Il long read di questa settimana è un racconto distopico che immagina un’Europa dilaniata, dove emigrare è una scelta obbligata. Pubblichiamo un estratto del romanzo, edito da Sperling & Kupfer.

Nicola Brunialti
Il paradiso alla fine del mondo
(Sperling & Kupfer, 2019)

Nel 2024 l’Europa è cambiata. Dilaniata da carestie, guerre, politici senza scrupoli e corruzione. Emigrare per non morire è una scelta obbligata di molti. La terra promessa, guarda te, è l‘Africa ricca di giacimenti e di materie prime, governata da una classe di oligarchi che tiene in scacco mezzo mondo. Inizia da qui il distopico romanzo di Nicola Brunialti, un passato da pubblicitario e oggi affermato scrittore e autore di spettacoli teatrali nonchè di canzoni come “Abbi cura di me”, grande successo di Simone Cristicchi al Festival di Sanremo di quest’anno. Nel romanzo che racconta una migrazione al contrario ci sono tutti gli ingredienti della cronaca che si fa narrazione. Teresa, tedesca di Essen ma con origini italiane, insieme alla famiglia dovrà superare le avidità di trafficanti senza scrupoli, le miserie di profittatori, le violenze verbali e non solo, passando dalle malfamate carceri siciliane prima di potersi imbarcare su una bagnarola con destinazione Africa. Una delle tante bare galleggianti per gli europei in fuga verso il Paradiso alla fine del mondo. La scrittura di Nicola Brunialti avvince. Il suo avo Alessandro Manzoni ne sarebbe soddisfatto.
Per gentile concessione dell’autore e dell’editore Sperling & Kupfer pubblichiamo un estratto del romanzo.
Fabio Poletti

Noi abitavamo al quarto piano di un palazzo in Marktstraße, una via stretta e buia in un quartiere abitato più che altro da emigrati italiani di seconda o terza generazione, proprio come noi. Mio padre, Pasquale De Luca, aveva i tratti tipici di un uomo italiano, benché fosse alto e magro: capelli scuri e un’ombra di barba sulle guance scavate, nonostante si radesse tutti i giorni. Sempre pensieroso e di pochissime parole, era un uomo totalmente incapace di gesti d’affetto. Non ricordo di averlo mai visto baciare mia madre, e in fondo non ricordo nemmeno che abbia mai baciato me, se non nelle occasioni istituzionali come i compleanni e le feste comandate. Allora si avvicinava e mi dava due baci veloci sulle guance. Più che baci, erano testate. Mio padre faceva il dentista, ma aveva dovuto chiudere il suo studio per mancanza di clienti: in quegli anni di crisi, la maggior parte della gente non poteva permettersi di curarsi i denti. Salvarli costava troppo, conveniva levarli e non pensarci più.

Mio padre lo faceva, abusivamente, agli angoli delle strade: arrivava la mattina presto con la valigetta piena di tutti i suoi strumenti di tortura e aspettava che i clienti si fermassero davanti a lui. Nonostante tutto il suo armamentario, alla fine usava quasi solo le pinze per cavare una volta per tutte il pensiero e il dolore da quelle bocche fradice.

Per fortuna c’era ancora lo stipendio di mia madre, Maria Rosaria, o più semplicemente Rosaria come la chiamavano tutti, che faceva la pasticciera in un caffè del centro di Essen, vicino alla cattedrale della Santissima Trinità. Mia madre era bassa e formosa, con un seno prosperoso e i fianchi larghi da donna del Sud. Da lei, purtroppo, non avevo preso le forme giunoniche ma solo la statura, i capelli ricci e, soprattutto, la capacità di sopportare le avversità come parte integrante della vita. «Così è», diceva sempre, accettando con rassegnazione qualunque sciagura le piovesse addosso, mio padre compreso. A dire il vero, avrei avuto anche un fratello di nome Massimo. Ma era morto di morbillo a tre anni, quando io non avevo ancora sei mesi: praticamente non ci eravamo conosciuti.

Entrambi i miei genitori erano nati in Germania come me. I miei nonni invece no. Mia nonna materna era emigrata in Germania a venticinque anni, insieme a nonno Enrico, che di anni ne aveva quasi ventotto. I due poveri innamorati erano partiti da Pozzuoli, un piccolo comune vicino Napoli, in cerca di fortuna fra i «crucchi», come li chiamava mio nonno.

Ché, fino ad allora, l’unica fortuna che avevano avuto erano state tre figlie da sfamare. Nonno Enrico faceva il muratore e lo faceva bene. Nonna Maria faceva la pasticciera e la faceva ancora meglio: era da lei che mia madre aveva imparato tutti i segreti di quell’arte. Le volevo un bene dell’anima e passavo a trovarla ogni volta che potevo, portandole il poco che i miei riuscivano a comprare al mercato nero. Avevo trascorso con lei gran parte della mia infanzia, quando i miei genitori lavoravano e non sapevano a chi altro lasciarmi. Mia nonna non aveva studiato molto e per questo le piaceva un sacco stare con me mentre facevo i compiti: quello che non aveva imparato da bambina, lo imparava adesso che era vecchia. E quello che le mancava in cultura l’aveva recuperato in esperienza: era a lei che chiedevo consiglio ogni volta che ne avevo bisogno, soprattutto quando mi sentivo triste per colpa di qualche ragazzo.
«Trovati uno che ti fa ridere, tesoro mio», mi ripeteva sempre.
«Ché a farti piangere sono capaci tutti. E poi, quando invecchi e finisce l’amore, almeno restano le risate.»
I genitori di mio padre venivano da Caserta per la precisione. Mia nonna Anastasia faceva la sarta e mio nonno Francesco il meccanico. Ma non ho molti ricordi di loro, tranne una catenina d’oro con una medaglietta della Madonna di Pompei che mia nonna mi aveva regalato per la prima comunione. Era la stessa che i suoi genitori le avevano regalato per la sua.
«Guarda come ti sta bene», mi aveva detto, allacciandomela al collo. E io mi ero sentita orgogliosissima. E anche più bella di prima. Quando i miei nonni erano arrivati in Germania, la situazione non era ancora così disastrata come quella in cui ci trovavamo noi. Anzi, sembrava che quello fosse il Paese giusto in cui poter crescere serenamente i propri figli. Purtroppo, non era andata così. E ora, la maggior parte della gente non faceva altro che programmare di andarsene al più presto. Anche mio padre.

Come molti del nostro quartiere, erano anni che pensava di abbandonare Essen per emigrare in Africa. Il «continente nero» era la meta più ambita da tutti gli europei, non solo dai tedeschi. Anche fuori dalla Germania, infatti, le cose non andavano meglio. Ovunque in Europa c’erano guerre civili, colpi di Stato e conflitti armati. E dove la situazione politica era apparentemente più tranquilla, c’erano le carestie e la miseria a rendere la vita impossibile. 

Il nostro continente non era ancora riuscito a emanciparsi dagli aiuti delle nazioni africane: eravamo come dei bambini che all’improvviso si erano ritrovati senza genitori, incapaci di autogestirsi. La verità è che l’Africa aveva smesso solo apparentemente di allungare le sue mani sulle nostre vite. Erano decine, infatti, i governi europei eletti con elezioni farsa, al cui capo c’erano fantocci manovrati dall’Unione Africana. I nostri leader erano così accondiscendenti da scambiare volentieri le nostre risorse naturali – ferro, carbone, metano, legno – con i loro soldi. Ma soprattutto uranio, oro e diamanti erano il prezzo che il popolo pagava perché i nostri capi potessero vivere nel lusso più sfrenato.

Eravamo un continente allo sbando, in completa balia dei nostri governanti e, ancora di più, dei governanti africani che decidevano per noi cosa era buono e cosa no. Molto spesso il mondo si riuniva nella sede principale dell’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il famosissimo «palazzo di vetro» di Kinshasa, in Congo. Ed era tutto un parlare dei problemi dell’Europa, della crisi economica, delle carestie e delle guerre. I governi africani giuravano e spergiuravano che mai più avrebbero permesso che tali orrori si potessero ripetere.

E come lo facevano? Con embarghi economici nei nostri confronti: per colpire i capi di governo europei, che non erano «abbastanza democratici», punivano noi che già eravamo allo stremo. Come se, per punire dei genitori che non sfamano i propri figli, si vietasse loro di fare la spesa.

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