In fondo al cortile di viale Bligny 42 a Milano, un luogo conosciuto per essere un fortino dello spaccio, l'artista iraniano Mahmoud Saleh Mohammadi ha aperto Spazio Nour, un laboratorio creativo. E della sua arte dice «In Iran dipingevo sognando Amedeo Modigliani, in Italia torno alle mie origini».

Alla frontiera è un viaggiatore come tanti ma con passaporto iraniano e la barba lunga così. «Ogni volta che scendo dall’aereo so di non avere scampo. Almeno mezz’ora di controlli non me li leva nessuno». Oltre la frontiera ridiventa l’assai rispettato artista Mahmoud Saleh Mohammadi, nato a Teheran, trentanove anni, in Italia dal 2011. «Voi occidentali dite che l’abito non fa il monaco. E invece lo fa eccome», dice con il suo vocione in questo atelier che ha aperto nel 2014 dove espone le sue opere figurative, realizza le sue installazioni, presenta le sue performance.
Tre locali ariosi che apre anche ad altri artisti per performance d’avanguardia. Senza confini né passaporti. Artisti italiani, giapponesi o iraniani come lui, non fa differenza se si ha qualcosa da dire. Contaminati a loro volta da questo spazio che si apre in fondo al cortile di viale Bligny 42 a Milano. Un indirizzo da cronaca nera. Il “fortino dello spaccio”, lo chiamavano i giornali ad ogni retata di polizia che finiva con l’immancabile arresto dei piccoli trafficanti di turno – maghrebini soprattutto, con tutti i passaporti del Nord Africa – e il sequestro di un bel po’ di fumo o pure peggio. Uno dei luoghi oscuri di Milano che questo giovanissimo artista ha contribuito ad illuminare.
E non a caso l’atelier si chiama Spazio Nour, nour come ‘luce’ in farsi, perché a guardare bene c’è sempre una scintilla nascosta nell’oscurità. «Quando sono arrivato qui, da subito è stato il mio primo indirizzo milanese, mi hanno accolto immediatamente come uno di loro. Figuriamoci: iraniano, barba lunga, musulmano… Mi aspettavo di vedere qualcuno con la cintura esplosiva pronto a farsi saltare in aria. Non è successo ma capitava di vedere le armi che gli spacciatori tenevano alla cintura senza troppi problemi. Tanto qui la polizia per anni non si è arrischiata ad entrare».
Il primo rifugio è un monolocale. «Dipingevo in corridoio, le mie grandi tele potevo metterle solo lì, non c’era spazio che per loro». Tre anni dopo la cooperativa editoriale Shake, una delle esperienze trentennali di cultura alternativa più interessante della città, lascia il magazzino. «La proprietà me lo affitta perchè temeva che venisse occupato o ci si infilassero gli spacciatori. Deve aver pensato che alla fine sarebbe stato meglio un giovanissimo artista iraniano piuttosto che un commerciante di droga al dettaglio». Ci vogliono mesi prima che nasca Spazio Nour. Il magazzino è pieno di macerie. Ci sono topi e altri animali. «Ho dovuto dare cinque mani di bianco prima di vedere i muri finalmente bianchi».
La grande porta a vetri e i lucernari inondano di luce Spazio Nour. Ma sono i suoi frequentatori a illuminare questo ex magazzino oggi fucina di arte e di cultura. «Questa non è una galleria. Non è un locale. Non è un centro sociale. È un luogo d’incontro che nasce dall’arte e dalla realtà che lo circonda. È un luogo di contaminazione di diverse forme d’arte. È un laboratorio creativo che promuove il dialogo tra le diverse arti visive, performative e relazionali nonché tra le numerose etnie e culture che convivono in questo stabile, creando un dialogo artistico empatico che definisco artempatia».
A terra ovunque ci sono le sue prime opere. Quando Mahmoud Saleh Mohammadi si definiva ancora un artista espressionista figurativo amante di Cézanne, Matisse e soprattutto di Amedeo Modigliani. Artisti conosciuti solo in fotografia ma sognati come soggetti reali. Alle pareti invece la sua nuova vita artistica. Grandi tappeti persiani con incollate foglie d’oro a creare giochi di luce ma pure di calore. «Molti artisti sognano l’America. L’America io l’ho trovata in Italia. Questo Paese, per l’arte, è come la Mecca per i musulmani o il Vaticano per i cristiani».
L’incontro decisivo è con un grande volume rilegato di Leonardo da Vinci, sfogliato così tante volte che le pagine non stanno quasi più insieme. Mahmoud l’ha trovato su una bancarella a Teheran per pochi riyal. «Guardavo e riguardavo quelle linee precise che correvano nei disegni sul foglio. Anch’io sono mancino come lo era lui. Immaginavo la postura delle sue mani mentre creava quei ritratti appena tratteggiati ma ricchi di sfumature. Quando sono venuto in Italia e ho potuto vedere finalmente le sue opere dal vero ho scoperto tratti e linee che non apparivano nei libri».
Mahmoud Saleh Mohammadi non è un autodidatta anche se la sua strada l’ha poi trovata da solo. I primi esperimenti li fa con i muri di Teheran che inizia a dipingere in ogni angolo della città. Grandi muri come grandi tele. Una passione per lo smisurato che lo accompagna ancora oggi mentre dipinge su tele montate su grandi telai. All’università d’Arte di Karaj, venti chilometri a ovest di Teheran, si diploma nel 2007. Quattro anni dopo quando arriva a Milano si iscrive all’Accademia di Brera. Anni di studio e di lavoro spesso notturno fino alla laurea in Pittura con specializzazione in Arti Visive che consegue nel 2014.
Ma l’Accademia non è solo una scuola. È il punto di partenza per una sua nuova personalissima visione dell’arte. L’incontro decisivo è con uno dei suoi professori, Roberto Casiraghi. «Un maestro, non solo un professore. Le sue lezioni, i suoi seminari sono tra i più seguiti. Non credo di averne perso uno. Un giorno sono andato da lui e gli ho chiesto cosa dovevo fare. Quale strada sarebbe stata meglio percorrere per la mia arte. Lui mi ha guardato e mi ha detto quelle poche parole che ancora oggi ricordo come uno degli insegnamenti più importanti della mia vita: «Tu chiedi a me cosa devi fare? Sei tu che devi chiedertelo. Guarda alle tue radici. Tu sei persiano, leggi i tuoi libri, studia le tue poesie, guarda all’arte del Paese da dove vieni». E così ho fatto. In Iran dipingevo sognando Amedeo Modigliani, in Italia torno alle mie origini».
Le radici sono anche la telefonata della mamma che arriva a metà di questo colloquio e che giustamente lo interrompe. Le radici sono il viaggio a casa a Teheran ogni tre o quattro mesi. Sfidando lo sguardo dello zelante poliziotto di frontiera davanti a questo giovane persiano con la barba troppo lunga, gli occhi troppo neri, il passaporto per molti troppo inquietante e un bagaglio carico di arte che si spera innocua ma che così non potrà mai essere. Alla fine il suo è un viaggio di un’artista che travalica i muri dell’indifferenza, se non dell’ostilità, tra Oriente e Occidente. Un muro delle incomprensioni alimentate dalla diplomazia o da protocolli rigidi.
L’ultimo muro lo ha eretto Donald Trump. Anche se non è stato l’attuale presidente degli Stati Uniti a coniare il termine “Stati canaglia”. Lo ha fatto Ronald Reagan nel 1980 contro la Libia del colonnello Gheddafi. Lo ha continuato ad usare, giusto per ricordare, il democratico Bill Clinton nel 1999. Poi George W. Bush. Oggi Donald Trump si è inventato il Muslim Ban che inibisce l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini con passaporto di sette Paesi considerati ad alto rischio terrorismo. Tra questi Paesi c’è anche l’Iran, il cui documento sta in tasca a Mahmoud.
«Non ho questa grande smania di andare in America. Anche se non poterci andare mi ha fatto perdere clienti e occasioni di mostre. La mia America è l’Italia. Ma i muri proprio non li capisco. Anche se alla fine si possono sempre saltare. A Perugia ho conosciuto un ragazzo del mio Paese. Adesso è finito in Gran Bretagna dove è diventato uno stimatissimo ricercatore biomedico. Siccome viene considerato un genio, dunque meritevole di migliorare il mondo e perciò pure gli Stati Uniti, Donald Trump lo accoglie a braccia aperte tutte le volte che vuole. Da questo ho imparato che se hai i soldi o se sei un genio si dimenticano che potresti essere un terrorista. Ma si vede che questa cosa per noi artisti non vale».
A chiedergli dove si immagina la sua terza vita questo giovanissimo artista persiano dà la risposta che non ci si aspetta. «Sogno il Nord, il Grande Nord. Mica la Svezia, la Norvegia o la Finlandia. Proprio il Nord della Lapponia dove stanno i sami. Siccome sono un uomo che viene dal caldo penso che al freddo potrei trovare nuove ispirazioni». Sembra una contraddizione. Non lo è. Fa parte della storia di questo artista aperto al mondo, contaminato da mille culture, abbarbicato alle sue radici ma non per questo chiuso agli stimoli che possono arrivare da ovunque. Dal Cenacolo di Leonardo da Vinci che la prima di tante volte lo ha lasciato senza fiato. Dall’incontro occasionale di qualcuno che in questo cortile definito di spaccio e di degrado bussa alla sua porta per un caffè sotto alla sua ultima grande opera, un tappeto persiano con tutte le sfumature di rosso cupo su cui brucia il riflesso di una grande foglia d’oro che lo impreziosisce e lo inonda di nuova luce. «Ho fatto studi religiosi. Ho letto i testi sacri sufi. Da una mia fidanzata di Bologna ho conosciuto il prosciutto. Anche questo è cultura. Se non conosci non sai. Se non sai non puoi raccontare. Alla fine è questo il compito di noi artisti. Essere i profeti della società».

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Credits: radici.online

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