È passato quasi un secolo e non è cambiato nulla. Lisciarsi i capelli crespi non basta più. Oggi il top è schiarirsi la pelle per essere meno neri più bianchi. Non in Europa, dove cresce il desiderio di difendere la propria identità, ma in Africa. E L’Oms, l’organizzazione mondiale della Sanità lancia l’allarme: il 77% delle donne nigeriane si è sottoposto a un trattamento di sbiancamento della pelle. Il 59% in Togo, poco meno in Mali.

Per questa pausa estiva, abbiamo selezionato le storie più belle dall’archivio di NuoveRadici, che ripubblicheremo nelle prossime settimane. Questo articolo è stato pubblicato nel novembre 2018.

White power. Gira e rigira siamo rimasti lì. Al potere scintillante che i bianchi esprimono. Detengono il mondo. Ne dettano le leggi. Anche i canoni estetici, si capisce. Difficile sottrarsi. Negli anni Quaranta nemmeno Malcolm Little, prima di diventare Malcolm X, riuscì a sottrarsi al potere dell’immagine dei bianchi. Allora gli afroamericani per sentirsi meno neri amavano stirarsi i capelli con lozioni urticanti e acidi corrosivi. Scrive Malcolm X nella sua autobiografia, edita in Italia da Rizzoli: «In cima alla testa mi vedevo dei capelli fitti, morbidi e lucenti di un color rosso, lisci come quelli di qualsiasi uomo bianco. Com’ero ridicolo!».

È passato quasi un secolo ed è cambiato nulla. Lisciarsi i capelli crespi non basta più. Oggi il top è schiarirsi la pelle per essere meno neri e appunto più bianchi. Nelle principali città della Costa d’Avorio, del Senegal, della Nigeria o del Camerun ammiccanti cartelli pubblicitari promettono meraviglie: «Abbandona la tua pigmentazione e indossa una nuova faccia!». Al mercato di una qualunque città africana con meno di quattro dollari americani si compera un intruglio che garantisce miracoli. Spesso solo infezioni cutanee talvolta irreparabili. Lo stesso avviene in Sud America o in Estremo Oriente dove le ragazze tra i ventuno e i trentacinque anni fanno la fila per sembrare più bianche. Alle orientali con poche migliaia di dollari tocca pure l’intervento di blefaroplastica per eliminare il taglio a mandorla degli occhi, ritenuto non più esotico ma addirittura escludente. Ma non ci sono solo i prodotti da pochi euro fatti con chissà cosa. In Ghana da venticinque anni la Forever clair che produce e promuove prodotti testati e almeno non tossici fattura 10 milioni di dollari l’anno. Il fenomeno è in espansione e il mercato in crescita. Secondo l’Economist è già arrivato a valere 50 miliardi di dollari. E l’Organizzazione mondiale della Sanità fornisce cifre esorbitanti: il 77% delle donne nigeriane si è sottoposto a un trattamento di sbiancamento della pelle. Il 59% in Togo, poco meno in Mali.

Dall’Africa, dall’America Latina o dall’Estremo Oriente, il fenomeno si è propagato in Europa e nel resto del mondo dove i migranti subiscono più pressioni per dover essere accettati. Molti dei prodotti sono made in China. Con venti euro si compera una crema per i primi trattamenti. Dagli anni Cinquanta e Sessanta con la decolonizzazione il fenomeno è in grande espansione. In Sudafrica, dove è vietato l’uso delle creme sbiancanti, esiste un mercato parallelo che ha provocato una significativa incidenza dei tumori cutanei. Ma non mancano, nei casi apparentemente meno gravi, smagliature della pelle, assottigliamento dello strato epidermico con problemi di rigenerazione, acne e antiestetiche macchie bicolori su cui è quasi impossibile intervenire. Al di là di allarmi lanciati dall’Oms e da qualche governo non c’è praticamente nessuna campagna di prevenzione. Intervenire soltanto sugli aspetti medici evidentemente non basta alle giovani ragazze africane o del Sud e dell’Est del mondo che sognano di essere più bianche. E dunque più belle. E allora sì, più accettate.

Il problema, si capisce, è soprattutto culturale. Di chi impone un modello estetico e alla fine di vita che deve essere imposto a tutti. E di chi a questo ricatto non sa sottrarsi. Non tutti sono in grado di acquisire consapevolezza guardandosi allo specchio. Malcolm Little oramai diventato Malcolm X riuscì a farlo. E nella sua monumentale autobiografia spende non poche parole per raccontare di sé e della sua gente. Val la pena di rileggerle quelle parole. «Quello fu davvero il primo grande passo che feci verso l’autodegradazione: sopportai tutto quel dolore, per poter far diventare lisci i miei capelli in modo che sembrassero come quelli dei bianchi. Ero entrato anch’io a far parte di quella moltitudine di uomini e donne che, in America, sono spinti con ogni mezzo a credere che i negri (così nella traduzione, n.d.r.) sono inferiori e i bianchi superiori, fino al punto di mutilare e distorcere i loro corpi nel tentativo di sembrare “graziosi” secondo i criteri di giudizio dei bianchi. (…) Quando dico queste cose mi riferisco in primo luogo a me stesso, alla mia vergogna, perché non credo ci sia mai stato un altro negro che si è sottoposto a quel trattamento con maggior diligenza di quanto feci io. Parlo per esperienza personale quando dico che se tutti i negri che si stirano i capelli e tutte le negre che portano parrucche per sembrare bianche coltivassero il loro intelletto solo con metà della cura che dedicano ai capelli, sarebbero persone mille volte migliori».

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