente la pensa allo stesso modo di quelli che lo hanno aggredito. Senza sapere chi fosse. Basandosi solo sul colore della sua pelle di “negro“.

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Credits: radici.online

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