A tre settimane dalla manifestazione a sostegno del movimento Black Lives Matter, una rete di associazioni decide di spiegare perché più che di monumenti, sarebbe il caso di parlare della legge Bossi-Fini e dei decreti sicurezza.

A tre settimane dalla manifestazione a sostegno del movimento Black Lives Matter, una rete di associazioni che spazia dal comitato milanese di Non una di meno a Il razzismo è una brutta storia ha voluto organizzare a Milano un primo incontro pubblico per parlare seriamente di cosa è stato il colonialismo italiano in Africa con alcuni esperti.

Una giornata che andasse oltre la polemica sulla moglie-bambina eritrea di Indro Montanelli e l’attacco alla statua del noto giornalista ospitata ai Giardini a lui dedicati, a Milano.

L’appuntamento era all’ingresso di via Manin dei giardini di Porta Venezia, a duecento metri dalla statua di Vito Tongiani, che nei giorni scorsi è stata presa di mira dagli attivisti. Sul prato ci si è raccolti in gruppi di non più di due-tre persone, perché va bene trovarsi un pomeriggio di fine giugno tra i milanesi che ammazzano la domenica e l’afa per parlare di decolonizzazione, ma sul distanziamento sociale non si transige.

Dal Black Lives Matter al madamato

La prima a intervenire è stata Angelica Pesarini, docente di Sociologia alla New York University di Firenze. Con tono misurato e accademico ha tolto subito di mezzo l’opinione facile con cui ci siamo misurati da che il Black Lives Matter in Italia pare ruotare intorno a una statua: «Quando si dice che non si parla di colonialismo in Italia è vero fino a un certo punto». La ricerca esiste, i ricercatori che negli anni hanno pubblicato sul tema ci sono e a scanso di equivoci Pesarini ha fatto alcuni nomi – Giulia Barrera, Barbara Sorgoni e Gianluca Gabrielli – concludendo che definire il madamato un atto di fraternizzazione sia un argomento usato a difesa di Indro Montanelli sulla quale non vale la pena soffermarsi.

Così come, ha spiegato, nemmeno affermare che il madamato, una relazione temporanea more uxorio tra un soldato e una donna nativa delle terre colonizzate chiamata madama (pratica che di fatto, spesso, copriva uno stupro) esistesse già prima dell’arrivo degli italiani in Eritrea risponde a una verità storica. Come non risponde a verità storica il fatto che in Africa “si usasse così”, se già nel 1902 il governatore dell’Eritrea mostrava tutto il suo disagio per il fatto che i coloni italiani abusassero di bambine:

C’è stato detto “però dobbiamo contestualizzare”: siamo nel 2020, possiamo guardare al passato di questo Paese e possiamo contestarlo. Abbiamo il diritto di farci delle domande, delle domande che ci fanno anche stare a disagio. Ma è essenziale farci queste domande se vogliamo avere un futuro in cui la storia ci viene raccontata e la raccontiamo degnamente.

La vera questione

Più personale il discorso fatto da Guido Tintori, ricercatore che si occupa di cittadinanza, migrazione e diritti delle minoranze. Giocando con la frase fatta “Non sono un privilegiato ma” – oltre a provocare in alcune astanti un riflesso pavloviano di disapprovazione – ha spiegato che, per quanto sia consapevole di essersi dovuto conquistare una posizione accademica partendo da un capitale sociale di famiglia pari a zero, ogni giorno osserva muovendosi nello spazio pubblico gli effetti del proprio privilegio per essere nato bianco, maschio ed etero: sui mezzi (dove nessuno presume mai che non abbia un titolo valido per viaggiare) e per la strada (dove incrocia liberamente lo sguardo altrui). Quanto alla statua di Montanelli a duecento metri, secondo Tintori non esiste che quello che lui definisce “il compasso morale” di qualcuno sia a geografie variabili.

A chiudere il pomeriggio, prima dei saluti dell’attivista Selam Tesfai e della posa simbolica di una targa, è stato il medico e attivista Andi Nganso, che ha ricordato quanto la mobilitazione in 35 città italiane del movimento Black Lives Matter abbia rischiato di essere silenziata dal cognome della statua imbrattata di rosso, quando i veri monumenti che riguardano le vite di chi protesta – ovvero le leggi in tema di immigrazione, dalla Bossi-Fini, alla Minniti-Orlando ai decreti sicurezza – sono finiti fuori dal dibattito pubblico, completamente concentrato su Montanelli e su ciò che ha fatto in Africa.

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