Scrittore, autore e attore di teatro, Alessandro Bergonzoni risponde al questionario di Radici con la trasversalità che lo contraddistingue: "stimiamo" solo gli africani che nei prossimi 30 anni sono pronti ad attraversare il Mediterraneo o anche quelli che resteranno in Africa? Se gli immigrati che ci piacciono sono solo i vincenti che danno smalto al nostro mondo brillante, con gli altri come la mettiamo?

 

L’arte non rivoluziona la società. Con le canzoni, è possibile aiutare le persone a maturare consapevolezza e fare piccoli passi verso il cambiamento, ma la rivoluzione sociale avviene attraverso iniziative della politica.

Gato Barbieri, Argentina, musicista

 

Alessandro Bergonzoni, sessant’anni, bolognese, è un comico, scrittore, autore e attore di teatro e da anni noto volto televisivo. Nel 2013 esce L’amorte per Garzanti, il suo ultimo libro, il primo di poesia in cui dà sfogo alla sua capacità di giocare con le parole. Tanto che come Mago delle parole nel 2009 appare pure nel fumetto Topolino. Al cinema è stato tra gli altri il Direttore del circo nel Pinocchio di Roberto Benigni. Nel 2016 esce un film tutto suo, Urge, con la regia di Riccardo Rodolfi. Infiniti gli spettacoli teatrali. Il 27 settembre sarà al Teatro Carignano per Torino spiritualità.

(photo credit: Giulio Ravenna)

Secondo le ultime stime dell’Onu nei prossimi 30 anni 7 milioni e mezzo di africani cercheranno di arrivare in Europa. C’è chi dice “invasione” e chi crede che si debba fare i conti con un processo inevitabile visto che, male che possano stare qui, sarà sicuramente meglio della guerra e della fame da cui scappano. In Europa e in Italia come si risponde a questo sentimento di paura?

Davvero si stimano sette milioni e mezzo di africani che cercheranno di arrivare in Europa? In che modo li stimiamo e li teniamo in considerazione? E gli altri che restano li stimiamo comunque? E soprattutto da quanto tempo tra colonizzazioni, invasioni e soprusi d’ogni genere non abbiamo “calcolato” cosa poteva succedere, come poteva finire la mancanza di visione assoluta su quel continente? Vogliamo cominciare a parlare della parola invasione, a dividerla in invasione di andata e di ritorno? Chi ha invaso prima chi, appunto? Noi europei, italiani, o viceversa dovremmo parlare prima della paura che abbiamo fatto loro poi cominciare a (psico)analizzare le nostre di paure, anche dal punto di vista filosofico, antropologico, spirituale. Sviscerando il concetto di fame, di tortura, di dittatura, di dignità. Allora forse sapremmo come comportarci.

L’accoglienza sempre, come dicono il Papa e la Chiesa, è praticabile? Basta essere “buoni” per risolvere i problemi?

Mi piace il buono, ma ho anche timore del buono a nulla… Credo che alla cosiddetta bontà debba seguire un agire a trecentosessanta gradi (grado di formazione, di informazione, di cultura, di immedesimazione, di connessione). Alla base dell’accoglienza, se la si sapesse vedere in profondità e tradurre una volta per tutte, c’è la possibilità del sempre e comunque. Sono d’accordo con la Chiesa (con tutti i distinguo che si devono fare su quale chiesa e chi può sa e deve usarne i vari “poteri” per iniziare la vera nuova era, se volessero…); ma finché le intelligenze (?) dei politici europei e italiani non lavorano senza tabù sulle organizzazione dei numeri e delle possibilità, finché non cambiano dimensione d’approccio, strato, finché non si rendono conto che la parola risorsa è concetto da rivedere completamente, appunto in tutte le sue accezioni non solo quelle geografiche, economiche o legislative, ben poco succederà. Per parlare di certa umanità ferita e morente ci vuole una sovrumanità assai più eletta che i nostri eletti, mancano anime, manca uno spirito superiore che sappia cosa è universale e non solo, appunto, umano. Senza polemiche la frase “restiamo umani” credo che per quanto in buona fede, dia a chi di umano usa solo il minimo indispensabile, un alibi perfetto per dire “di più non so fare”.

L’Europa litiga da anni su questi temi. Lo scaricabarile sembra essere lo sport più praticato da tutti. Ma dire “anche l’Europa deve occuparsene” è davvero diventato di destra?

Pur rendendomi conto che ancora essere di destra e di sinistra purtroppo o per fortuna ha certe profonde differenze, credo che più che in orizzontale bisognerebbe cominciare a ragionare a percepire in verticale: basso, alto, altissimo. Per i motivi di cui sopra ho bisogno appunto di parlare di altezze, di salire, e non sul carro dei vincitori, ma salire di visione, di illuminazione, di concezione. Per iniziare un caricabarile, un farsi carico, non solo essere in carica, per cominciare a prendere corpo che non è solo delle idee di partito ma proprio del fisico, per “occuparci” e non solo preoccuparci. Ripeto: dove sono questi uomini nuovi, esseri differenti che sanno andare oltre la dimensione politica, amministrativa, legislativa? Forse non si può che cominciare dall’unico parlamento europeo futuro, che sono le scuole, e iniziarsi ad un lavoro futuro infinito.

In Italia c’è un dibattito emergenziale ma non culturale. I migranti tutti vittime o solo un problema. Il tema è diventato divisivo. Siamo diventati razzisti? Molto razzisti?

È vero in Italia il problema dei migranti esiste: siamo noi! Questa per me è la vera emergenza. Perché spesso andiamo oltre il razzismo, o meglio ne prendiamo tante diramazioni laterali che sembra ci allontanino da questo male che a tutt’oggi uccide. E che va studiato ma non solo dagli analisti ma da noi in ogni gesto, atto, intenzione, fobia. Non solo nelle sue forme più plateali ma nelle forme di infiltrazione che ormai non stanno più nella pelle… Ci inventiamo numeri che non esistono, ansie che non abbiamo o se le abbiamo è per una informazione-deformazione assurda, anzi no, ben finalizzata a creare voti, sconsensi, vendette, scontri, malessere e antagonismi da talk show appunto divisivi per convenienza, per incontinenza culturale; perché sparlare è utilissimo alle televisioni dove certo giornalismo da carta vetrata si moltiplica sera per sera, mattina per mattina, senza mai fare vedere sopra i riflettori, senza mai dare a chi forse dovrebbe farlo già da solo, una benché minima conoscenza, un’altra coscienza. E non voglio parlare di social perché mi sento mancare (non solo perché non ci sono) ma perché proprio mi accorgo di quanto non essere, “viva” lì dentro, di quanto diaboliche scomparse abitino un nulla drammatico, partendo dall’uso che ne fanno i nostri leader. Patologia che colpisce ogni respiro culturale, conoscitivo; quindi perché stupirsi della mancanza di straordinario, di grandezza, di verità, di umiltà, di essenza? La critica di questa situazione richiede un salto quantico, una presa di posizione ben più possente e rivoluzionaria che tocca corpi e anime in maniera apocalittica. Alla tragedia di chi scappa dal morire si aggiunge la nostra tragedia che non ha più nulla della farsa se non alcuni lati ironici o sarcastici che lascio però a certi media che ci hanno fatto un piccolo luna park…

 

L’immagine del piccolo Aylan annegato su una spiaggia ha fatto il giro del mondo. I media se ne sono impadroniti. È una immagine che fa riflettere o anch’essa è diventata parte dello spettacolo?

E allora vado di seguito, proprio su quello che noi oggi vogliamo, possiamo e dobbiamo vedere, in vitro o in vita. Possiamo e dobbiamo incarnarlo quel corpo, diventarlo, averlo dentro, o almeno continuare ad abbracciarlo e accarezzarlo, facendo un lavoro di sublimazione e d’amore senza vergogna e senza imbarazzo. Invece di solito vogliamo “guardare” in vitro, sul computer nella tv, o in queste benedette maledette foto: foto, foto dappertutto, sui telefoni, sui giornali che dicono “tu muori io ti faccio vedere”. Il guardate guardate guardate ha sostituito il siate siate siate. Nessuna visione ci chiama, ci chiede se non c’è prima tele-visione, nessuno immagina “L’io sono te”, se non c’è immagine. Popolo di rattrappiti monchi non abbiamo arti invisibili per essere quel bambino, per esserne anche noi i padri e le madri o i fratelli. Siamo i visitatori “commossi” alla prossima esposizione di quell’immagine statuaria spettacolare.

 

Ogni tanto Charlie Hebdo, prendiamolo ad esempio ma non è l’unico, viene attaccato per il modo irriverente con cui affronta certi temi. Ci sono temi tabù? Quello che sta succedendo è un tema tabù o trova che ci sia un qualche aspetto almeno sarcastico?

L’ho accennato prima: chi vuole sa o riesce a “giocare” sul tema a me non solletica, ma nemmeno penso particolari censure: l’importante sarebbe non far gioco di squadra con chi vuol alleggerire un tema che anche per me potrebbe essere “leggero” come l’aria se fosse purificato da un passato presente, di connivenze e di abusi ormai palesi e sotto gli occhi di tutti, nei confronti di chi rappresenta la povertà dei mondi.

 

Secondo l’Istat ci sono 1 milione e 200 mila nuovi italiani: chirurghi, imprenditori, ricercatori, eppure invisibili… Si fa finta di non vederli, un alibi per non occuparsene?

Chiaro che l’inserimento degli “altri” nel “nostro” quotidiano, che il saperli normalmente attivi e parte del nostro stesso fare, può significare che prima o poi anche per chi non sa, non vuole o non può fare gruppo, magari c’è una speranza. Viva! Allora se, regole stabilite, davvero possiamo e vogliamo co-esistere, perché non cominciare prima, subito, quando, anche se con delle incertezze, c’è bisogno dello stesso amore, della stessa fiducia, della stessa dignità, della stessa potenza ed energia per farli ri-nascere nella nuova Europa, all’unisono di tutte le nazioni?

 

I nuovi italiani che vincono nello sport o eccellono nello spettacolo vengono osannati. Siamo rimasti alla Capanna dello zio Tom, lo schiavo che ci piace solo se sta al suo posto e non disturba?

Questo tema infatti mi irrita e mi fa capire che ancora una volta tutto dipende dall’idea di uomo fortunato o ancora meglio di uomo sfortunato che poi c’è l’ha fatta. Succede così anche nella malattia: gli sfortunati che vincono o sono belli o sono ricchi o sono simpatici ci fanno “capire” che la vita val la pena di essere vissuta. E quelli che non son belli, bravi, simpatici e non danno smalto al nostro mondo brillante? Cosa ci fanno capire della malattia della diversità dell’altro? Come la mettiamo? Dove li mandiamo? Come ci uniamo?

 

La letteratura, il teatro, il cinema, si sono sempre occupati di migrazioni e migranti. Gli intellettuali, gli scrittori, gli attori, che peso possono avere in questo dibattito?

Partiamo dal fatto che poeti, artisti, scrittori sono cittadini, persone e ancor prima esseri. E che quindi hanno una potenziale energia ulteriore per sentire e soprattutto per farsi sentire, se non altro come occasioni. E dico questo perché evitando il dibattito intellettuale e non, so che molti comunque pensano anche giustamente che ci sono persone di spettacolo che “sentono” meno magari di un volontario in un carcere o in una zona di guerra. So che pensare che chi di noi fa parte del mondo dell’arte abbia da dire e dare qualcosa in più non è cosa condivisa; ma per quanto riguarda me (e passando per tutti quelli che con un film, una mostra, un libro hanno raccontato la grandezza del capolavoro che potrebbe essere la giustizia, il salvare e il bene) non posso non dirmi non chiamato, non investito, non appartenente, non dentro.
Nessuno vuole sostituirsi ai nostri rappresentanti, a chi “deve” fare e se non fa è contro la legge dell’uomo; nessuno dice che i nostri eletti possono essere ricambiabili nel momento del bisogno, ma se fai letteratura, arte, musica, cinema, dimmi chi non sei per poter star fuori dalle vite altrui? Ma per fortuna il discorso sarebbe bello lungo… La voce di chi urla o non ne ha, la può o la deve scrivere chi ne ha ancora. Lo chiede la musica, quando non c’è che il suono della pena. Lo vuole la luce, quando non c’è che il buio della sofferenza inflitta.

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Credits: radici.online

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