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La condivisione del video di George Floyd oggi ha lo stesso valore della pubblicazione delle foto di Emmett Till nel 1955? La riflessione del nostro polemista Sindbad il Marinaio.

Esibire corpi martoriati non sempre è voyeurismo. Se la sorella di Stefano Cucchi non avesse mostrato il corpo di suo fratello pestato a sangue, il processo che ha visto la condanna dei carabinieri non sarebbe finito allo stesso modo. La foto di Phan Thį Kim Phúc che a nove anni, l’8 giugno del 1972, scappa piangendo completamente nuda e bruciata dal napalm, ha contribuito più di altro alla fine della guerra del Vietnam.

Il dibattito è aperto e non è mai finito. Anche nella comunità afrodiscendente italiana, scioccata dal video della morte di George Floyd, l’afroamericano di Minneapolis ucciso dall’agente bianco Derek Chauvin, che per questo è stato arrestato.

Chi contesta la pubblicazione del video, come il medico e attivista Andi Nganso, ha argomentazioni solide: Ci hanno abituato a vedere il corpo nero violentato, maltrattato e umiliato. Sono secoli che i nostri corpi sono sistematicamente presentati come sporchi, inferiori, fragili e violentabili. Non alimentiamo questa umiliazione di massa. Dobbiamo ricordare Floyd per quello che è.

È quello che sta facendo il movimento Black Lives Matter che, unito alle proteste spontanee, sta mettendo a ferro e fuoco Minneapolis ed altre città americane. Se nessuno avesse visto le immagini di George Floyd che muore dicendo «Non riesco a respirare» mentre l’agente bianco Derek Chauvin gli schiaccia la gola con un ginocchio, non ci sarebbero state le proteste. Se non ci fossero i riot a Minneapolis e altrove, il poliziotto bianco Derek Chauvin non sarebbe finito in carcere. Esibire i corpi alla fine è un arma.

Le immagini degli attivisti del Ku Klux Klan che sorridono davanti ai neri bruciati e impiccati ci fanno orrore. La foto di Emmett Louis “Bobo” Till nella bara ci fa rabbia ed è ben altra cosa. Emmett Till aveva appena compiuto 14 anni quando venne assassinato a Money in Mississipi il 28 agosto 1955. Una donna bianca, che ritratterà anni dopo il processo, lo accusò di averla molestata. Emmett Till venne rapito da un gruppo di giovanissimi bianchi che lo picchiarono, gli cavarono un occhio, gli spararano in testa e lo gettarono nel fiume Tallahatchie con al collo una pala di una ginnatrice, usata per lavorare il cotone, legata con del fil di ferro. Il suo corpo venne trovato tre giorni dopo da due pescatori.

Sua madre, Mamie Carthan Till, impose che il funerale si celebrasse con la bara aperta come si usa in America, perché tutti potessero vedere cosa avevano fatto a suo figlio.

La rivista afroamericana Jet fu la prima a pubblicare le foto. Altri giornali la seguirono. Tutti seppero di Emmett. L’episodio è considerato come uno dei più importanti gesti di rivolta per il riconoscimento dei diritti degli afroamericani. Rosa Parks che il primo dicembre 1955 si rifiutò di cedere il posto a un bianco su un autobus, dando vita a una delle prime proteste capeggiate dal reverendo Martin Luther King, il boicottaggio di oltre un anno dei mezzi pubblici, disse di avere trovato la forza dalla storia di Emmett Till, del quale aveva letto sui giornali e aveva visto la foto del suo funerale.

P.s. Le immagini dei funerali di Emmett Till sono soggette a copyright, ma l’autore di questo articolo vi invita ad andare a vederle per rispetto alla scelta della madre, fatta nel 1955 in Mississippi. Le potete trovare sul sito di Time.

Immagine di copertina: Lisa Whittington, Emmett Till: How She Sent Him and How She Got Him Back/Wikicommons

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