Lo “chef non-convenzionale” del piccolo schermo si è trasformato nell’influencer dell’impegno sociale. Ad agosto era salito a bordo della OpenArms insieme a Richard Gere e ci racconta perché le commemorazioni della strage, secondo lui, sono servite a ben poco. Infatti pochi giorni dopo c'è stato un altro naufragio di fronte alle coste di Lampedusa. E non per ironia della sorte.

Lui è lo “chef non-convenzionale” del piccolo schermo, noto al grande pubblico per programmi cult, Unti e Bisunti e Camionisti in Trattoria. Chef Rubio, (36 anni) è anche un uomo eclettico: ex giocatore di rugby, si è formato come cuoco e si è trasformato in un volto televisivo, per poi esporsi senza filtri, come influencer dell’impegno sociale. Il suo feed di Instagram parla poco di cucina e molto di degrado urbano, di inclusione, di solidarietà. Ad agosto lo chef, al secolo Gabriele Rubini, era salito a bordo della OpenArms insieme a Richard Gere, per dare sostegno ai migranti trattenuti a breve distanza da Lampedusa. A poche ore dalle commemorazioni della strage del 3 ottobre, ci spiega perché la sua presa di posizione non è solo una questione di click: «Conosco la strage attraverso i telegiornali e giornali, attraverso le immagini che sono stati trasmessi e attraverso i libri che ho letto, come L’isola del non arrivo di Marco Aime (ed. Bollati Boringhieri). Il problema del 3 ottobre è la data in sé».

Perché? Cosa non va nel 3 ottobre?

«Di 3 ottobre, di tragedie in mare ce ne sono state e ce ne saranno ancora molte. Non sono i tanti, troppi morti a doverci colpire, ma la nostra assuefazione a queste morti, alla mancanza di empatia nei confronti di tutti quelli che nel Mediterraneo hanno continuato e continueranno a scomparire. Di 3 ottobre ce ne saranno ancora molti. Quindi 3, 4 o 11 ottobre, di che stiamo a parla’?»

È contrario alle celebrazioni della strage di Lampedusa?

«Ovvio che no. Il dramma vissuto va tramandato come monito. Ma non basta. In quanti sanno che nella notte tra il 2 e 3 ottobre sono morti principalmente uomini e donne eritrei che fuggivano da una dittatura, e che i funerali ufficiali ad Agrigento furono una commemorazione fittizia, alla quale non presero parte i sopravvissuti e i familiari delle vittime, ma i rappresentanti dei servizi segreti eritrei, e del governo dal quale fuggivano, d’accordo con il governo italiano? Eddaì, queste sono le cose dovremmo non ricordare, ma imparare a memoria».

Il comitato 3 ottobre ha invitato soprattutto studenti.

«Ed è importante essere brutali, essere crudi e raccontare fatti come il naufragio di Lampedusa, che vengono omessi da libri di scuola. I ragazzi e le ragazze di oggi devono sapere: io ero alle medie quando ho iniziato a vedere le immagini della guerra del Kosovo, me la ricordo benissimo. Se non me l’avessero raccontata, oggi mi mancherebbe un pezzo di Storia recente, perché a scuola certo non me la trovavo sui libri di testo». 

La strage di Lampedusa finirà dei libri di scuola, o lo sarà il fenomeno della migrazione?

«Lampedusa è il nostro specchio, è il centro non del Mediterraneo, ma del mondo. La sua popolazione è un microcosmo, è il simbolo di quello che siamo. Se si sentono abbandonati dalle istituzioni, se mancano di empatia o se sono proprio razzisti, è perché lo siamo anche noi, sulla terraferma». 

Anche in passato, lei è stato molto duro nei confronti dei lampedusani…

«I lampedusani non esistono, sono tutti nati in Sicilia o a Pantelleria. Lampedusa era un’isola pressoché deserta, e le generazioni che si sono susseguite non sono state tutte amichevoli come poi si è voluto far credere negli eventi di gala, nei libri, nei film o nelle commemorazioni, nel patetico teatrino delle istituzioni. Non darei mai a Lampedusa lo scettro dell’accoglienza, perché non è per niente l’isola dell’accoglienza. È un’isola che va a aiutata nelle sue difficoltà perché non ha neanche un ospedale. La colpa però non è soltanto dello Stato o dell’ammirazione locale, ma anche dei lampedusani, del pescatore diventato imprenditore dimenticandosi parecchie cose fondamentali. Ci sono tanti lampedusani che meritano di essere elogiati, e tanti che si nascondono dietro le persone elogiate, prendendosi meriti che non hanno. Ho pochi dubbi che ieri sia successa la stessa cosa».

Cioè? 

«Che il 3 ottobre qualcuno si sia messo la fascia tricolore per andare a piangere sopra un simbolo, non mi rende più ottimista sul fatto che, il giorno dopo, qualcosa cambi. Non è stato così l’11 ottobre, quando c’è stata una seconda strage di siriani, soprattutto bambini. Quando queste tragedie vengono menzionate e restano tali, non c’è spazio per l’ottimismo. Il 3 ottobre diventerà un momento di festa quando e se i sopravvissuti riconosceranno che c’è stato un cambiamento positivo. Altrimenti resterà un momento nel quale quanti hanno subito una perdita si faranno forza gli uni con gli altri, ma di certo non potranno dirsi di essersi svegliati il 4 ottobre avendo ottenuto giustizia». 

Pensiamo allora ad un 4 ottobre di cambiamento. Cosa spera?

«Mi piacerebbe un 4 ottobre nel quale gran parte della popolazione italiana si svegli ravveduta della sua ignavia. Invece, a commemorazioni concluse, il 4 ottobre ognuno torna a pensare come vestirsi, cosa mangiare e cosa postare sui social. Finalmente a Lampedusa c’è un memoriale che riporta i nomi e i cognomi di tutte le 368 le vittime. In sei anni nessuna istituzione, associazione o governo ha mai ritenuto necessario ricordare quei nomi, a eccezione di un video del 2014, Asmat di Dagmawi Yymer. Ora, grazie a un privato, c’è».

Tornerà a Lampedusa?

«A Lampedusa voglio tornare perché ho tantissimi amici e amiche che voglio rivedere, ma adesso sto chiudendo dei lavori fuori dall’Italia, con il mio programma Alla ricerca del gusto perduto». 

Dal piccolo schermo ai social, lei è diventato lo chef-influencer dell’impegno sociale. La cucina aiuta a capire gli altri?

«Sfatiamo ‘sto mito. La cucina è fatta dagli uomini, gli ingredienti non bastano. Quindi se gli uomini sono colti, la cucina aiuta, se uomini sono ignoranti, la cucina non serve a un cazzo. Le persone che si mettono a disposizione degli altri sono quelle che offrono anche la loro storia e il proprio impegno. Ma c’è anche chi si riempie la bocca di cucina, e nella vita non condivide nient’altro che i propri affari. Se non ho le orecchie per ascoltare, gli occhi per vedere e la pazienza di conoscere, con la cucina non ci faccio un cazzo – di certo non mi aiuterà a conoscere un’altra popolazione o un’altra cultura. Prima bisogna sgrossarsi di dosso tante certezze e tante convinzioni». 

… ad esempio?

«Gli italiani sono fin troppo convinti di essere meglio di tanti altri, su tante, troppe cose. Il cibo è cibo, è materia organica che entra in altro essere vivente dando nutrimento. Se poi tra i due esseri viventi nutrici c’è uno scambio, allora sì, quel nutrimento porterà ad uno scambio culturale. Il resto, sono tutte cazzate». 

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