Mario Giro, già viceministro degli Esteri, torna su NRW per spiegare la necessità di una legge per regolarizzare i migranti che lavorano in nero perché in democrazia «se non consideri gli ultimi non considererai nessuno» scrive. Il dibattito è aperto.

Nell’editoriale di giovedì scorso, il direttore di NRW aveva polemizzato sulle intenzioni dei fautori di una legge che regolarizzi i migranti che lavorano nei campi e (forse) anche qualche migliaia di badanti, perché ancora una volta il dibattito sulla tematica migratoria resta confinato alle emergenze, ignorando il futuro dei professionisti emergenti, qualificati, poco e male valorizzati. In “Ritorno al passato, si riprogetta la partenza, ma si polemizza sui clandestini” si sottolinea che tutta la retorica sulle vittime del caporalato ha come principale obiettivo quello di riattivare la filiera agricola. Mario Giro, coordinatore di Demos (Democrazia solidale), ci risponde per spiegarci il valore di questo provvedimento che secondo lui rappresenta un’opportunità politica sia su un piano etico che su quello economico.

Non si possono fare distinzioni (né ora, né prima, né dopo) tra chi in Italia lavora regolarmente e chi no (ma andrebbe detto “lavorava” perché in entrambi i casi molti non hanno già più occupazione). Entrambi hanno bisogno di uscire dalla crisi Coronavirus nel modo migliore possibile. Come tutti.

Abbandonare gli irregolari (clandestini è una parola non scritta nella legge) col pretesto che ‘prima’ ci sono altri (qualunque altro) prosegue la logica del ‘prima gli italiani’.

Tale logica è falsa perché ci sono molti italiani di nascita anch’essi irregolari, cioè lavoratori al nero e nel sommerso. Tale logica è poi perversa e ne vediamo i frutti nelle Rsa: chi abbandona gli ultimi, abbandona anche penultimi, terzultimi e alla fine i propri cari. Chi non salva l’irregolare non salva nemmeno il regolare; chi non salva lo straniero non salva nemmeno l’italiano.

Innanzi tutto è un tema di giustizia: il Covid vale per tutti, e tutti hanno necessità di essere difesi dal Covid e, se del caso, curati. Ma l’irregolare non esiste per il servizio sanitario nazionale, soprattutto ora. Li lasciamo ammalarsi? Che poi questo sia suicida per tutti lo ha spiegato bene il Premier portoghese e non aggiungo nulla alle sue sagge parole.

Un tema economico

Poi c’è un tema economico (quello della Bellanova e di tanti imprenditori… padani e leghisti): senza gli stranieri non si raccoglieranno frutta e verdura, che raddoppieranno di prezzo, considerata anche la siccità di quest’anno. Così pagheremo tutti di più.

I sostenitori di tale tesi sono interessati? Certamente, ma secondo me questa situazione apre una finestra di opportunità: la regolarizzazione diminuisce il nero.

Si dirà che poi si riforma: non è del tutto vero se si opera bene. Si è riformato negli ultimi anni solo perché a un certo punto non si sono fatte più sanatorie. Così è rinato il caporalato, che era scomparso o quasi. Ed è rinato prima di tutto al Nord, non al Sud (non ci sono solo le arance siciliane; i pomodori sono molti di più in Emilia – 29 milioni di tonnellate – che in Campania o in Puglia – 26 milioni; non c’è solo l’agricoltura ma altri settori di irregolarità…). Se non ci credete leggete Mafia Caporale di Palmisano. La disseminazione del lavoro, merce rara, è così finita nelle mani delle mafie che fanno affari d’oro. Vogliamo lasciare le cose come stanno?

Una soluzione politica

La soluzione è chiara: smetterla con gli stop and go delle regolarizzazioni a singhiozzo, che dipendono solo dalla polemica politica, e creare una normativa ordinaria mediante canali legali.

È ora di smetterla di produrre illegalità laddove non esiste. Torniamo alla Legge Martelli e sarà un progresso (anche la Turco-Napolitano provocò guai, iniziando a mettere la questione emigrazione sotto il cappello del diritto penale). L’aver chiuso il sistema delle quote ha prodotto l’endemico bubbone che sempre (negli ultimi 15 anni) ricomincia.

I politici lasciano il tema migratorio nell’emergenza per pura convenienza: può essere utilizzato come clava alle elezioni e serve per creare allarme nella cittadinanza.

È solo da tale manipolazione che dipende la questione regolari/irregolari. Senza intervento umano (cioè della politica) in natura ciò non avverrebbe anzi: il mercato troverebbe le sue forme di concreta e pratica legalizzazione (a patto di controllare il territorio).

Se si andasse ad un sistema ordinario, come il mercato richiede, non ci sarebbero bubboni, non esisterebbero classificazioni, si sanificherebbe il mercato del lavoro rendendolo performante. L’immigrato segue il lavoro: dove c’è, lui va. Dov’è migliore, lui si sposta. Noi in Italia (ma anche in molti altri Paesi, inclusi alcuni del nord Europa) abbiamo permesso la creazione un modello illegale di mercato del lavoro parallelo, al nero, buono solo per irregolari. Fino a forme di schiavismo.

Lo abbiamo fatto perché abbiamo generalizzato il sistema che utilizzavamo da sempre per noi stessi (ai tempi del primo caporalato): è nota la faccenda degli evasori. Quindi ci fa comodo tenere un settore dell’economia nel nero o sommerso (informale come si dice a livello internazionale). Risultato: ci sono italiani precari (o peggio) e stranieri irregolari. Gli stranieri che arrivano in Italia lo sanno: è il mercato irregolare, trampolino di lancio per qualcos’altro. In Germania o Svezia, dove le forme di mercato del lavoro informali sono più rare, ci arrivano in un secondo momento (ma subito si prendono i professionisti). Ognuno raccoglie quello che semina…

Regolarizzare. regolarizzare, regolarizzare

Regolarizzare è dunque una forma di giustizia ma anche di upgrading del mercato del lavoro. Riguarda oggi circa 300.000 lavoratori stagionali e 150/200.000 colf e badanti. Tutti costoro stanno per perdere o hanno già perso il lavoro. A chi affideremo i nostri anziani?

Che tale parte sommersa del mercato del lavoro non venga alla luce è dunque un problema sia etico-politico che concreto e realistico. Che persista il male italiano del sommerso dipende dal fatto che noi italiani non lo vogliamo: tradizionalmente non c’è protesta popolare se una parte del mercato del lavoro resta nell’illegalità.

Pensate alle case di moda e ai grandi brand del lusso che si fanno preparare i preconfezionati al nero, a cui poi aggiungono il logo. Pensate al settore edilizio, semi-irregolare da sempre, sparso in tutt’Italia, polo di attrazione dei comunitari (rumeni e così via.) che nessuno (davvero nessuno) vorrebbe cambiare. Per un lavoretto in casa alla domanda “1500 euro con fattura o 1000 senza”, cosa risponde l’italiano medio?

Chi si batte a viso aperto per la regolarizzazione lo fa anche perché ha in mente un cambio radicale del mercato del lavoro. La grande opportunità attuale è che la regolarizzazione si farebbe a frontiere chiuse, quindi senza effetti pull factor.

Un’occasione per risanare l’intero sistema, mandandolo a regime e da cui non derogare mai più. Ma qui si toccano interessi tra evasione, mafia e clientelismo. Non importa il sistema ordinario che si utilizzerebbe (a quote, a punti, a tempo ecc.): ce ne sono a decine: l’essenziale è uscire dal finto emergenziale che ci siamo autoinflitti. Ma per la maggioranza dei partiti la regolarizzazione definitiva è come qualcosa di vergognoso che si fa in sordina per tornare al vecchio sistema subito dopo. Se tale discorso non convince perché sembra troppo legato al nostro interesse immediato (tipo: raccogliere la frutta), allora lo si dica chiaramente: lo spirito della Costituzione e la carta dei diritti umani ci spingono a regolarizzare tutti, a dispetto di ogni altra ragione, solo per il fatto di essere qui, tra di noi, di esistere. A tutti gli esseri umani gli stessi diritti, senza distinzione di razza, sesso ecc. A me va bene lo stesso.

Lo stesso dicasi per lo ius culturae: chi lo propone rende giustizia all’idea della comune cittadinanza, del diritto ad essere cittadini senza apartheid sociale, come iscritto nella Costituzione. Chi lo contesta come irrealistico si prepara a togliere diritti anche a chi già ce li ha. Lo si osserva in modo eclatante nella sinistra italiana: quando è all’opposizione si intenerisce per tutti; quando governa si irrigidisce (vedi la dichiarazione della De Micheli l’altro giorno). Altrimenti come spiegare che il ministro Speranza firmi una carta in cui si chiudono i porti, smentendo anni di suoi interventi? Solo apparentemente la destra sembra meno ipocrita: dice prima gli italiani, ma non si scandalizza degli italiani che muoiono nelle Rsa. In realtà ha in mente un modello di società conservatore, autarchico e autoritario in stile Orban in cui la stessa democrazia sarebbe a rischio.

C’è una grande lezione di democrazia da apprendere: se non inizi dai poveri non inizi da nessuno; se non consideri gli ultimi non considererai mai nessuno;  se non parti dalla periferia dimenticherai anche il centro. Il no di oggi ai profughi prepara il no a tuo fratello; il no di oggi all’irregolare giustificherà il tuo no al parente.

Foto: Ibadah Mimpi / Unsplash

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