Il long read di questa settimana è dedicato al racconto scritto da una ex rifugiata, scappata dalla guerra nei Balcani. Nel libro, immagina di incontrare Ismail, un giovane originario del Gambia in attesa dello status di rifugiato. Due identità distanti, entrambe in cerca di una nuova collocazione sociale.

Elvira Mujčić
Consigli per essere un bravo immigrato
(Elliot edizioni, 2019)

Parafrasando Lev Tolstoj: «Tutti gli immigrati felici si assomigliano fra loro, ogni immigrato infelice è infelice a suo modo». La scrittrice italobosniaca Elvira Mujčić, anche lei una rifugiata scappata dalla guerra nei Balcani, arrivata in Italia vent’anni prima, immagina un incontro tra lei e Ismail, un giovane originario del Gambia in attesa dello status di rifugiato, in cerca di una nuova collocazione sociale. Ne esce alla fine un incontro di civiltà. La ricerca di un comun denominatore, l’essere profughi, che appiana le differenze e accorcia le distanze. In un’intervista a Open.online la scrittrice spiega come le sia venuta l’ispirazione per questo libro, che racconta l’odissea dei rifugiati in una prospettiva inedita: «A un certo punto, pur avendo avuto un’esperienza di immigrazione in Italia, scopro l’esistenza delle commissioni territoriali. Vado ad approfondire di che cosa si tratta e mi rendo conto che un immigrato per avere un permesso, una protezione internazionale o un asilo deve raccontare la sua storia e deve poi rimettersi al giudizio della commissione la quale deciderà se la sua storia è vera, secondo criteri decisi dalla commissione stessa. Decideranno se è abbastanza compatibile con le idee già costruite di come dovrebbe essere. Mi è sembrato inoltre estremamente surreale il fatto che tutta la tua vita dipenda da come sai raccontarla e da come sai rispettare alcuni stereotipi che ti si chiede di assecondare se sei un immigrato». Fabio Poletti

Estratto da Consigli per essere un bravo immigrato di Elvira Mujčić, Elliot edizioni © 2019 Lit edizioni Srl. Per gentile concessione dell’autore e della casa editrice.

Copertina

«Sai che Moby Dick inizia con “Chiamatemi Ismaele”?».
«Cos’è Moby Dick?».
«Un libro».
Ismail scosse la testa, non gli diceva nulla questo titolo, ma io non mi arresi, desiderosa di trascinarlo nella mia ossessione preferita: i simbolismi.
«Aspetta, mi sono scritta la spiegazione del significato del nome: “Ismaele è l’esiliato per antonomasia, figlio della schiava Agar e di Abramo, scacciato dal Padre, di lui l’angelo profetizza: ‘Egli sarà indomito come un onagro; la sua mano sarà su tutti e la ma- no di tutti su lui’”».
Lui mi guardò per un po’ senza capire, scosse di nuovo la testa con un gesto indifferente e disse: «Per noi Ismail è il profeta di Allah».
Percepii la risposta come un atto brusco nei miei confronti e mi invase sin da subito la stanchezza di quell’incontro. Non capivo perché avessi accettato questa stramba richiesta, non avevo idea di come muovermi e soprattutto avevo la sensazione che sarebbe stato un perenne braccio di ferro. Ero ancora in tempo per tirarmi indietro, ma procrastinai per vedere che cosa sarebbe accaduto.
«Cos’è un onagro? E cos’è indomito?» domandò.
«L’onagro è un asino selvaggio e indomito significa che non lo si può piegare».
«Quanto ci hai messo a imparare tutte queste parole?». «In realtà il significato di onagro l’ho cercato ieri». «Ah!» esclamò sollevato.
«È un libro sugli schiavi?» continuò.
«No, è un libro su una balena o forse su una fissazione. Però, ora che mi ci fai pensare, ci sono anche degli schiavi».
Cercai di fare mente locale sulle vicissitudini degli schiavi neri nel libro nella speranza di non aver citato un libro razzista. Capii che la stanchezza che avevo avvertito sin dall’inizio con Ismail era dovuta alla fatica di stare continuamente attenta a evitare ciò che avrebbe potuto essere inteso come offensivo. La fatica di un incontro consiste nella richiesta implicita che ci fa, ossia di metterci nell’ottica di dover imparare, in netta contrapposizione con un’usanza tanto comune quanto fuorviante, ovvero quella di giudicare anziché imparare.
«Conosci Kunta Kinte?».
«Non ho mai letto il libro».
«Sai che era nato in Gambia?».
Non lo ricordavo, sapevo unicamente che si trattava di uno
schiavo catturato e portato negli Stati Uniti. Ismail me ne raccontò la storia nel dettaglio, il suo volto si illuminò mentre parlava dell’ostinazione di Kunta Kinte a non smettere mai di lottare per poter tornare ad essere libero un giorno. Dalle sue labbra traboccava l’ammirazione per questo schiavo speciale, uno dei pochi ad avere un monumento dedicato. La sua voce era percorsa da un tale entusiasmo che ebbi la sensazione che avesse iniziato a raccontarmi già qualcosa di sé, mascherandosi dietro il personaggio del libro Radici. Riconobbi anche una nota di orgoglio nazionale perché, attraverso le gesta di Kunta Kinte, Ismail cercava di parlarmi dei gambiani in generale e di lui in particolare. Lo facevo ancora pure io: ogni volta che un bosniaco si distingueva per una capacità artistica, umana e persino calcistica, io gioivo e credevo che fosse un tassello in più che avrebbe aiutato il mondo a guardarci con occhi diversi, con più rispetto, come se vivessimo in una bolla di ansia da prestazione al cospetto di un Occidente sempre pronto a darci la pagella.
«È strano per te che sono orgoglioso di uno schiavo?» incalzò sfrontato scrutando la mia espressione assorta.
«Non per me. A quanto pare il termine schiavo nelle lingue europee deriva da slavo…».
«Anche i tuoi antenati erano schiavi?».
«Sembra che gli slavi fossero gli ultimi schiavi in Europa».
Questa provocazione l’avevo schivata, ma avevo la sensazione che fossimo solo all’inizio di uno scontro di civiltà necessario e inevitabile per poterci davvero incontrare.
Stavamo seduti su un muretto nel Parco dei Caduti 19 luglio 1943 a San Lorenzo, non mi era venuto in mente nessun altro posto dove darci appuntamento. Ci eravamo messi uno accanto all’altra a circa mezzo metro di distanza e guardavamo dritto davanti a noi, come fossimo in attesa dell’inizio di uno spettacolo.
Maurizio mi aveva mandato un messaggio simpatico in cui si diceva contento che avessi fatto la conoscenza di Ismail, un soldatino e un maniaco del controllo proprio come me. Ora osservavo di sottecchi Ismail attraverso queste due definizioni. Parlava un italiano molto buono, era già accaduto che lo sentissi utilizzare termini precisi, tipici di chi vuole andare a fondo delle cose. La sua postura era rigida, la parte superiore del corpo sembrava un pezzo unico e solido, tant’è che le movenze ricordavano quelle di chi ha il torcicollo. Non sorrideva molto, checché se ne dica dei gambiani e del loro largo sorriso, Ismail non ne sprecava, almeno non con me. Possedeva la capacità perentoria di mantenere una di- stanza di sicurezza e ogni suo gesto trasudava un educato distacco. Ripensai a me tanti anni prima, quando la paura ridistribuiva gli strati dei miei muscoli in modo tale da farmi stare compatta e non andare in pezzi: sarebbe bastato rilassare anche solo un muscolo della pancia o della mascella e mi sarei sgretolata tutta. Aveva poco da scherzare Maurizio sui maniaci del controllo, senza questa tecnica saremmo stati cocci buttati a terra.
«Il mio sogno è sposarmi, avere figli e tramandare a loro tutto quello che so. Ho imparato molto, sai? Ho vissuto tante cose, ma non serve a niente la vita se non la si racconta a qualcuno, per passarla, regalarla» disse tutto d’un fiato e mi prese alla sprovvista; dall’atteggiamento provocatorio era passato a un’apertura inattesa. Riconoscevo quell’oscillare che lo rendeva incoerente: da un lato desideroso di adattarsi il più possibile al nuovo mondo per potersi sentire a suo agio, dall’altro determinato a sottolineare la sua estraneità con orgoglio e una punta di veleno. Io vi osservo, mi insinuo e vi studio, vi conosco, voi non sapete nulla di me, mi
guardate con commiserazione, ma non conoscete i miei segreti, sembrava dire quella sua aria supponente.
Annuii senza sapere se c’era bisogno che dicessi qualcosa. Maurizio mi aveva avvertito di non fare domande, perché sono soprattutto i poliziotti, gli avvocati, quelli della Commissione, gli operatori a fare domande, e chi le subisce le vive non come un sincero interessamento, bensì come un interrogatorio sempre volto a sondare la verità di quanto si dice. Immaginai Ismail impegnato a convincere un funzionario della sua identità, mentre quell’altro, dal lato opposto della macchina burocratica, con una penna rossa in mano, scuoteva la testa e ribatteva che no, non era possibile, non ci credeva. La fiducia, mi sorpresi a pensare a questa parola e a trovarla surreale nel contesto in cui ci trovavamo. Come si può chiedere a una persona di raccontare la propria storia, dichiarando sin dall’inizio che verrà frugata, violata, sconquassata, verificata attraverso enti, rapporti annuali di organizzazioni dai lunghi acronimi che nessuno sa che cosa indichino? Affinché ci sia un incontro tra chi racconta e chi ascolta deve accadere una sorta di magia che permetta di lasciarsi trasportare nel mondo dell’altro, sospendere le proprie perplessità e seguire la trama. Lo stesso accade con un libro, quando un lettore decide di varcare la soglia della realtà dello scrittore, ma è illusorio che avvenga negli uffici delle commissioni territoriali che non possono di certo lavorare così, sono state istituite proprio per vagliare e setacciare.
Mi chiesi che senso ha impostare il sistema della concessione di protezione internazionale e asilo sul racconto di sé, quando l’atteggiamento non è quello di ascoltarlo ma di smontarlo.
«Però prima di pensare ai figli, devo riprendermi la mia dignità. Sono un uomo, e un uomo deve avere i documenti e lavorare. Io non voglio stare qui ad aspettare un aiuto, io voglio farcela da solo» mi scosse la voce di Ismail.
«Non so come potrei esserti utile» proferii infine.
Lui fece una smorfia, scrollò le spalle e tornammo a contemplare il muretto davanti a noi sul quale in basso a destra stava scritto: «NON ACCETTATE SOGNI DAGLI SCONOSCIUTI».

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