Le ricadute della scelta di non approvare lo ius soli-culturae nella scorsa legislatura analizzate dalla giurista Vitalba Azzollini.

È un momento confuso, in cui è talora difficile riuscire ad orientarsi anche in tema di immigrazione. Dall’insediamento dell’attuale governo sono accaduti una serie di eventi rilevanti – dal caso della nave Diciotti, all’approvazione della nuova legge sulla sicurezza, alla mancata adesione al Global Compact for Migration – che inducono a chiedersi come si sia arrivati alla situazione attuale. Da più parti si risponde richiamando certe similitudini fra le politiche di Minniti e quelle di Salvini. Tuttavia, c’è un altro elemento di cui forse non si tiene conto: la scelta di rinunciare alla legge sul cosiddetto ius soli-culturae, nella scorsa legislatura. Non serve rimarcare i profili che hanno impedito la conclusione dell’iter normativo; può essere utile, invece, evidenziare che, tra le altre cose, il citato decreto sicurezza ha raddoppiato i termini previsti per l’ottenimento della cittadinanza (dai 730 giorni previsti dal Dpr 362/1994, praticamente mai rispettati, agli attuali 48 mesi). Inoltre, mentre la normativa precedente disponeva che, decorsi inutilmente 2 anni dalla richiesta, fosse preclusa l’emanazione del decreto di rigetto, ora al superamento del limite dei quattro anni non viene ricollegata alcuna conseguenza (ciò in aggiunta all’aumento del costo per la pratica, da 200 a 250 euro). In altri termini, coloro ai quali l’approvazione della legge sullo ius soli avrebbe reso più agevole il riconoscimento di un’integrazione avvenuta già in concreto nel Paese, con la nuova legge sull’immigrazione vedono ancora più arduo e distante l’obiettivo dell’acquisizione della cittadinanza. Al riguardo, si possono prendere le mosse da una lettera pubblicata dal Corriere della Sera nel novembre scorso, nella quale una ragazza tunisina, in Italia da 15 anni, si lamentava del fatto di aver presentato domanda di cittadinanza 2 anni e 5 mesi fa e di dover ora – a seguito della nuova legge – aspettare ancora almeno 1 anno e 7 mesi prima di vedersela riconosciuta, senza poter partecipare nel frattempo a concorsi pubblici. Nella lettera si rilevava che il decreto «viola i diritti di chi risiede legalmente Italia (…): onesti contribuenti, lavoratori regolari integrati nella società italiana, insomma dei veri e propri “cittadini”» e crea discriminazione «laddove si cerca integrazione, intralciando il percorso di chi desidera continuare onestamente la propria vita in questo Stato».

Quali erano gli argomenti in base ai quali si reputava che la legge sullo ius soli-culturae non dovesse essere approvata? Oltre all’impropria correlazione fra detta legge e l’emergenza sbarchi, per cui si riteneva inopportuno emanarla in tale contesto, o a discutibili ragioni connesse all’eventuale insostenibilità dell’immigrazione o allo scontro di civiltà, una valenza particolare rivestivano le motivazioni sostenute da Gian Carlo Blangiardo, professore ordinario di Demografia all’Università degli studi di Milano-Bicocca. Secondo Blangiardo i problemi collegati alla nuova legge non erano quelli sopra indicati, ma altri. Innanzitutto, il fatto che l’Italia sia il primo Paese in Europa per numero di concessioni di cittadinanza rende inutile la creazione di nuovi canali mediante i quali acquisirla; inoltre, già oggi gli stranieri che soggiornano regolarmente in Italia godono degli stessi diritti spettanti a chi cittadino lo è da sempre. Dunque, non sarebbe necessario intervenire su una legge che sembra funzionare bene per introdurre «cambiamenti normativi che possono persino essere controproducenti per la coesione familiare degli stessi potenziali beneficiari». Infatti, secondo il professore, attribuire la cittadinanza italiana ai minori stranieri che siano nati nel nostro Paese o che, giunti da piccoli, vi abbiano studiato, mentre lo status degli altri membri della loro stessa famiglia resta invariato, creerebbe nell’ambiente domestico delle diseguaglianze e, quindi, delle «fratture» che sarebbe meglio evitare: ogni minore dovrebbe rimanere «entro la sfera protettiva ed educativa della propria famiglia».

A tali osservazioni si potrebbe obbiettare, non solo che con la legge sullo ius soli non si sarebbe prodotta la situazione descritta nella lettera sul Corriere, ma anche che l’iter di acquisizione della cittadinanza per i minori stranieri aventi diritto, ai sensi della legge non varata, avrebbe dovuto essere attivato proprio dai loro genitori. Dunque, la «frattura» ipotizzata dal professore sarebbe stata frutto di un atto volontario compiuto dalla famiglia di appartenenza, e non di un evento traumatico subìto dalla famiglia stessa. Perciò, a fronte di una scelta compiuta dai soggetti interessati, appare poco corretto l’uso di un’espressione – frattura – che evoca un concetto opposto. E, soprattutto, sembra scarsamente liberale ogni argomentazione tesa a dimostrare che si tratta di una scelta da impedire perché nociva per l’equilibrio familiare: lo Stato non deve intervenire in ciò che attiene ad ambiti familiari, cioè privati. Ma ciò che più preme rilevare – come accennato – è la situazione in cui oggi vengono a trovarsi coloro i quali sarebbero stati favoriti dalla legge non approvata, vale a dire gli appartenenti a quella che definiamo “seconda generazione”, cioè i figli degli immigrati, ragazzi nati in Italia oppure arrivati nel Paese in tenera età. Cresciuti in modo totalmente integrato, non mostrano alcuna differenza rispetto ai coetanei italiani: hanno le medesime istanze, aspirazioni e interessi, in termini di studi, di occupazione e di qualità della vita. E mentre i genitori – la prima generazione – restano spesso legati al Paese di origine, alla sua lingua e alle sue tradizioni, i ragazzi invece sono del tutto inseriti nel Paese d’arrivo. La circostanza che questi giovani non possano avere un’identità italiana fino alla maggiore età, e poi debbano comunque aspettare anni prima di ottenerla, affrontando procedure burocratiche per acquisire quanto è già nella loro quotidianità, non solo non giova all’immagine dell’Italia come un Paese realmente pluralista, ma favorisce la percezione dell’immigrazione come un elemento estraneo al tessuto del Paese, anche quando essa sia regolare, integrata e ben calata nel contesto nazionale.

L’approvazione della legge sullo ius soli-culturae non avrebbe evitato quanto sta accadendo in questi mesi in materia di immigrazione. Ma se siamo arrivati a tutto questo è anche perché non sono stati compiuti certi passi: una cultura inclusiva non si fa per decreto, ma la legge favorisce un atteggiamento culturale che in Italia manca e che, normativamente e non, si fa sempre più distante.

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