Capolista del Pd nel collegio del Nord Ovest, in questa intervista esclusiva a NuoveRadici.World sull'integrazione, Giuliano Pisapia concorda con i nuovi italiani: i tempi sono maturi per allargare la cittadinanza, a partire dal voto amministrativo.

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti del Pd rilancia lo ius soli, che che fa paura a molti. Non è il caso di mettere mano al diritto di cittadinanza?

«Concordo con l’iniziativa di Zingaretti: nella passata legislatura sono mancate la forza e coraggio per approvare in via definitiva la legge sullo ius soli-ius culturae. Se non si è riusciti a ottenere questo risultato è anche a causa del clima generato dalle fake news diffuse dalle forze politiche nazionaliste. Stiamo parlando di ragazze e ragazzi nati o cresciuti in Italia, di fatto italiani in tutto e per tutto. È una situazione veramente ingiusta e anche dannosa per la crescita sociale, culturale ed economica del nostro Paese. Di fronte alla vicenda del bus sequestrato a San Giuliano Milanese e al salvataggio reso possibile da due ragazzini “stranieri”, anche i più accaniti nazionalisti avranno capito quanto la loro battaglia identitaria abbia corto respiro». 

Molti stranieri chiedono anche il diritto di votare, come in altri Paesi europei dopo 5/ 10 anni di residenza. Si può partire dalle amministrative per allargare il diritto alla cittadinanza come chiedono molti nuovi italiani delle seconde generazioni? 

«Sì. Le amministrative sono le elezioni più prossime al territorio e penso che, come già avviene in altri Paesi europei, possano essere un primo e valido approccio all’elettorato attivo. Un passaggio importante che potrebbe aumentare anche il legame tra comunità e migranti». 

Efrem Antoniazzi, un nuovo italiano di origine etiope, uno dei nostri lettori, non le manda a dire ai governi precedenti anche di sinistra: “Purtroppo la maggior parte della colpa è dei governi precedenti che hanno affrontato il problema solo con ideali senza concludere con fatti efficaci non capendo le esigenze dei cittadini e la loro percezione di sicurezza”. Gli risponde?

«Il dovere della sinistra è saper coniugare accoglienza, integrazione e sicurezza. La sicurezza è un diritto fondamentale dei cittadini e non possiamo dare in nessun modo l’idea che vi possano essere eccezioni rispetto al dovere di rispettare le regole e le leggi». 

Mi sono sempre ispirato alle parole del cardinale Carlo Maria Martini: Chi è orfano della casa dei diritti, difficilmente sarà figlio della casa dei doveri. 

«Coniugare sicurezza e accoglienza non è solo un approccio valoriale, ma rappresenta quel sano pragmatismo che ogni amministratore pubblico deve avere. A Milano lo abbiamo dimostrato fin dal 2011, anche con la creazione di un assessorato dedicato contemporaneamente alla sicurezza e alla coesione sociale».  

C’è un modello di accoglienza possibile? O basta dire “sbarchino tutti” e “porti aperti”? Persino il Papa durante le emergenze sbarchi disse: “Si devono accogliere le persone alle quali  si possono garantire integrazione e dignità”. 

«Un tema complesso come questo si può affrontare solo in un contesto europeo. Il Pontefice indica una via pragmatica e concreta. Senza integrazione e senza riconoscere la dignità delle persone, le tensioni sociali sono e saranno all’ordine del giorno. È necessario arrivare quanto prima a un sistema europeo sulla gestione comune delle frontiere, sulla base del principio che “chi arriva in Italia arriva in Europa”. Però dobbiamo dirlo chiaramente: in questi anni non è mancata solo l’Europa, ma sono stati diversi stati appartenenti alla Unione Europea che hanno fatto prevalere istanze egoistiche. Ne è la prova la mancata approvazione definitiva della riforma del regolamento di Dublino. Sono stati  gli alleati di Salvini, da Orban a Kurz, a schierarsi contro un meccanismo di solidarietà europea. È paradossale accusare l’Europa di egoismo per poi allinearsi agli stessi artefici».  

Il Governo e la destra criticano l’Europa delle frontiere chiuse. Concretamente, può dirci come mai non è una posizione condivisibile?

«Perché l’Europa funziona se rimane una società aperta, fondata sul principio della pluralità. La storia dell’Europa e della cultura occidentale sono la riprova del fatto che ogni volta che si alzano delle frontiere si generano tensioni. Vogliamo solo immaginare la reintroduzione delle frontiere tra i nostri Paesi? Sarebbe una follia e lo possiamo cogliere con la vicenda Brexit. Prendiamo ad esempio i rapporti con l’Africa. L’Unione Europea deve essere sempre più leader della cooperazione per lo sviluppo. Per questo occorre incrementare gli investimenti esterni per un nuovo partenariato Europa-Africa, con il fine di promuovere lo sviluppo e sradicare la povertà. Non sono vuote parole: sono interessi nevralgici per il futuro del nostro continente».

Tutte le riforme su immigrazione e asilo, a cominciare dalla necessità di superare il trattato di Dublino, sono ferme e non dall’insediamento del Governo giallo-verde. L’Italia è stata lasciata sola dall’Europa o noi siamo sudditi dell’Europa invece di essere cittadini? 

«Non dobbiamo dimenticare che il trattato di Dublino è stato sottoscritto e condiviso dal Governo Berlusconi. Negli anni successivi l’Italia ha provato più volte a modificarlo senza successo. Purtroppo ormai l’Italia si è condannata all’attuale isolamento per la demagogia e l’incapacità di questo Governo».

Forzature, insulti rivolti ai governanti degli altri Paesi cosa ci hanno portato? Solo danni. I cosiddetti alleati sovranisti in Europa sono quelli che per primi non hanno voluto accettare la logica delle ripartizioni delle quote e mai si sono offerti nel dare una mano. È assurdo pensare di poter beneficiare dell’appartenenza a una famiglia come l’Europa senza condividerne le fatiche. 

«Come detto, le riforme su immigrazione e asilo non potranno mai avere, nell’immediato, un voto unanime. E allora deve essere introdotto quanto prima il voto a maggioranza qualificata  nel Consiglio perché si superino stalli e blocchi. Prima del cambio di rotta del Governo, la Commissione stava vagliando un sistema sanzionatorio tramite la mancata erogazione di fondi europei per i Paesi che si rifiutano di accogliere la loro quota». 

Il partito di destra spagnolo Vox alle politiche ha superato la soglia del 10%, alle elezioni precedenti aveva meno dell’1%. Tra Austria, Ungheria e la Francia di Marine Le Pen, si profila un’Europa nazionalista antimigranti. La preoccupa? Che scenario prevede dopo le europee? 

«Vox veniva stimato con percentuali ancora più alte. In Finlandia si è avuta la stessa situazione. L’ondata sovranista penso sia più forte nella narrazione mediatica che nelle urne. Più che all’ultra destra, oggi mi piace guardare al risultato di socialisti e Podemos in Spagna. Due idee di sinistra che hanno dimostrato di poter essere vincenti e rappresentano per tutti noi una grande speranza. Penso che i partiti nazionalisti avranno un importante risultato, ma non decisivo. Confido nel voto consapevole dei cittadini europei e nella capacità di tutte le forze democratiche nel fermare a questa loro avanzata, raccontando un’altra Europa possibile. Noi abbiamo già conosciuto l’Europa delle guerre e delle frontiere: ora dobbiamo uscire da questo limbo per creare un’Europa forte e unita, vicina ai cittadini».

Anche Trump negli Usa adotta la linea dura contro i migranti. Paga sempre questa politica?

«Non paga mai. Forse paga all’inizio, in termini elettorali. Ma poi bisogna fare i conti con il mondo reale. Gli Stati Uniti sotto Trump hanno assunto delle decisioni che contrastano con la loro secolare storia di accoglienza. Non è un caso che presidenti predecessori dell’attuale inquilino della Casa Bianca – compreso il repubblicano George W. Bush – abbiano fatto sentire la loro voce di dissenso. C’è da augurarsi che questa infelice pagina della storia statunitense giunga presto al termine. Le bugie, d’altro canto, hanno le gambe corte». 

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