Nel corso del Festival di Otranto, appena concluso, NRW ha incontrato il giornalista di La7, autore di un libro nel quale parla di diritti ideali ma scarsamente rispettati. Come la cronaca recente ci dimostra…

«Noi giornalisti non viviamo nella storia che raccontiamo, ma dentro quella storia dobbiamo entrare, per raccontarla».

Un presupposto semplice, di quelli che insegnano a scuola di giornalismo e che poi nel tempo sbiadiscono, lungo la strada della quotidianità del mestiere. Eppure Alessio Lasta, giornalista e inviato di Piazzapulita (La7), nel suo libro La più bella (add editore), che ha presentato nel corso del Festival Giornalisti del Mediterraneo, appena concluso a Otranto, ha deciso di tornare alle basi. Alla Costituzione italiana, e alle tante storie che, nel corso della sua carriera, gli hanno dimostrato come quello che ci viene raccontato come il testo costituzionale più bello al mondo, sia spesso puntualmente disatteso:

La mia vocazione è il giornalismo sociale, di denuncia. Ho pensato che in tanti anni ho incontrato tante storie che, da Nord a Sud, raccontavano il lavoro nero, la migrazione, la mancata assistenza ai malati, le truffe ai risparmiatori

L’articolo 10

Sulla mancata accoglienza, in particolare, è l’articolo 10 a ricordarci che: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Lasta racconta della sua Bolzano, dove è in vigore la ormai famosa circolare Critelli: «Una circolare approvata dall’organo di indirizzo politico del governo del territorio cioè dalla giunta provinciale, che disincentiva la possibilità da chi ha già fatto richiesta di asilo politico in altri Paesi europei o in altre regioni italiane di venire a farla nel territorio della provincia di Bolzano».

La storia di Adan

La storia che racconta il giornalista è quella di una famiglia curdo-irachena che scappa da Kirkuk in un viaggio disperato e drammatico, fino in Svezia, dove arriva nel 2015. Hanno quattro figli, tra i quali Adan, un bambino distrofico di 13 anni e qui la famosa accoglienza nordica sembra inizialmente funzionare: i genitori si integrano nel quartiere, i bambini vanno a scuola e imparano lo svedese, ad Adan viene fornita una moderna sedia a rotelle elettrica:

Dopo due anni, la loro domanda viene respinta e qui si apre una importante questione, cioè come sia stato possibile che proprio in Svezia questa famiglia, con un bambino gravemente malato, che è scappata da una città bombardata, sia stata respinta

Iniziano un viaggio al contrario, da Stoccolma verso l’Italia: «Mi raccontavano che quando il viaggio è verso sud, le frontiere magicamente si aprono, i controlli sono più laschi e la strada è aperta». Arrivano a Bolzano in una fredda sera di ottobre, non hanno un posto dove stare e dormono sotto un ponte. Vengono notati il giorno dopo, in un giardino di fronte alla stazione ferroviaria, da una associazione di cittadini volontari, Sos Bozen, che capisce la gravità della situazione, ma il ragazzo improvvisamente si ammala, viene ricoverato in ospedale per difficoltà respiratorie, viene dimesso e per giorni con la famiglia dorme in rifugi di fortuna. Cade dalla sedia a rotelle, stremato, e viene riportato in ospedale dove muore a metà ottobre di tre anni fa.

La circolare Critelli

La famiglia è stata poi costretta a spostarsi a Rovereto perché la provincia di Bolzano, una delle più benestanti d’Italia nonché la città dove Adan è morto, non è riuscita a trovare una soluzione per loro, non è nemmeno riuscita a trovare un alloggio. E la politica nazionale? Sulla circolare Critelli c’è stata una sola interrogazione parlamentare: «Da parte dei Verdi, che hanno interrogato il governo Renzi su come fosse possibile che in un territorio, per quanto autonomo, ci fosse una circolare in spregio non solo del diritto internazionale ma anche della Costituzione italiana. Ecco, in Italia ancora oggi esiste una circolare, un atto amministrativo di valore inferiore ad una legge, attiva fuori da ogni legittimità, ed è ancora valida, a tre anni dalla tragica morte di Adan».

Non si tratta certo di una parentesi, per quanto drammatica, né di una piega distorta della nostra normativa. Meno di una settimana fa sono atterrati all’aeroporto di Fiumicino cinque cittadini eritrei a cui il Tribunale di Roma ha riconosciuto il diritto a fare ingresso in Italia per accedere alla domanda di protezione internazionale, dopo che l’Italia li aveva soccorsi con una nave della Marina militare nel mar Mediterraneo e illegalmente respinti in Libia nel 2009. L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, insieme ad Amnesty International, hanno celebrato un evento che, di fatto, ripristina il rispetto dell’articolo 10, disatteso ogni qualvolta le autorità italiane blocchino l’accesso o respingano chi invece avrebbe il diritto di presentare domanda di protezione internazionale.

Il diritto ai diritti

Allo stesso modo, Adan è morto tra le pieghe di una norma disattesa, perché per la legge italiana non esiste alcun vincolo territoriale o temporale nello scegliere dove presentare la domanda di asilo: «Oggi è più evidente che mai. Mettersi a far rispettare i diritti che la Carta impone è gravoso, per il legislatore, perché non porta consenso e anzi, fa solo perdere tempo. Sembra così che sia sempre compito della corte, e del diritto, sanare delle falle che invece dovrebbero essere salvaguardate dalla politica. Eppure è vero il contrario: il rispetto della Costituzione dovrebbe essere alla base dell’agire politico».

Per Lasta, che si è si occupato in passato anche della rotta migratoria tra Italia e Francia, riportare queste storie alla luce è un dovere:

Non è solo una questione di numeri, ci dovrebbe stare a cuore ogni vita che si è spenta sotto la neve o in mezzo al mare. Ma ne sappiamo poco perché, da un certo punto di vista, l’emergenza Covid ha coperto con la sua narrazione molte altre emergenze

«La Carta costituzionale, in quella prima parte dove formula princìpi e valori fondamentali, non può essere ridotta a un documento da commemorare, né a un evento tanto ideale quanto irripetibile, ma deve continuare a svolgere il compito di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo» ha ricordato Lasta dal palco di Otranto, citando le parole dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini:

Il testo della Costituzione ci ricorda innanzitutto un metodo di lavoro, che vale anche per noi: le differenze si siedono allo stesso tavolo per costruire insieme il proprio futuro

Foto: Festival Giornalisti del Mediterraneo / Leonardo Negro

Riproduzione riservata