Il long read di questa settimana è tratto da "Come diventare newyorkesi" di O. Henry (Mattioli 1885, 2020). New York ospita milioni di stranieri, il 40% dei suoi abitanti. Ma nella città del melting pot, chi è davvero newyorkese?

O. Henry
Come diventare newyorkesi
(Mattioli 1885, 2020)
pagine 108, euro 10

Dei quasi 9 milioni di abitanti di New York il 40% è straniero. In città oggi si parlano quasi 200 lingue. Definire chi sia davvero newyorkese è un’impresa quasi disperata. Ci ha provato in questo libro O. Henry, pseudonimo di William Sydney Porter, autore di oltre 400 racconti. La New York che conosceva, e dove ha vissuto gli ultimi 8 anni della sua vita fino al 1910, non è troppo diversa da quella di oggi. Magari meno estesa, cementificata, abitata, ma New York è sempre stata così. Bagdad on the Subway, la definiva lo scrittore. Forse più Babilonia, un crogiolo di tipi imprevedibili che si possono trovare solo lì: il vagabondo arrivato nascosto su un vagone del treno, l’architetto che risparmia come un matto per una notte da gran signore, la lady che si traveste da commessa, il broker ossessionato dal lavoro. Ognuno diverso dall’altro, tutti ossessionati dall’avere un posto in prima fila nel gran teatro dell’american dream. L’urgenza di trovare una voce contagia anche la Statua della Libertà che fa luce su Ellis Island, il centro di accoglienza dove arrivavano i migranti sulle navi da mezzo mondo. La statua era la prima cosa che vedevano. In questo racconto che pubblichiamo integralmente, lei restituisce ogni sguardo facendosi voce e testimone. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’editore Mattioli 1885 pubblichiamo un estratto del libro Come diventare newyorkesi di O. Henry.

Copertina

La signora lassù

Dicono che New York City fosse deserta, e questo, senza dubbio, contribuiva a far sì che i suoni si propagassero per grandi distanze, nella calma aria estiva. La brezza andava verso sud – sud-ovest; era mezzanotte; il filo conduttore era un po’ di pettegolezzo femminile attraverso una comunicazione mitologica senza fili. A centododici metri dall’asfalto bollente la simbolica divinità sull’isola di Manhattan, in punta di piedi, puntava dritta, in quell’istante, la sua freccia vacillante, in direzione della sua glorificata sorella a Liberty Island.

Le luci del grande giardino di Madison Square erano spente; le panchine della piazza erano piene di gente addormentata in pose tanto strane che, comparate a loro, le contorte figure delle illustrazioni dell’Inferno di Doré sembravano i rigidi e dritti manichini di un sarto. La statua di Diana sulla torre del giardino (nota 11) – la sua lealtà mostrata dalla costanza di segnavento; la sua innocenza dalla copertura d’oro che ha ottenuto; la sua devozione allo stile da quell’unico, aggraziato, foulard svolazzante; il suo candore e la sua mancanza di artificio dall’abitudine di disegnare sempre un arco lungo; la sua “metropolinità” dalla postura in volo rapido per prendere un treno per Harlem – rimaneva composta con la freccia puntata in direzione della baia superiore. Se quella freccia fosse stata veramente scoccata, nella posizione in cui si trovava, sarebbe passata una decina di metri sopra la testa dell’eroica matrona il cui dovere è di offrire un benvenuto beffardo agli oppressi di altre terre.

La signora guardava il mare, e i solchi lasciati dai piroscafi a vapore iniziavano a ridurre il giro di sterzata. Anche i traduttori l’avevano caricata di un fardello supplementare. La Libertà che illumina il mondo (come la battezzò il suo creatore) non avrebbe avuto una responsabilità maggiore, se non per le dimensioni, di un elettricista o di un magnate della Standard Oil. Ma “illuminare” il mondo in senso illuminista, come è stato interpretato dai nostri istruiti guardiani civici, richiede qualità più elevate. E così la povera Libertà, invece di avere il lavoro facile del mero illuminatore, dovette trasformarsi in un’educatrice di una scuola di Chautauqua, con gli oceani al posto del placido e classico lago. Con una torcia senza il fuoco e una testa vuota, deve dissipare le ombre dal mondo, e insegnargli l’abc.

“Ehi là, Mrs Liberty!” chiamò una limpida e spensierata voce di soprano, attraverso l’aria immobile della mezzanotte.

“È lei, Miss Diana? Mi scusi se non giro la testa. Non sono così ballerina e mutevole come alcune. E per quei gusci d’arachide lasciati sulle scale della mia gola da quell’ultima barca di turisti di Marietta, Ohio… ho la voce così roca che posso a malapena parlare. Tutto questo nonostante sia stata una serata piacevole, signorina.”

“Se mi permette la domanda,” giunse il tono tintinnante della statua dorata, “vorrei chiederle dove ha preso quell’accento da City Hall. Non sapevo che la Libertà dovesse necessariamente essere irlandese.”

“Se avesse studiato la storia dell’arte e le sue complicazioni estere, non avrebbe bisogno di chiederlo” replicò la statua in mezzo al mare. Se lei non fosse così svampita e dimentica, saprebbe che sono stata creata da un latino e presentata al popolo americano su commissione del governo francese perché dessi il benvenuto agli immigrati irlandesi nella città olandese di New York. È quel che sto facendo, giorno e notte, da quando sono stata eretta. Deve sapere, Miss Diana, che ciò che è vero per le persone lo è anche per le statue – non sono i loro creatori né lo scopo per cui sono state fatte a influenzare anche in minima parte l’attività delle loro lingue – è ciò con cui vengono associate, glielo dico io.”

“Ha proprio ragione” concordò Diana. “Lo vedo su di me. Se qualcuno dei vecchi ragazzi dell’Olimpo venisse da queste parti e mi dicesse qualcosa in greco antico non saprei distinguerlo da una conversazione tra un conducente di Coney Island e la sua corsa da cinque cents.”

“Sono contenta che abbia deciso di essere socievole, Miss Diana” disse Mrs Liberty. “La mia è una vita solitaria. Sta succedendo qualcosa in città, invece, cara Diana?”

“Oh, là là là! – no” disse Diana. “Ha notato il là là là, zia Liberty? L’ho preso da ‘Paris by night’, del giardino pensile sotto di me. Si sente quel ‘là là là’ al Café McCann adesso, insieme a ‘garsong’ (nota 12). Il pubblico bohémien si è stufato di ‘garsong’ quando O’Rafferty, il capocameriere, ha dato un pugno a tre di loro per averlo chiamato così. Oh, no; la città è tecnicamente altrove in questi giorni. Sono tutti via. Ho visto un commerciante del centro stasera, in un giardino pensile, con la sua segretaria. Lo spettacolo era così noioso che si è addormentato. Un cameriere lo ha mezzo svegliato per vedere se era tutto ok, sperando in un decino di mancia. Lui si guarda intorno e vede la sua bella segretaria. ‘Uh!’ le dice. ‘Vuole battermi una lettera, Miss De St. Montmorency?’ ‘Certo, in un minuto’ dice lei, ‘se metterà una croce su questa serata.’

“Questa è la cosa più interessante che è accaduta nel giardino. Così vede quanto sia noioso. Là là là!”

“Che vita piacevole ha lassù in società, Miss Diana. Ha lo spettacolo dei gatti, e quello dei cavalli, e il torneo militare dove i soldati semplici diventano importanti come generali e i generali cercano di sembrare importanti mentre fanno i guardiani. E ha lo Sportsmen’s Show, dove le ragazze con le misure giuste cucinano la colazione in una tenda indiana di corteccia di betulla sulle sponde del Canal Grande di Venezia, dove è un Vanderbilt a condurre, con Bernard McFadden e i reverendi Dowie e Duss. E ha il ballo francese, dove gli autentici Cohen e la società Robert Emmet-Sangerbund ballano l’uno con l’altra i balli scozzesi delle Highlands. E ha il gran ballo di O’Ryan, che è il più bello spettacolo del mondo, con gli studenti francesi che gareggiano con i tirolesi nelle danze tradizionali. Come statua, ha il lavoro migliore della città, Miss Diana.

“È un compito estenuante” sospirò la statua dell’isola nel mare, “cospargere la baia di New York con la scienza della libertà. A volte, quando dò un’occhiata giù a Ellis Island e vedo le bande di immigrati che dovrei illuminare, sono tentata di spegnere il gas e lasciare che sia il coroner a scrivere le loro domande di naturalizzazione.”

“Ma mi dica, non è davvero una vergogna che le abbiano assegnato la parte peggiore?” giunse la comprensiva antifona dell’atletica dea. “Ci si deve sentire terribilmente soli laggiù, con tutta quell’acqua intorno. Non capisco come riesca a mantenere i suoi riccioli. E quell’abito di Mother Hubbard che indossa è andato fuori moda dieci anni fa. Credo che questi scultori dovrebbero essere citati per danni quando mettono dei vestiti di ferro o marmo su una signora. È qui che Mr St. Gaudens è stato saggio. Sono sempre un passo avanti rispetto alle mode, ma mi stanno raggiungendo in fretta. (nota 13) Mi scusi un momento – ho preso una folata di vento da nord – non ci si dovrebbe stupire se le cose in Esopo si sono un po’ allentate. Ecco, adesso! È da ovest – pensavo che quella barra dorata avrebbe calmato un po’ l’aria in quella direzione. Che cosa stava dicendo, Mrs Liberty?”

“Abbiamo avuto una piacevole chiacchierata, Miss Diana, signora, ma vedo uno di quei battelli a vapore europei risalire lo stretto, e devo attendere ai miei doveri. È il mio compito di tendere in alto la torcia della Libertà per dare il benvenuto a tutti quelli che sopravvivono ai colpi che dà loro il timoniere durante l’approdo. Sicuro che questo è un grande paese, in cui si può venire con otto dollari e cinquanta, con il dottore che aspetta di rimandarti a casa se vede che hai gli occhi troppo rossi di pianto.”
La statua dorata virò nella brezza mutevole, minacciando vari punti all’orizzonte con la sua freccia aurea.

“Addio, zia Liberty,” gridò con dolcezza Diana della Torre. “Una qualche notte, quando il vento è giusto, la cercherò ancora. Ma… mi dica! Lei non riceve poi tanti colpi durante il suo lavoro. Sto tenendo d’occhio l’isola di Manhattan da quando sono qua sopra. Quei cacciatori di libertà che arrivano sotto i suoi piedi sono un bel mucchio di derelitti; ma non restano tutti così. Di quando in quando, mentre sono quassù, vedo questi tizi che firmano assegni e votano dalla parte giusta, e incoraggiano le arti e si fanno un bagno ogni mattina, e sono stati sbarcati in tutta fretta da uno scaricatore di porto nato e cresciuto negli Stati Uniti che non ha mai guadagnato più di quaranta dollari al mese. Non denigri il suo lavoro, zia Liberty; non sta poi così male.”

nota 11 – La statua di Diana, conosciuta anche come Diana della Torre (Diana of the Tower) e realizzata dallo scultore Augustus Saint-Gaudens, fu per molti anni un famoso punto di riferimento per la città di New York. La seconda versione della statua fu collocata sulla torre del Madison Square Garden dal 1893 al 1925, ed è questa a cui si riferisce l’autore. Dal 1932 Diana si trova al Philadelphia Museum of Art.

nota 12 – Storpiatura della parola francese garçon, usata elegantemente per chiamare 100 i camerieri, ma forse non troppo chiara agli avventori americani.

nota 13 – La statua di Diana disegnata da Augustus Saint Gaudens non ha vesti.

© 2020, Mattioli 1885

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