Vitalba Azzollini è giurista. Lavora presso un'Autorità indipendente. Scrive (a titolo personale) di diritto, tra gli altri, su lavoce.info, phastidio.net e per l'Istituto Bruno Leoni. Questo è il suo primo pezzo per Radici.

Nei giorni scorsi, le parole di Boeri circa l’apporto che gli immigrati possono dare al sistema pensionistico hanno fatto acquisire alla questione “immigrazione” una rilevanza particolare. Infatti, quando il presidente dell’Inps rileva che «bisogna contrastare l’immigrazione irregolare» e, al contempo, evidenzia l’importanza quella “regolare” – perché, «per mantenere il rapporto tra chi percepisce una pensione e chi lavora su livelli sostenibili, è cruciale il numero di immigrati che lavoreranno nel nostro Paese»– introduce nel dibattito pubblico una visuale che di solito manca: l’immigrazione non solo come costo, ma come «sostegno concreto al sistema economico nazionale» e «gli stranieri come attori economici e sociali». Si tratta di una prospettiva inusuale, poiché quasi assente sui media. L’informazione sugli extracomunitari di norma ruota intorno a salvataggi in mare, a episodi di delinquenza e, comunque, a «immagini e rappresentazioni che suggeriscono una certa lontananza tra autoctoni e immigrati, riproducendo una generalizzazione stereotipata e colpevolizzante nei confronti di determinate categorie di soggetti».

E stereotipate sono le convinzioni che nel tempo si sono radicate nell’opinione pubblica circa gli “stranieri”: tra le altre, quella per cui essi “rubano il lavoro agli italiani”. Al riguardo, i dati contenuti nel rapporto annuale dell’istituto di previdenza dimostrano l’infondatezza dell’affermazione: «sono tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere», in pochi settori e in professioni scarsamente qualificate, ove pertanto si concentra l’occupazione di soggetti di nazionalità diverse. Nel lavoro manuale qualificato, ad esempio, sono impiegati il 36% dei lavoratori stranieri, contro l’8% di quelli italiani. Peraltro, «rispetto a 10 anni fa il tasso di occupazione degli immigrati in Italia è calato di oltre il 7%: ciò significa che non è vero che gli immigrati “rubano il lavoro” agli italiani come spesso si sente dire nei talk show da certa politica» (Castellani).

Parimenti, frutto di un pregiudizio appare l’affermazione per cui “gli stranieri sono solo un costo” per l’Italia. In realtà, «gli immigrati regolari versano ogni anno otto miliardi in contributi sociali e ne ricevono tre in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa cinque miliardi per le casse dell’Inps»: eppure, l’impatto economico e fiscale dell’immigrazione sembra sconosciuto a molti. E rappresenta una distorsione anche una delle consuete soluzioni proposte a tali affermazioni stereotipate: ridurre l’immigrazione, anche se legale. Eppure la storia «insegna che quando si pongono forti restrizioni all’immigrazione regolare, aumenta l’immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell’immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%». Prova ne sia il settore delle colf e delle badanti: la domanda di queste lavoratrici «è in costante aumento alla luce anche dell’incremento tendenziale del numero di persone non-autosufficienti. Tuttavia, in mancanza di decreti flussi con quote per colf e badanti (l’ultimo è stato nel 2011), il numero di lavoratori domestici extra-comunitari iscritti alla gestione Inps tende inesorabilmente a ridursi, non compensato (o compensato in minima parte) dall’aumento dei lavoratori comunitari o italiani che non hanno problemi coi visti. Ma non appena c’è un provvedimento di regolarizzazione del lavoro nero (come nel 2008-9 o nel 2012), il numero di colf e badanti extracomunitarie si impenna, a dimostrazione del fatto che questi lavori continuano a essere richiesti, ma vengono svolti senza versare i contributi sociali».

Quanto sia importante l’informazione in tema di immigrazione, per le percezioni che essa è idonea a indurre, è stato dimostrato – da ultimo – nei giorni scorsi, con la pubblicazione dei risultati di un’indagine condotta in sei nazioni (Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Svezia). «In cinque Paesi su sei i nativi sovrastimano il numero degli immigrati di circa uno a tre. Cioè per ogni “vero” immigrato, i nativi ne vedono tre […]. L’origine degli immigrati è anch’essa distorta nella mente dei nativi. Quelli provenienti da zone o culture “problematiche” sono sovrastimati. Gli italiani pensano che quasi il 50 per cento degli immigrati siano musulmani: sono in realtà il 30 per cento. Il 60 per cento degli immigrati in Italia sono cristiani: gli italiani stimano che siano meno del 30 per cento […]. Gli italiani ritengono che il 40 per cento degli immigrati sia disoccupato, mentre il dato esatto è poco più del 10 per cento, un valore non molto diverso da quello dei nativi».

Tuttavia, occorre fare attenzione: perché le sensazioni non sono solo frutto di un’informazione che tende ad associare gli immigrati a concetti a valenza negativa. Quando ci si chiede come mai «la maggioranza degli elettori non abbia la percezione di una immigrazione che lavora per pagare le pensioni degli anziani», va riconosciuto che «in molte città italiane capita sovente di vedere extracomunitari che vivono in strada o nelle stazioni dedicandosi all’elemosina […] quando non cadono vittime di caporali, sfruttatori e circuiti malavitosi» (Castellani). La causa di ciò pare chiara: l’assenza di politiche pubbliche ragionate, pianificate, tese a favorire l’integrazione. Infatti, nonostante la rilevanza del tema – date le migrazioni in corso e le nuove esigenze conseguenti – le leggi in materia di immigrazione non sono state ripensate; le procedure di riconoscimento sono rimaste oltremodo burocratiche e inefficienti; non sono state varate politiche di inserimento sociale, con la conseguenza che gli immigrati hanno continuato spesso a restare (e non solo a essere percepiti come) una presenza estranea alle compagini cittadine. Le parole di Boeri – quando dice che occorre aumentare l’immigrazione legale per contrastare quella clandestina, mediante decreti flussi e politiche adeguate – hanno il pregio di dimostrare che non è l’ “immigrazionismo” selvaggio ciò che serve: i migranti «costituiscono un’opportunità di crescita e sviluppo se vengono integrati altrimenti l’effetto è opposto perché l’emarginazione nutre ogni sorta di estremismi». Serve, invece, una regolazione degli arrivi in base alle potenzialità di accoglienza e alle esigenze del mercato del lavoro. In un’epoca in cui le scienze sociali ed economiche coadiuvano i decisori pubblici nelle proprie valutazioni, anche le scelte in tema di immigrazione – dato il supporto che essa può offrire alla sostenibilità del sistema economico nazionale – vanno effettuate in relazione ad analisi fondate su dati empirici e modelli teorici, nonché a stime circa gli scenari futuri riguardanti il Paese.

Un’ultima notazione. Come visto, le percezioni sono frutto non solo di un’informazione poco corretta, ma anche di realtà sotto gli occhi dei cittadini; e non si può pretendere che questi ultimi cambino le proprie percezioni solo perché ci sono tabelle e grafici che attestano una situazione meno grave di quella percepita. Da un lato, lo Stato deve intervenire affinché i diritti di chiunque – nativi e immigrati – siano tutelati, a fronte del rispetto della legge da parte di tutti; dall’altro, gli immigrati devono fare la propria parte, perché la “cultura” dei nativi possa cambiare. Non è opera facile né indolore, anche perché il Paese presenta caratteristiche «come la forte disuguaglianza economica, l’alto tasso di disoccupazione, la rigidità del mercato del lavoro e la limitata libertà economica […] che si ritiene non favoriscano l’integrazione degli immigrati e anzi contribuiscano a determinare anche per loro un quadro di negative condizioni socio-economiche». Del resto, la politica è gestione dei conflitti. Peccato che i politici, cioè gli attori principali, stentino a capirlo.

 

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Credits: radici.online

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