Il long read di questa settimana è dedicato a "Contro l'identità italiana" (Einaudi, 2019), il saggio in cui Christian Raimo ricostruisce da un punto di vista politico, storico e culturale la rinascita nazionalista in Italia.

Christian Raimo
Contro l’identità italiana
(Giulio Einaudi editore, 2019)

Identità, nazionalismo, sovranismo, sono parole che fanno oramai parte di un lessico consueto. Cosa ci sia dietro ha provato ad analizzarlo Christian Raimo, insegnante, giornalista, scrittore e pure Assessore alla Cultura del III Municipio a Roma. Il dibattito coinvolge tutta Europa e l’America di Donald Trump, ma solo da noi in Italia, per la sua storia che ha modellato il secolo scorso, ha caratteristiche peculiari. Sangue e suolo, da noi hanno rimandi importanti. Che trovano nuova linfa dopo che la Lega si è fatta forza di governo, scoprendo una dimensione nazionale che pare così lontana ai concetti di federalismo e secessione che stavano nel suo Dna. Ma non c’è solo questo. In un Paese dove l’Inno di Mameli e il tricolore sembrano avere nuovo valore, Christian Raimo ricostruisce da un punto di vista politico, storico e culturale la rinascita nazionalista nel nostro Paese. Con un approccio dichiarato nel titolo del volume. Fabio Poletti  

Per gentile concessione dell’autore e di Giulio Einaudi editore pubblichiamo un estratto del libro.

Nel 1992 l’Italia vive la prima immigrazione di massa, quella albanese, cominciata l’anno precedente con la caduta del regime. Nel 1989 avviene il primo caso di omicidio a sfondo razzista, quello di Jerry Masslo, che porta alla legge Martelli che riconosce i diritti dei lavoratori stranieri e che da l’avvio alla stagione della politica multiculturale in Italia. La legge 91 del 5 febbraio 1992 è una sorta di risposta alla legge Martelli. Michele Colucci nella Storia dell’immigrazione straniera in Italia uscita nel 2018 scrive: Perché è cosi importante la legge del 1992? Perché il Parlamento, in una fase in cui le tematiche relative all’immigrazione straniera stavano entrando con forza in tutta la legislazione italiana, decide di riformare il tema della cittadinanza “premiando” con un provvedimento molto generoso gli italiani all’estero e i loro discendenti (anche molto lontani) e penalizzando gli immigrati stranieri in Italia. Rispetto all’immigrazione e al cosiddetto “ius soli” Guido Tintori ha sottolineato come la legge del 1992 sia addirittura più restrittiva di quella del 1912. Le nuove disposizioni prevedono che la cittadinanza sia concessa solo se richiesta espressamente da figli di stranieri nati in Italia, che vi abbiano ininterrottamente mantenuto la residenza dalla nascita al diciottesimo anno di età. La naturalizzazione per residenza è legata alla permanenza per almeno dieci anni ed è comunque discrezionale. Nel quindicennio successivo alla legge, nonostante una impennata delle presenze straniere (poco meno di 3 milioni e mezzo al 10 gennaio 2008), coloro che acquisiscono la cittadinanza sono solo 261 000 e nella stragrande maggioranza dei casi lo riescono a fare per matrimonio: sposano un cittadino o una cittadina italiana. Gli altri Paesi europei si riformano ampliando i diritti di cittadinanza attraverso la residenza; in Italia invece lo sguardo alla propria comunità diventa retrospettivo.

Un Paese, che comincia a essere multiculturale, si ritrova a ripensarsi legato alla propria storia di emigrazione, non a confrontarsi con quella incombente, contemporanea, inevitabile, di immigrazione – «una comunità sbilanciata che non vuole guardare alla realtà dell’immigrazione straniera ed è protesa in modo palesemente squilibrato verso una concezione della cittadinanza slegata dalle recenti trasformazioni del paese».

Paradossalmente le storie di vecchia immigrazione come quelle raccontate dall’Orda di Gian Antonio Stella hanno come esito il recupero di un’identità vittimistica invece che il confronto con il contesto politico contemporaneo per cui l’Italia sta diventando un Paese a forte immigrazione dopo essere stata in decenni non lontanissimi un Paese di emigranti.

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo si dovrebbe spingere per far partecipare alla vita politica attiva gli immigrati (dall’allargamento dei diritti politici al tema della rappresentanza sindacale), invece la discussione politica principale sui diritti politici attivi si svolge intorno al voto degli italiani all’estero e non si placa nel momento in cui la legge viene approvata, perché la prima votazione politica in cui varrà sono le elezioni politiche di cinque anni più tardi, nel 2006.

Sono anni cruciali per tutti i movimenti politici che hanno rimesso al centro la “questione italiana”. In particolare per la Lega. Che nel giro di nemmeno un lustro passa da partito antimeridionalista a partito esplicitamente xenofobo, facendo la gioia della linea più fascio-razzista, quella di Mario Borghezio, che si trasformerà nel giro di un ventennio non solo in egemone ma addirittura in esclusiva. Francesco Bachis ricostruisce questa mutazione nel suo saggio Tra sangue e suolo. Fa vedere come i primi parlamentari leghisti – in particolare Giovanni Meo Zilio, alle spalle una lunga esperienza di espatriato – cambino decisamente posizione sugli italiani all’estero. Lo fanno in nome del fatto che l’emigrazione, esperienza faticosa se non dolorosa, abbia fatto riaffiorare l’orgoglio di un’identità localistica, una ragion d’essere sociale. Bachis cita uno stralcio di un intervento parlamentare di Zilio del 1995: Giorno per giorno hanno conservato, incredibilmente, la loro lingua, gli usi, i costumi, i riti, le feste, i balli, i giochi: li ho visti io giocare a tressette, a bocce, a morra, alla cuccagna. Questi giochi erano conditi dalle nostre espressioni paesane, ormai non più blasfeme, perché eufemistizzate, come le interiezioni venete “ostrega”, “ostregheta”, “scramegna” o “scranòn”, accompagnate da “un goto de vin” (un bicchiere di vino). Soprattutto ho sentito i canti comunitari di cento anni fa, che noi in gran parte abbiamo perduto, che li hanno aiutati a vivere, a sopravvivere; li ho ascoltati col cuore gonfio, quei canti, nei paesi più sperduti dell’interno dell’Argentina, del Messico e, soprattutto, del Brasile. L’appartenenza è più un affare localistico che nazionale quindi, ma questo non ostacola, anzi, la genesi mitico-nostalgica di un’identità perduta. Il legame che si afferma passa per la discendenza e il sangue. Nel 1995 questo leghismo protonazionalista è in minoranza nel partito; e leader come Francesco Speroni o Luciano Gasperini liquidano la campagna per gli italiani all’estero come un’istanza delle «persone che di fatto hanno tagliato i legami con il proprio paese […] e che soprattutto non subiscono le conseguenze del loro voto».

È difficile radicare nell’immaginario politico cose come la Padania, il secessionismo, la Roma ladrona, difendere l’ancoraggio territoriale e locale tra potere costituito e cittadini, con espliciti riferimenti al rapporto liberaldemocratico tra tassazione e rappresentanza che è la ragione genetica del leghismo; e insieme immaginare di sostenere l’interesse di persone che vivono geograficamente, ma anche – come dire – storicamente cosi lontano, come gli italiani d’Argentina o d’Australia. Nel 1999: Il deputato Francesco Formenti chiederà provocatoriamente «se questi 4 milioni e oltre di concittadini residenti all’estero, oltre ad avere questo sentimento di appartenenza, sentano anche il dovere di contribuire alla nostra società, pagando le tasse». Al Senato Francesco Tabladini è ancora più esplicito nell’affermare che gli atti dei parlamentari eletti nella circoscrizione estero «incideranno in uno Stato dove sostanzialmente essi non vivono, non lavorano, non producono e soprattutto, molto prosaicamente, non pagano le tasse».

Questa linea localista va in corto circuito proprio sulla questione dell’immigrazione. Si svela una Lega diversa, nuova, strutturata, per cui l’appartenenza comincia a essere sinonimo di esclusivismo – un esclusivismo che si regge su due gambe: una forma spinta di differenzialismo culturalista e la discendenza come criterio di legittimazione della permanenza in un dato territorio. Oggi, verrebbe da dire: tradizionalismo più razzismo. Allora ancora non era cosi ovvio né chiaro. Perché nella stessa fase (1995-2001) avviene anche la lunga discussione che porta all’emanazione della legge Turco-Napolitano sull’immigrazione (approvata nel 1998). Lo schema leghista “padroni in casa nostra” non dovrebbe cozzare con la proposta che circola tra i progressisti di concedere il voto agli stranieri per le elezioni amministrative, ma la xenofobia invece ovviamente fa a pugni con la logica del radicamento sul territorio. Discendenza e territorio, sangue e suolo esprimono due logiche politiche diverse. La contrapposizione è tra italiani all’estero e migranti: portatori di diritti non solo inconciliabili ma competitivi. Gli italiani all’estero sono sradicati ma mantengono un vincolo “di sangue” che persiste nonostante essi siano svincolati dal territorio. Quando la focale si sposta sul migrante i criteri decisivi sono quelli della cultura, della tradizione, dell’origine e, con il distanziamento sopra accennato, del “sangue”. Che fare? La contraddizione viene risolta con uno strano minestrone ideologico: il “diritto al ritorno” degli emigrati padani e dei loro discendenti. Un mostro concettuale che vuole tenere in sé l’appartenenza italiana e padana. A questo punto italianità e padanità diventano meno antitetiche!

Il diritto degli italiani all’estero diventa articolato come diritto proprio in contrapposizione alla situazione de facto delle presenze straniere. In questa dimensione di tradizionalismo razzista, di recupero delle radici, rientra il diritto per discendenza (per sangue) e viene obliterato dal discorso il rapporto concreto con il territorio di provenienza. Il gioco e fatto: da localisti a nazionalisti, passando per la xenofobia. Il diritto di sangue, la discendenza, diventa il baluardo contro qualunque rivendicazione di diritti da parte degli extracomunitari. Lo scambio non e solo simbolico. La Turco-Napolitano e del 1998, la legge dell’ex missino Tremaglia – quella sul voto degli italiani all’estero – e del 2001; a quel punto anche i leghisti la votano. La legge sull’immigrazione Bossi-Fini – il luogo in cui si andranno a saldare (con il collante del razzismo) queste culture vetero – e neonazionalista e i voti a quel punto della destra ricompattata – è del 2002. È interessante, conclude Bachis, citando Lo spazio del razzismo di Michel Wieviorka, come «Sangue e/o suolo, nella misura in cui consentono di costituire i confini dell’alterità permettono di produrre anche un discorso, contraddittorio e negoziabile quanto si vuole, sulla propria appartenenza».

© 2019 Giulio Einaudi editore

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