Il long read di questa settimana tratta di sovranismo e sovranisti. Pubblichiamo il prologo di "I sovranisti", la mappa dei nazionalismi in Europa tracciata dall'esperto di geopolitica di Radio France Inter Bernard Guetta.

Bernard Guetta
I sovranisti. Dall’Austria all’Ungheria, dalla Polonia all’Italia, nuovi nazionalismi al potere in Europa
(Add editore, 2019)

Comunque vada a finire l’Europa che uscirà dalle urne domenica 26 maggio non sarà più la stessa di prima. Senza scomodare improbabili ritorni al passato, dalle ceneri della socialdemocrazia e da quelle del blocco cattolico, che si coalizzava attorno alla destra moderata rappresentata dai partiti di impronta democratica cristiana, si sono affacciate nuove forze nazionaliste, xenofobe e conservatrici. I sovranisti, appunto.  Che il giornalista Bernard Guetta, esperto di geopolitica di Radio France Inter, è andato a scovare sul campo come un reporter di lunga razza. Per realizzare questo reportage Benard Guetta, ha girato in lungo e in largo l’Ungheria di Viktor Orbán, la ultimamente traballante Austria del giovanissimo cancelliere Sebastian Kurz, la Polonia dell’ex premier Jaroslav Kaczynski e l’Italia di Matteo Salvini. Ne è uscita una mappa per capire come sia stato possibile tutto ciò con uno sguardo verso il futuro.
Per gentile concessione dell’autore e di Add Editore pubblichiamo il prologo del libro. Fabio Poletti

Da dove cominciare? Dall’Algeria? Mi tenta. Dalla Gran Bretagna? Meglio aspettare e vedere. Forse dall’Iran? In ogni caso, dovrei andarci prima che negli Stati Uniti ma… là, adesso? E poi, ecco la risposta: l’Europa di estrema destra, da Vienna a Roma passando per Budapest e Varsavia. Ho esitato a lungo sulla scelta della prima tappa, ma non sulla necessità di intraprendere questo giro del mondo in dieci libri. Dovevo tornare sul campo, ascoltare, osservare, tentare di capire perché il mondo sta cambiando dappertutto, e l’esigenza si è fatta via via più intensa dentro di me dopo che la Gran Bretagna ha deciso di uscire dall’Unione europea.
La Brexit non mi ha sorpreso. La temevo. Me l’aspettavo, ma non avevo vissuto di persona il dilagare del sentimento antieuropeo tra i britannici. Benché l’avessi visto crescere da lontano, non ne comprendevo i meccanismi abbastanza a fondo per interpretarlo in modo corretto. Dovevo indagare. E che dire della vittoria di Donald Trump?
Mi ero persuaso subito che avrebbe vinto le primarie. Era evidente: la destra americana si era radicalizzata così tanto che lui era il più adatto a sedurla; ma che vincesse le presidenziali no, non l’avevo previsto. Non ho dubitato neppure per un secondo che la destra moderata, il centro e la sinistra avrebbero fermato l’inammissibile inciviltà di quel personaggio, e per capire che Hillary Clinton non aveva la vittoria in tasca ero dovuto
partire e andare a New York, tenere le orecchie aperte, ascoltare la radio, seguire la televisione.
Tre giorni prima delle elezioni, però, la possibilità che l’impossibile si realizzasse mi era parsa così probabile che per la mia trasmissione radiofonica avevo preparato le scalette di tre articoli, un pezzo sulla vittoria di Trump, uno sulla sua sconfitta e uno sul too close to call, ossia «è troppo presto per parlarne» di primo mattino su France Inter a Parigi. Il risultato non mi aveva sorpreso ma sbalordito, ed ero esterrefatto nel vedere che gli
Stati Uniti affidavano a un uomo simile il loro destino e che la prima potenza mondiale – il Paese da cui dipendono la stabilità internazionale e la sicurezza delle democrazie occidentali – cadeva nelle mani di un megalomane ignorante ed egocentrico che già in campagna elettorale aveva trovato il tempo di mettere in discussione l’esistenza dell’Alleanza atlantica.
Stava cambiando tutto, proprio tutto e, prima ancora che la Florida rendesse certa la vittoria di Trump, c’era stata quella dei nazionalisti conservatori in Polonia, quella di Modi in India e quella di Duterte nelle Filippine, altri due nazionalisti conservatori, poi l’intervento trionfale di Putin in Siria, quarto nazionalista conservatore, mentre Recep Erdog˘ an, quinto della stessa specie, aveva fatto ripiombare la Turchia nella dittatura. Non si trattava più di una tendenza ma di un maremoto e, una volta
incoronato Trump presidente, Viktor Orbán si era fatto rieleggere in Ungheria, mentre le destre della destra si aggiudicavano l’Austria e l’Italia, e in Cina Xi Jinping, conservatore e nazionalista, emendava la Costituzione per ripristinare, a suo vantaggio, la presidenza a vita.


Sullo sfondo del declino generale dei grandi partiti della sinistra socialdemocratica e della destra moderata, ovunque si affermavano nuove estreme destre, non naziste ma senza dubbio autoritarie, che rimettevano in discussione la necessità di una concertazione internazionale e il libero scambio, il rispetto dei diritti umani, l’unificazione dell’Europa, pari diritti alle minoranze e ai più deboli, la messa al bando del razzismo, delle annessioni territoriali e della xenofobia – quello che, nel dopoguerra,
un consenso internazionale aveva trasformato nell’ideale comune verso cui tendere.


In una manciata di anni tutto ciò si è trasformato in polvere, come travi erose da termiti invisibili, e ovunque, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Russia fino al cuore di questo bastione delle libertà che è l’Unione europea, si è tornati alla politica del fatto compiuto, del diritto del più forte, del rifiuto dell’altro e della regola dell’ognun per sé, dietro frontiere fortificate da
muri e recinzioni.
Con la Brexit e l’elezione di Trump, il 2016 aveva segnato una svolta ben più profonda rispetto a quella del 1989, quando la caduta del Muro sembrava aver garantito il trionfo della democrazia che, all’improvviso, si era estesa a molti nuovi Paesi.
La fine della Guerra fredda sembrava aver affermato il prevalere di principi cui si appellavano i vincitori, ma un certo Donald Trump, quello che ha ordinato di togliere i figli agli immigrati clandestini, aveva preso i comandi di quella che era stata la nave ammiraglia del mondo libero.
Il secolo in cui eravamo appena entrati iniziava davvero male e sentivo di non avere più la capacità né il diritto morale di analizzarne i cambiamenti a distanza perché non ne avevo vissuto la genesi, a differenza di quella della fine del comunismo. Ricordavo fin troppo bene il mio stupore davanti alla cecità degli editorialisti newyorchesi o parigini – che, da lontano,
avevano infilato una perla dietro l’altra sulla Polonia di Solidarnos´c´ o l’Urss di Gorbacˇëv – per commettere, trent’anni dopo, lo stesso errore di fronte a questo nuovo sconvolgimento mondiale.


Se non volevo diventare cieco e sordo, dovevo rimettermi in cammino. Se non volevo rischiare di coprirmi di ridicolo, dovevo lasciare le comodità di uno studio pieno di amici e gli ascolti trionfali. Dovevo alzarmi dalla mia poltrona rossa e tornare a fare il reporter, andando incontro a un insuccesso, forse, ma poco importa, si vedrà.


Avevo pensato di fare il grande passo già nel luglio 2017, un anno dopo l’ho fatto davvero. Ai primi di luglio del 2018 ho detto addio a Radio France Inter dopo ventisette anni di dirette, e sei settimane dopo ho deciso di partire per l’Europa centrale, per andare in quei quattro Paesi europei che stavano voltando le spalle ai valori dell’Unione e rischiavano, se fossero riusciti a disintegrarla, di garantire vittorie piuttosto facili ma fondamentali
ai signori Trump, Putin e Xi. Perdipiù, in quella zona ero stato corrispondente di «Le Monde» dopo averla già percorsa in lungo e in largo per «L’Observateur». La conoscevo. Ci vivono molti amici. Sapevo che era completamente diversa da quella che avevo visto e vissuto sotto il comunismo, è naturale! Oltre alla necessità di vedere la situazione di persona, avevo una voglia sincera, personale, intima e fortissima di partire.
Tornavo dunque in terre un tempo mie, alle quali la coalizione di 5 Stelle e Lega ha aggiunto l’Italia. Ho chiamato a raccolta i miei compagni degli anni Settanta e Ottanta, ho definito un itinerario: prima Budapest, poi Varsavia, Vienna e Roma.
Ho letto molto, la stampa contemporanea, la Storia passata e, per il resto, ho rimesso in moto i ricordi e ripreso in mano quello che avevo scritto. Ero pronto quanto lo si può essere prima di un reportage, con molti indizi, se non altro sulle cause dello sconvolgimento di quei Paesi. Veri o falsi, di sicuro da verificare, costituivano il punto di partenza per cominciare un viaggio esplorativo. Un punto, però, mi restava oscuro.
È semplicemente un caso – o come spiegarlo altrimenti? – che le frontiere dell’insieme politico costituito da queste nuove destre europee al potere coincidano, in modo quasi perfetto, con quelle dell’impero austro-ungarico della metà del XIX secolo?
Non credo al caso, ma allora perché le cose stanno proprio così? La domanda mi assillava e, a forza di pensarci, respingendo o riesaminando varie ipotesi, sono arrivato a formulare una teoria, una pura creazione intellettuale che bisognerà convalidare o invalidare sul campo.
Eccola.
Fine della Prima guerra mondiale: le sorti del conflitto disintegrano
l’impero austro-ungarico, riducono l’Austria a una superficie inferiore a quella di due Svizzere e l’Ungheria a meno di un terzo dei suoi territori. Ne sono colpevoli un francese e un americano, Georges Clemenceau e Woodrow Wilson, un figlio dei Lumi e un utopista che mette fine all’isolazionismo degli Stati Uniti e inventa la Società delle Nazioni, il diritto dei popoli a decidere del loro futuro e la concertazione internazionale,
quella di cui Donald Trump non vuole più saperne.
Cancellata dalle carte geografiche da più di un secolo, la Polonia riscopre la sua indipendenza, ma in Ungheria come in Austria si è a lutto e i due Paesi cercano di risollevarsi alleandosi alla Germania nazista. I loro calcoli sono sbagliati e si ricomincia!
L’Onu subentra alla Società delle Nazioni. Sotto l’influenza, ancora e sempre, degli americani e dei francesi, l’Occidente vincitore proclama la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Entrambe dalla parte dei vinti, l’Austria è occupata dagli Alleati fino al 1955, mentre l’Ungheria viene abbandonata a Stalin e diventa comunista. Ancora oggi molti vecchi austriaci parlano di “Invasione”, alludendo a quella che i francesi chiamano “Liberazione”, e molti ungheresi ricordano che nel 1956
gli Stati Uniti non mossero un dito dopo che le loro radio avevano
infiammato gli insorti di Budapest.
Il “mondo libero” e gli Stati Uniti “baluardo della democrazia”, sì, certo. Così vicini alla frontiera russa, ungheresi e austriaci non potevano che pensare in questi termini ma, al crollo dell’Urss, la Storia ha subito accampato i suoi diritti, con i suoi ricordi, i suoi rancori, le sue menzogne. Per molti ungheresi, “Occidente” significa anche Trattato del Trianon, quello con
cui i vincitori della Prima guerra mondiale stabilirono le sorti del Regno d’Ungheria, quello dello smembramento; l’abbandono nel 1945, il tradimento del 1956, e la durezza di una transizione economica attribuita più alle imposizioni americane – e ancora prima europee –, che al fallimento del comunismo.
A differenza della Germania, l’Austria non si è mai interrogata sul suo passato nazista, definendosi sempre vittima e non alleata di Hitler. «L’Austria è il Paese che ha persuaso il mondo che Hitler fosse tedesco e Beethoven austriaco», recita una pessima battuta. Paese del trionfo della socialdemocrazia nel dopoguerra, l’Austria assapora la dolcezza della vita, ma non stupisce che tanti suoi scrittori la disprezzino fino a provare un odio matricida e che un partito cofondato da ex nazisti, il FPÖ, Freiheitliche
Partei Österreichs, il Partito della Libertà Austriaco, una formazione che è arrivata a riconoscere alcuni meriti al nazismo, abbia fatto parte, dal 1983, di molte coalizioni di governo.
Quanto alla Polonia e all’Italia, la loro evoluzione è più sorprendente,
anche se a ben guardare…
A lungo si è creduto, io per primo, che la Polonia fosse di sinistra perché i suoi operai si erano battuti per la democrazia e la libertà sindacale, che la dissidenza fosse di sinistra, e che gli uomini nominati consiglieri da Wałesa che hanno fatto nascere la democrazia polacca provenissero tutti dalla sinistra. È andata così, ma l’attuale maggioranza trova la cosa tanto inaccettabile da sforzarsi di cancellarla e la Polonia del periodo interbellico,
quella del maresciallo Piłsudski, quella dell’indipendenza recuperata,
era nazionalista e conservatrice, com’è il PiS, Prawo i Sprawiedliwos´c´, il Partito Diritto e Giustizia oggi al potere e fondato dai fratelli Kaczyn´ski. Gran parte della Polonia non ha mai avuto niente di liberale e si identifica in un cattolicesimo che ha unito e definito la nazione in secoli di dure prove, ma ha preso le distanze dal Vaticano II che, per lei, puzza sempre di
zolfo. Per quella Polonia, per una Polonia che non ha mai dimenticato
che le democrazie europee l’avevano abbandonata alla spartizione tra Hitler e Stalin, l’Europa occidentale è tanto decadente e pericolosa quanto la nuova minaccia islamica lo è agli occhi di Viktor Orbán e dei suoi sostenitori. E l’Italia…
Mussolini non era esattamente dalla parte dei vincitori e la culla della Lega è la Lombardia. È a partire da una regione appartenuta all’impero austro-ungarico fino al 1859, una terra d’ordine e di aziende di famiglia che a lungo ha creduto che la civiltà finisse a sud di Milano, che Matteo Salvini ha fatto di uno dei sei Paesi fondatori dell’Unione europea quello che, oggi,
ne minaccia di più la sopravvivenza.
Ungheria, Polonia, Austria e Italia possono ritrovarsi a condividere un antioccidentalismo le cui radici affondano nella Storia. Ecco quello che avevo in mente il 16 agosto 2018, quando mi sono imbarcato su un volo Easyjet per Budapest. Da allora, ascolto, osservo, prendo nota e taccio, a prescindere da quello che capisco, vedo e penso.

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