La notte dei premi più importanti del cinema negli Stati Uniti si è conclusa con una serie di colpi di scena. A partire dalla vittoria inaspettata di un breve cortometraggio dedicato al dibattito che tiene banco, in tema di identità e capigliature.

Non era ancora andata in scena, e già era stata etichettata come l’ennesima edizione con poca diversity. Eppure, quest’anno, l’Academy ha sorpreso. Terminata poche ore fa, la lunga notte degli Oscar 2020 si è conclusa con una storica, quadruplice vittoria di Parasite, un vero e proprio trionfo del regista coreano Bong Joon-Ho, vincitore della statuetta per la miglior sceneggiatura originale, per il miglior film internazionale, per la regia e, rullo di tamburi, per il miglior film – una prima volta assoluta per un film di lingua non inglese.

Ma mentre la stampa di mezzo mondo si concentra (giustamente) sulla vittoria della pellicola coreana, c’è un’altra statuetta che ha segnato un diverso passo dell’Academy, in tema di diversità, ed è quella di Hair Love, vincitore nella categoria miglior cortometraggio animato.

Hair Love, corto da Oscar

La storia ci racconta di una bambina afroamericana e di suo padre, che non riesce ad acconciarle i capelli. Passato un momento di iniziale sconforto, però, si rimboccherà le maniche e, tutorial alla mano, riuscirà nella sua impresa.

Matthew Cherry, uno dei due registi del film (che si può guardare integralmente online), durante il ritiro del premio ha raccontato di come il film sia stato concepito per normalizzare il capello afro e creare dei modelli positivi nelle giovani generazioni, ancora poco rappresentate nei cartoon. Nel suo discorso di ringraziamento, poi, ha ricordato la vicenda di DeAndre Arnold, ospite in sala insieme al team di Hair Love, invitato dal regista perché la sua vicenda, che per settimana ha tenuto banco negli Stati Uniti, racconta perfettamente il tema del corto di animazione: la riappropriazione dell’orgoglio dei propri capelli naturali.

La storia di DeAndre Arnold

Arnold, che porta una acconciatura attorcigliata in dreadlock lunghi fino alle spalle, il mese scorso è stato convocato dalla dirigenza della scuola superiore che frequenta, la Barbers Hill High School, nello stato del Texas, che gli ha intimato di tagliarsi i capelli, pena l’esclusione dalla celebrazione dei diplomi. Secondo la scuola infatti, la capigliatura dello studente viola le regole d’abbigliamento dell’istituto – regole che non tengono in conto il significato culturale di determinate acconciature, come nel caso dei dreadlock di Arnold, figlio di un uomo delle isole Trinidad nella cui famiglia, ha spiegato la madre del giovane, gli uomini hanno una capigliatura dreadlock, in quanto parte della propria identità e cultura.

La controversia nata dall’episodio ha portato DeAndre Arnold a essere chiamato come ospite in numerose trasmissioni televisive, tra cui il celebre show di Ellen De Generes, il salotto più famoso degli States. La presentatrice, colpita dalla storia del giovane, gli ha donato insieme alla cantante Alicia Keys un assegno da 20mila dollari, come fondo per continuare gli studi.

I precedenti

Ma il caso di DeAndre Arnold non è l’unico nel suo genere. Se è di pochi giorni fa la notizia di un compagno di classe di Arnold sospeso per le medesime ragioni, nell’aprile 2019, anche Juelz Trice, della scuola media Berry Miller a Pearland, sempre in Texas, è stato messo davanti alla scelta di rasarsi i capelli o andare incontro a una sospensione. L’anno prima a Andrew Johnson, un wrestler afroamericano dello stato del New Jersey, poco prima di un match venne richiesto di tagliarsi i capelli o dare forfait perché, secondo l’arbitro, i capelli erano troppo lunghi per le regole del wrestling nel New Jersey: l’atleta, visibilmente abbattuto, ha così accettato di farsi tagliare i capelli in diretta, tra le urla furibonde dei partecipanti.

Sono episodi che, nel tempo, hanno portato avanti una discussione su come un dress code specifico possa risultare discriminatorio nei confronti degli afroamericani.

Così, lo scorso anno, la California è stato il primo stato a vietare i comportamenti discriminatori contro le acconciature afroamericane, dreadlock compresi, in quanto caratteristiche identitarie afro. Il ritorno ai capelli al naturale, d’altronde, è un argomento in larga ascesa all’interno delle comunità nere, il che ha spinto diverse aziende cosmetiche ad offrire una grande varietà di prodotti specifici, ma ha anche portato alla proliferazione di video-tutorial autoprodotti, come quelli che compaiono nel cortometraggio da Oscar.

Non a caso, nel 2018 Netflix ha prodotto il film Nappily Ever After, film che parla di una donna nera in carriera, ossessionata dai capelli che liscia ogni giorno. Dopo una serie di vicissitudini abbandonerà la sua vita apparentemente perfetta e si taglierà i capelli, facendoli ricrescere al naturale, quale metafora della sua nuova visione della vita. Il riferimento, nel titolo, è alla crasi di Naturally Happy, parola utilizzata per riferirsi ai capelli al naturale dei neri. Un movimento che parte dalla superficie, e dai capelli, ma che punta nel profondo al riscatto, e si sta allargando anche in Africa e in Europa.

Proprio per questa ragione, il messaggio che arriva da Hollywood è di estrema rilevanza: Hair Love racconta non solo l’amore di un padre per una figlia, ma l’importanza di amare, con orgoglio, la propria identità.

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