Il long read di questa settimana è tratto da "I giardini di Bagh-e Babur" (Graus Edizioni, 2019) di Lorenzo Peluso. Il direttore di quasimezzogiorno.it racconta attraverso i suoi scatti l'Afghanistan, il Kurdistan e l'Iraq, ritraendo luoghi fatti scempio dalla guerra ma anche un'infinità umanità.

Lorenzo Peluso
I giardini di Bagh-e Babur
(Graus Edizioni, 2019)

Lorenzo Peluso è un giornalista e un fotografo, direttore di quasimezzogiorno.it e collaboratore di importanti testate nazionali. Davanti alla sua macchina fotografica sono passati, per questo libro, Afghanistan, Kurdistan e Iraq. Raccontati non solo come i luoghi fatti scempio dagli orrori della guerra. Ma pure di infinita umanità, come Karim che sogna Charlie Chaplin a Kabul o le bambine dell’orfanotrofio di Herat in Afghanistan. Embedded al contingente italiano, Lorenzo Peluso racconta come in un caleidoscopio le violenze dell’Isis ma pure le bellezze dei giardini di Bagh-e Babur a Kabul, dove il primo imperatore Moghul volle essere sepolto, circondato da un grande parco che fosse luogo di riposo e di socializzazione. Il giornalista di Rainews24 Ettore Guastalla, scrive nell’introduzione: «Per capire una guerra, un Paese, un popolo, bisogna metterci testa e cuore». Tutto quello che ha usato Lorenzo Peluso, oltre alla sua macchina fotografica. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore Lorenzo Peluso e dell’editore Graus pubblichiamo un estratto del libro I giardini di Bagh-e Babur

Gli occhi belli nell’orfanotrofio di Herat

Un sole alto e caldo splende sulla città di Herat. È l’ora di punta del mattino, ci troviamo nel pieno del caos del traffico, nel centro della città, con il nostro convoglio. In realtà è proprio ciò che maggiormente temono i militari e che cercano di scongiurare, seguendo spesso strade e vie diverse. Ci sono luoghi, però, dove è impossibile giungere se non seguendo quell’unica strada che consente, anche per le dimensioni dei Lince, di poter attraversare la città. Mi scoccia molto, in verità, questa condizione di allerta che siamo costretti a subire in seguito ad un non precisato allarme che ha fatto innalzare i livelli di sicurezza. Questo impedisce di andare in giro per strada, con maggiore libertà, soprattutto impedisce di andare in giro a fotografare. Una restrizione che mi fa guardare il mondo, le strade, la vita cittadina di Herat, dai finestrini opachi dei Lince, protetti da una grata in metallo, rendendo molto difficile la possibilità di rubare qualche scatto per strada. Tuttavia, qualche buona foto pure riusciamo a farla, Antonio e io, se pur su mezzi diversi, e soprattutto senza parlarci.

Volti afghani

L’ingresso è in penombra: sul lato sinistro dell’atrio una scala protetta da un corrimano in ferro, ben lavorato, che conduce al piano superiore. Sul lato destro, invece, l’ingresso a quella che appare come una saletta per la mensa.
Spiccano all’interno i colori intensi del blu delle pareti che si illuminano da due finestroni che danno su un giardino spoglio, senza aiuole verdi né fiori; al centro dello stesso un’altalena sbilenca, rotta, arrugginita ecco, di certo non funzionante. L’orfanotrofio di Herat. Una delle educatrici, una ragazza di circa 25 anni, così appare, con il capo coperto dal velo, ci accoglie, e sono certo solo per- ché evidentemente non si può rifiutare. Lo si capisce subito che non gradisce essere fotografata, né tantomeno essere guardata. Tuttavia, fa il suo lavoro. Togliamo velocemente elmetti e gap di protezione, li lasciamo lì, nell’atrio uno accanto all’altro. Saliamo le scale, in silenzio quasi. Dal piano di sopra arriva qualche vocina, dolce. Una porta bianca al centro di un corridoio stretto e in penombra. Si apre la porta e tutto cambia. Sedute le une accanto alle altre, con le gambe incrociate, appoggiate ai muri laterali di uno stanzone, decine di bambine. Sorridono, bisbigliano tra loro. Si ritraggono e provano a nascondere il viso. Alcune, rinchiuse in piumoncini di un rosso sgargiante che rendono quei visi ancor più dolci e commoventi. Scoprirò poi che quei cappottini sono frutto di una recente donazione di una ONG. Ve ne sono alcune piccolissime, 3 anni non di più; altre che ne dimostrano 11, forse 12 in qualche caso.
Il silenzio è rotto solo da qualche bisbiglio e dalle parole che l’educatrice pro- nuncia con l’interprete che a sua volta prova a riferirci. Nell’aria si avverte un odore stantio che si mescola a quel profumo tenero della pelle dei bambini. Confesso di aver messo in atto una furbata; l’esperienza aguzza l’ingegno, certo. In verità, però, l’ho fatto solo per quel senso di estrema umanità che l’idea di andare nell’orfanotrofio, quella mattina, a mensa prima di uscire dalla base, mi era balenata per la testa. Nel mio inseparabile zaino, dove porto la macchina fotografica, avevo infilato alcune confezioni di biscotti che avevo trafugato in mensa. Ecco, confesso, sì, ne avevo prese alcune con il preciso intento di donarle a quelle bambine. In realtà si rivelò un’ottima idea.
Quando mi avvicinai a quei visini che provavano a ritrarsi dalla mia macchina fotografica, d’istinto tirai fuori con una mano dallo zaino una confezione di biscotti; stesi la mia mano verso una di loro che sorrise e afferrò quel piccolo dono. In quell’istante un mormorio arricchì quello strano silenzio che in pochi istanti divenne un brusìo e poi il suono di sorrisi e di frasi pronunciate, che non comprendevo, ma di cui mi era chiaro il senso: anche a me, anche a noi. In ginocchio, davanti a quelle bambine scorrevo davanti a ognuna di loro, aprivo quelle confezioni di biscotti, nel timore non mi potessero bastare e porgevo quel piccolo e insignificante dono tra quelle manine aperte e tese verso di me. Sembravano non aver più timore di quello sconosciuto e della sua macchina fotografica.
Io, avido di dettagli, soprattutto di occhi e di emozioni, continuavo a scattare foto. Volti dolci, altri tristi, alcuni impauriti. Occhi grandi, lucidi, sorridenti. Mi guardavo intorno, provavo a scrutare l’essenza di quel luogo. Lungo le pareti, porte di colore bianco che davano ingresso a camere da letto. All’interno lettini a castello posti in fila, come quelle camerate in caserma, quando ancora la leva era obbligatoria. Dal soffitto in alcune di loro cadevano verso il basso stelle di carta colorate, appese a fili di nylon.

Orfanotrofio di Herat

Ammiravo i volti di quelle bambine, orfane, senza nessuno al mondo, mi tornavano alla mente le parole impresse nella “Carta dei Diritti della Bambina”, di recente approvata da molte amministrazioni locali in Italia. Un documento di intenti per sensibilizzare l’opinione pubblica a un’azione mirata di contrasto alla drammatica emergenza della violenza di genere, per un’educazione delle giovani e dei giovani scevra da pregiudizi, spesso all’origine di episodi di violenza, per promuovere la parità sostanziale fra i sessi e la valorizzazione delle differenze fra bambine e bambini. Una carta che prende origine dal documento presentato e approvato a Reykjavik nel 1997 durante il IX Congresso delle Federazioni Europee della BPW, in seguito all’emergere della questione dell’infanzia femminile durante la Conferenza mondiale di Pechino del 1995. Una Carta, ispirata alla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia del 1989. Una Carta che è premessa fondamentale per l’affermazione e la tutela dei diritti delle donne fin dalla nascita che impone alle famiglie, alla scuola e alle comunità, di assumersi responsabilità oggettive nei confronti della bambina che possa crescere nella piena consapevolezza dei suoi diritti e dei suoi doveri. Quali sono i diritti di queste bambine? Ne hanno di diritti queste bambine?

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