Giornalista musicale italoegiziana, è autrice e appassionata di nuove tendenze. Peccato che, spiega, in Italia le novità stiano andando scomparendo: difficile riconoscersi in qualche artista di seconda generazione. Mahmood a parte…

Giornalista musicale italoegiziana cresciuta nelle Marche e poi approdata a Milano, Claudia Galal si è occupata per anni di seconde generazioni scrivendo su diversi blog e testate online. Esperta di underground, street art e nuove tendenze artistiche, nel 2016 ha pubblicato il libro Cairo Calling con Agenzia X.

Le origini

Sul suo background migratorio scherza dicendo che è molto in “back”. Galal è nata a Urbino 38 anni fa ed è cresciuta in un paesino di provincia che conta circa 1500 abitanti, dove all’epoca suo padre, egiziano, era l’unico immigrato. Con sua madre si sono conosciuti all’estero e hanno deciso di trasferirsi in Italia, nel paese d’origine di sua madre, dove hanno pensato che sarebbe stato più facile avere delle opportunità rispetto al Cairo.

«Non ho mai vissuto sulla mia pelle l’immigrazione come un problema», racconta. «Quando ero piccola, il fatto che una persona fosse di origine straniera era visto con curiosità, come una cosa esotica. Non c’era alcuna avversione nei confronti della diversità come accade oggi, anche se spesso c’era ignoranza in merito alle varie provenienze. Erano gli anni in cui gli africani venivano etichettati tutti come vucumprà».

Ha frequentato il liceo classico, poi Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna. Si è interessata subito al mondo del giornalismo musicale e artistico lavorando come caporedattrice per la rivista InSound. Parallelamente, ha iniziato a occuparsi dei figli dell’immigrazione partendo dalla sua esperienza personale.

Quando sono arrivata a Milano ho scoperto l’esistenza del concetto di seconda generazione, categoria alla quale non sapevo di appartenere. Fino a quando un giorno all’ufficio postale, l’impiegata allo sportello guardando il mio documento mi ha detto “Ah lei è una famosa seconda generazione!”. Da quel momento ho iniziato a realizzare che non tutti erano fortunati come me che avevo la cittadinanza italiana

Focalizzandosi sugli aspetti identitari riguardanti anche questioni pratiche, ha iniziato così a scrivere per Yalla Italia, il blog 2G nato su iniziativa di un gruppo di ragazzi di origine araba come costola della rivista Vita. Proprio sull’onda di queste suggestioni, Claudia Galal ha deciso di avventurarsi in un percorso di indagine personale sulle sue origini. «È stato come un processo di autoanalisi, dettato dalla necessità di approfondire quella parte della mia identità che avevo sempre dato per scontata senza approfondirla. Ho anche ripreso lo studio dell’arabo che mio padre parlava in casa quando ero piccola e che negli anni mi ero dimenticata».

Cairo Calling

Nel frattempo, nel 2010 è scoppiata la Primavera Araba e Galal ha sentito l’esigenza di andare a vedere di persona cosa stava accadendo. «Ero stata diverse volte in Egitto ma sempre in famiglia e in contesti protetti. La mia prima esperienza in autonomia l’ho fatta nel 2013, sotto il regime di Morsi, e successivamente sono tornata più volte, raccogliendo di volta in volta informazioni e testimonianze, fino a quando questo materiale è stato sufficiente per mettermi alla ricerca di un editore». Il risultato è un libro che sta tra reportage giornalistico e racconto di viaggio, in cui il punto di vista personale, che si sofferma soprattutto sulla scena underground locale, fa da contrapputo alla cronaca delle fasi della rivoluzione accadute tra il 2011 e il 2016.

Ci sono poi le tante interviste con i protagonisti dell’arte contemporanea, musica, street art, sound design. Cairo Calling è frutto di una gestazione lunga, spiega la giornalista, è un testo che ha subito vari tagli ed è stato riscritto più volte.

Non riuscivo a chiudere questo libro perché continuavano a susseguirsi fatti politici importanti di cui sentivo di dover parlare. Quando poi è avvenuta la tragedia di Giulio Regeni, mi è sembrato il momento giusto per metterci un punto. Ho addirittura pensato di rinunciare alla pubblicazione perché la sua morte mi aveva toccato molto

Fortunatamente, invece, alla fine il libro è uscito nel 2016 per Agenzia X, editore con cui la giornalista aveva già collaborato per il progetto Research Milano, illuminante guida alternativa di “una città a pezzi”, come recita il sottotitolo. Ma a dimostrazione del fatto che un punto è davvero difficile metterlo una volta per tutte, in questi giorni la vicenda di Giulio è tristemente tornata alle cronache per l’arresto in Egitto del ricercatore e attivista Patrick Zaky, di ritorno in patria per una breve vacanza dagli Studi di genere che sta conducendo all’Università di Bologna. «Il comportamento del governo egiziano, in particolare dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (NSA) e della Procura suprema, che dal 2015 si sono resi responsabili di rapimenti, sparizioni, torture e omicidi ai danni di chiunque considerassero oppositore politico, non è tollerabile e non può essere accettato dai partner politici e commerciali dell’Egitto, come l’Italia» osserva Galal.

Patrick è un “prigioniero di coscienza”, detenuto esclusivamente per il suo lavoro sui diritti umani e per le opinioni politiche espresse sui social media: dobbiamo richiedere a gran voce il suo rilascio, sostenere l’appello inviato alle autorità egiziane da EIPR (Egyptian Initiative for Personal Rights) e Amnesty International, ma anche pretendere che il nostro ambasciatore al Cairo e il nostro Ministro degli Esteri si facciano sentire

«Dopo la drammatica uccisione di Giulio Regeni non possiamo ancora tollerare che in Egitto, un Paese così vicino all’Italia per tanti motivi – geografici, politici, economici e sociali – possano verificarsi questi brutali episodi di violenza, repressione e abuso di potere. Non possiamo tollerare più che i diritti umani siano calpestati per mettere a tacere qualsiasi voce di dissenso».

Musica

La passione per la musica, però, non l’ha mai abbandonata. Dopo la nascita di suo figlio e alcune collaborazioni con Ong attive nell’ambito della cooperazione e integrazione, ora lavora con Billboard Italia e con Griot, magazine fondato da una ragazza afroitaliana, Johanne Affricot, che si occupa soprattutto di arte prodotta dai figli della diaspora africana e di altri luoghi del mondo, racconta: «Nella mia attività di giornalista musicale mi sono specializzata nella contaminazione culturale. Sono molto esterofila con preferenze black, soul, hip hop. Devo ammettere che per quanto riguarda le nuove tendenze italiane sono colpita negativamente, non solo per i contenuti ma anche per la musica che mi sembra povera, carente di una vera preparazione. Salvo qualcuno come Mahmood, che rappresenta una novità nel panorama italiano ma non sulla scena internazionale, e tra i rapper mi piace Mosè Cov» racconta.

In generale, però, faccio fatica a trovare qualcosa in cui riconoscermi. Trovo invece che ci siano nomi molto interessanti in contesti che purtroppo in Italia non riescono facilmente ad arrivare, come l’egiziano Abdullah Miniawy che all’estero inizia a essere apprezzato per la sua musica elettro-sufi.

«Conosco tanti artisti che vorrebbero portare il loro lavoro qui da noi ma che hanno difficoltà a ottenere visti e permessi perché avendo a che fare con l’Italia ci si scontra con una grossa chiusura e parecchie complessità burocratiche» riflette Galal. «Rispetto a qualche anno fa in Italia c’è molta meno attenzione per la cultura e l’arte straniere perché il tema in primo piano in questo momento è più che altro quello della cittadinanza. Ma, nonostante resistano ancora alcune associazioni e realtà attive, la rete dell’integrazione mi pare molto più sfaldata, mi sembra ci sia meno forza e meno voglia di lottare. Non c’è stato nessuno in grado di raccogliere l’eredità delle lotte iniziate 10 anni fa».

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