A Milano e provincia, la didattica e i corsi di italiano per stranieri hanno ripreso le loro attività usando app e strumenti digitali. Con risultati molto più incoraggianti di quanto gli stessi insegnanti avessero ipotizzato.

Dal momento in cui le ordinanze comunali hanno imposto la chiusura delle scuole per l’emergenza coronavirus, anche i corsi di italiano per migranti si sono fermati. Solo dopo un paio di settimane di sospensione, durante le quali si è lavorato freneticamente per organizzare soluzioni alternative, l’attività didattica per migranti è ripresa a distanza. Tra mille difficoltà, come è accaduto per tutti quelli che hanno dovuto calarsi repentinamente in un sistema inedito di lavoro smart, ma con delle aggravanti.

Basti pensare alla scarsa alfabetizzazione di un’ampia fascia di studenti, che spesso hanno poca familiarità con gli strumenti tecnologici e si collegano da telefono, essendo sprovvisti di computer e connessione internet a casa.

Lezioni con disco-dance

Parlando con Paola Rumi, coordinatrice della Scuola Beltrade a Milano, presente dal 1990 nei locali dell’oratorio della zona ormai nota come NoLo, la situazione si delinea in modo chiaro: «Durante i collegamenti su Skype o Whatsapp con i gruppetti di volenterosi 5-6 studenti, sembra di essere in un suq. Si sentono voci dalla cucina, fruscii del vento di questa strana primavera che scuote i balconcini di periferia o le note della disco-dance bangla. Però ci si prova lo stesso a fare lezione, in tempi ridotti e modalità funamboliche. Non è troppo difficile per chi ha ben altre difficoltà da affrontare, ora più che mai».

Paola ci fa notare che per alcuni questa situazione straordinaria è stata l’occasione per iniziare a usare app e piattaforme, un ingresso inusuale ma necessario nel mondo digitale.

Anche i CPIA (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) hanno ripreso i corsi in modalità DAD, la didattica a distanza. Marianna Impagnatiello insegna al CPIA2 di Pioltello, in provincia di Milano, chiuso dal 24 febbraio. «Ci siamo attivati prima con le medie, data l’urgenza in vista dell’esame di fine anno, poi abbiamo ricominciato anche con le classi per migranti, utenza particolarmente difficile da agganciare da remoto. Nella sede di Pioltello la gran parte degli studenti è formata da migranti provenienti dalla nutrita comunità pakistana presente nella zona, soprattutto donne, scarsamente scolarizzate e con figli. Lo strumento principale per tenere le fila della scuola è il registro elettronico, che è praticamente un universo parallelo in cui abbiamo cercato di far entrare gli studenti di livello più avanzato, con complicate manovre a distanza». Ma, secondo gli insegnanti di tutte le scuole, e Marianna ce lo conferma, il mezzo più immediato per comunicare con gli studenti dei livelli più bassi, e farli partecipare, è Whatsapp: «Utilizziamo poi altre app semplici come Worldwall e LearningApps, fruibili anche nei livelli di alfabetizzazione. Abbiamo creato gruppi classe di 20-25 studenti ma non facciamo lezione in senso tradizionale, in genere produciamo delle attività da consegnare alla classe nell’arco della settimana e riceviamo poi le restituzioni dagli studenti tramite screenshot».

Il CPIA di Pioltello è frequentato anche da qualche studente del circuito SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), seguiti dagli operatori dei centri una volta alla settimana circa, in alcuni casi con il supporto di un computer. «Alcuni ragazzi per fortuna lavorano come magazzinieri nei supermercati, altri invece hanno visto infrangersi i loro sogni perché stavano per iniziare progetti di formazione-lavoro che sono stati bloccati. Almeno, però, nella comunità pakistana vediamo che c’è molta solidarietà verso le persone più in difficoltà e anche noi insegnanti cerchiamo di essere presenti e informarci sulle loro condizioni».

Scuole senza muri

Tra le scuole non profit che stanno proseguendo la didattica da remoto c’è la Penny Wirton, creata a Roma nel 2004 dallo scrittore Eraldo Affinati, ora diffusa in tutta Italia e con una sede anche nel Canton Ticino. A Milano fa parte della vasta Rete Scuole Senza Permesso, che conta circa una ventina di realtà tra associazioni e centri sociali ed è diretta dalla scrittrice Laura Bosio, autrice del libro Una scuola senza muri, in cui viene raccontata l’esperienza dell’accoglienza degli studenti migranti. Il sistema della Penny Wirton non prevede gruppi classe ma lezioni individuali e accetta gli studenti in qualsiasi momento dell’anno, anche per periodi brevi. «Sono più di cinquanta i nostri insegnanti che tengono lezioni a distanza dall’inizio di marzo: via Skype o Google Duo, se gli allievi dispongono di un computer, o tramite videochiamata Whatsapp. Generalmente si tratta di due o tre lezioni a settimana di circa un’ora. Ci serviamo di strumenti didattici reperibili online, portando avanti il rapporto “uno a uno” tipico del nostro modo di insegnare».

Finora, ci spiegano, i riscontri sia dei volontari che degli allievi sono molto positivi. Ci sono stati solo quattro casi in cui non è stato possibile o si è reso complicato continuare: «Per malattia (uno dei nostri allievi ha preso il virus), per pressanti difficoltà economiche e conseguente ricerca di lavoro (una coppia nigeriana), per disagio nel fare lezione in una casa piccola abitata da altri quattro coinquilini, per scoramento (un ragazzo peruviano al quale la sua insegnante, medico in pensione, sta dando sostegno)».

Certo, le cose sono cambiate rispetto alla scuola in presenza, spiega la direttrice, ma non sempre in peggio: «Le lezioni online in questo particolare periodo assicurano continuità e concentrazione, con vantaggi nell’apprendimento. Ed è commovente l’impegno dei nostri allievi, nonostante tutto. Inutile sottolineare che mancano il contatto fisico, la prossimità, gli occhi che a volte dicono più delle parole. E la scuola, il luogo dove i colori si mischiano, i caratteri si incrociano, le lingue si moltiplicano».

Un compito importante di cui si stanno facendo carico le scuole in questo momento, oltre all’insegnamento, è quello di informare i migranti riguardo la diffusione del virus, perché le notizie non sono di facile accesso per tutti.

Riproduzione riservata