Nata da padre giamaicano e madre indiana, è la prima indo-americana ad essere in lizza per la vicepresidenza Usa. Non è un caso: il voto asiatico sarà decisivo per decidere chi sarà il prossimo POTUS.

Nata da padre giamaicano e madre indiana, Kamala Harris è la prima donna afro e indo-americana ad essere in lizza per la vicepresidenza americana. C’è voluto del tempo perché i commentatori (e prima ancora, l’elettorato) si rendessero però conto dell’unicità della sua nomina. E iniziassero ad analizzarla in relazione non tanto (e non solo) alle chiare capacità politiche della Harris. Ma alla sua identità. Nella sua autobiografia The Truths We Hold, data alle stampe nel 2019, Harris ripercorre la sua storia, un intreccio multiculturale che oggi, nel corso delle votazioni, potrebbe rendere la sua candidatura gradita sia all’ampio elettorato afroamericano, sia alla potentissima diaspora indiana, e alle minoranze asiatiche più in generale. O almeno questo sperano i Democratici.

Kamala Harris con la madre. Foto: Courtesy of Kamala Harris Campaign

Chi è Kamala Harris?

Kamala Harris, 56 anni, senatrice della California dal 2017, è nata a Oakland, da una madre indiana, Shyamala Gopalan, una ricercatrice sul cancro al seno proveniente dal Tamil Nadu e immigrata negli Stati Uniti nel 1959 per frequentare una prestigiosa specializzazione all’Università californiana di Berkeley. Lì incontrò Donald Harris, compagno di studi giamaicano che in seguito divenne professore di economia. La coppia si è sposata e ha avuto due figlie, Kamala e Maya, per poi divorziare quando la maggiore aveva 7 anni. Cresciuta con la madre, Kamala Harris racconta come questo l’abbia portata a mangiare, vestirsi, ingioiellarsi esattamente come la sua adorata nonna del Sud India avrebbe apprezzato che lei facesse. Ma al tempo stesso, la dottoressa Gopalan non ha mai dimenticato che le figlie erano per metà afro-americane – come sottolinea nel suo libro:

Mia madre capiva molto bene che stava crescendo due figlie nere. Sapeva che la sua patria adottiva avrebbe visto Maya (mia sorella) e me come ragazze nere ed era determinata a fare in modo che diventassimo donne nere sicure e orgogliose

Per la giovane Kamala questo ha significato assistere ai dibattiti dei più importanti intellettuali afroamericani della sua generazione e visitare il tempio hinduista della madre, laurearsi in quella che per decenni è stata definita l’università “nera” di Washington D.C, la Howard, e imparare a cucinare sofficissimi idli, tradizionali tortine di riso vanto culinario del sud India.

L’importanza di chiamarsi Kamala

Se la sua nomina in un primo momento è stata salutata con favore dagli afroamericani, i commentatori politici concordano sul fatto che nelle ultime settimane, sul filo del rasoio, è alla comunità indiana che bisogna guardare. È dal 2016 che questa ha iniziato a diventare un “obiettivo” elettorale. In quell’anno, s’è capito a posteriori, circa il 77% degli indo-americani (o desi, come si autodefiniscono) ha votato per Hillary Clinton, raccogliendo oltre di 10 milioni di dollari per la sua campagna. Non solo. Gli asiatici-americani rappresentano poco più del 5% degli elettori ammissibili al voto, ma gli indo-americani vantano i tassi di affluenza più alti tra le altre comunità. Ancor meglio, sono demograficamente concentrati sui campi di battaglia degli swing state, gli stati ago della bilancia elettoral-presidenziale come Florida, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. Insomma: elettori propensi al voto che potrebbero – almeno in teoria – diventare la chiave per la presidenza. Per comprendere il fenomeno Harris (e l’importanza della diaspora indiana per queste presidenziali americane) non serve altro.

Kamala Harris e Barack Obama alla Casa Bianca. Foto: Courtesy of Kamala Harris Campaign

Desi, ma non troppo

Il dubbio morettiano tuttavia è dietro l’angolo. Troppo afroamericana per gli indiani, troppo indiana per gli afroamericani? Déjà vu. L’allora senatore Barack Obama, prima di diventare il primo presidente ad essere definito bi-racial dalla stampa anglofona (afro-americano, precisò lui, in un discorso che ha fatto storia) ha dovuto rispondere a critiche molto simili, sul fatto di non essere “abbastanza nero”. La rivista progressista India Currents ha pubblicato un editoriale intitolato Kamala Devi Harris è abbastanza Desi?, nel quale Anjana Nagarajan-Butaney espone le critiche che ha raccolto tra la comunità di Bay Area, a San Francisco:

Kamala Harris è abbastanza desi? È solo mezza indiana ed è per questo che non ne parla più spesso? Viene nella nostra comunità solo quando ha bisogno di raccogliere fondi, ma non molto altro. Come può rappresentarci?

Concorda la scrittrice Vidya Pradhan, che ha monitorato i post di gruppi social indo-americani. «C’era molto odio. Un’ondata anti-Harris coordinata, che l’accusava di essere una falsa indiana, una falsa nera, e così via». Il perché, lo spiega il giornalista Manik Mehta: «L’euforia iniziale da parte della diaspora indiana per la nomina di Harris ha lasciato presto il posto allo scetticismo sulla sua fedeltà etnica all’India. Abbondano le domande di chi si chiede se la Harris favorirà o meno le relazioni USA-India. Molti si affrettano a ricordare le sue critiche alla decisione del primo ministro indiano Narendra Modi di abrogare l’articolo 370, che aboliva lo status di autonomia speciale del Kashmir».

Il cameratismo tra Trump e Modi

Ed eccola quindi, la questione sottesa. Secondo i sondaggi, solo il 45% degli indo-americani è più propenso a votare Dem perché la Harris vanta origini indiane. Gli indo-americani votano a sinistra, si è sempre detto. Ma qualcosa nel corso del primo mandato Trump è cambiato: il cameratismo (riccamente imbellettato da roboanti visite di stato) tra il primo ministro indiano Narendra Modi e il presidente uscente Donald Trump è oggi un vero asso nella manica. Milan Vaishnav di Carnegie Endowment, coautore dell’Indian American Attitudes Survey 2020 riassume la questione:

Entrambe le campagne presidenziali stanno attivamente corteggiando il voto indiano americano, il che sta creando maggiore consapevolezza. Ma c’è anche una maggiore mobilitazione dal basso a causa della crescente socializzazione politica, campagne elettorali e formazione di gruppi di interesse

Giovani elettori crescono

A proposito di mobilitazione al voto in un anno certamente sfidante, ecco l’ennesima incognita, quella generazionale: «C’è una certa mobilitazione sui social media da parte dei giovani indiani» racconta Eshan Vasudeva, 29 anni, consulente medico-farmaceutico newyorkese. Volti noti come Mindy Kaling e influencer come Lilly Singh hanno apertamente supportato la Harris, ma non basta: «Non credo che Democratici e Repubblicani si siano spesi particolarmente per comprendere e analizzare le istanze della comunità indo-americana» precisa Vasudeva. «Tuttavia, grande parte della gente che conosco voterà per Biden, e per il ticket Biden-Harris. New York è una bolla a parte, ma gli indiani-americani che conosco si riflettono nei suoi racconti di mamma e nonna, di cui ha parlato lungamente nelle sue interviste. In questo senso, i Dem hanno avuto successo nell’attirare l’attenzione di giovani di origini indiane come me, ma non posso dire lo stesso per quanto riguarda la generazione che ha l’età di mio padre, e oltre». La prima generazione di indiani, arrivata negli Usa 20 o 30 anni fa si è naturalizzata, ma mantiene fortissimi legami con l’India, racconta: «In linea di massima si può dire che è più vicina alle posizioni di Modi e, per estensione, più vicina ai Repubblicani». Con Kamala Harris, però, qualcosa è destinato a cambiare nell’approccio politico della comunità indo-americana: «In passato, i principali politici che si sono proposti come rappresentativi degli indiani erano whitewashed, sbiancati, non abbracciavano con consapevolezza il loro bagaglio indiano. Qualcosa è cambiato nel modo in cui la comunità indo-americana può abbracciare la propria identità politica, culturale ed etnica».

Foto: Courtesy of Kamala Harris Campaign

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