Ha senso mettere al bando le opere di Gauguin perché il pittore ha avuto rapporti con le giovani tahitiane? Non dovrebbe valere la distinzione tra artista e uomo? Ce ne parla, nel secondo episodio della rubrica di NRW "Caffè Scorretto", Davide Romano, scrittore e già assessore alla Cultura della comunità ebraica milanese.

Nell’animo umano c’è sempre stato il desiderio di scomunicare e condannare qualcuno. Fa parte del nostro essere, purtroppo. E non sarà certo lo scorrere dei secoli a mutare la nostra natura.

Una volta in Occidente il monopolio della scomunica ce l’avevano i cristiani, e andava a colpire i non allineati. Oggi la situazione si è capovolta. I cristiani sono diventati più tolleranti, ed ecco che i fanatici si sono trasferiti armi e bagagli nel campo laico. Per quanto assurdo possa sembrare, sono ora solo ed esclusivamente i cosiddetti “liberal” a lanciare nuove censure verso chi non è allineato al loro pensiero.

Ovviamente ciascuno scomunica in base ai mezzi che ha. I cristiani avevano la Chiesa che provvedeva tramite i sacerdoti. I laici hanno invece sempre avuto come luoghi di riferimento la cultura nelle sue diverse diramazioni: dai giornali alle università, passando per i musei. Ed è infatti (ovviamente) proprio da queste cattedre che partono le nuove scomuniche laiche, perpetrate dai nuovi sacerdoti, gli intellettuali (giornalisti, docenti universitari, ecc). E allora ecco che abbiamo il New York Times che propone solo qualche settimana fa di non fare più mostre su Gauguin perché era un occidentale e intratteneva rapporti con le giovanissime ragazze tahitiane. Gli stessi curatori della mostra hanno scritto:

Nessuno ha dubbi sul fatto che Gauguin abbia tratto vantaggio dalla sua posizione di occidentale privilegiato per approfittare di tutte le libertà sessuali di cui disponeva.

Segnatevi bene la parola: “occidentale”. Il “caso Gauguin” non è certo il primo negli Stati Uniti, basti pensare a come l’anno scorso la statua a Cristoforo Colombo è stata abbattuta a Los Angeles. Il motivo? era un “criminale di guerra” in odore di “colonialismo”.

Attenzione: in ogni caso passato e futuro vedrete sempre una costante, lo scomunicato deve essere sempre e soltanto occidentale e bianco. Se a praticare la pedofilia o a fare tratta di schiavi fosse un tahitiano o un arabo, allora non troverete un’oncia di indignazione in costoro. Non è il peccato che conta per costoro, ma la pelle bianca del peccatore.

Del resto, a essere coerenti, come dovremmo trattare i tanti filosofi greci che praticavano la pedofilia? Scomunichiamo anche quelli? E con essi cancelliamo le nostre radici culturali? E a proposito di radici, vogliamo parlare della Bibbia? per esempio di Paolo di Tarso che in una lettera a Timoteo scrive:

La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo.

Via anche la Bibbia? E che ne facciamo dell’Autore, cancelliamo anche quello? Eppure sono proprio queste radici greco-giudaico-cristiane ad averci dato la cultura dell’uguaglianza e della democrazia di cui godiamo.

Questa mania di scomunicare tutto della propria cultura è anch’essa una forma di razzismo (e di odio) verso se stessi. Si condanna infatti lo schiavista Colombo, ma non si dice nulla sulle decine di milioni di schiavi che esistono ancora oggi in India, Cina, Pakistan e Bangladesh. Perché? Non sono esseri umani anche gli schiavi di oggi? La risposta politicamente corretta e antioccidentale è no, no e no.

Non troverete mai i cosiddetti liberal manifestare contro la visita di un leader cinese che pratica quotidianamente la schiavitù o la deportazione di massa contro i musulmani uiguri. Mai una mostra dedicata a uno di questi Paesi sarà contestata da costoro. Se non è l’uomo bianco a fare del male, la cosa non interessa. Purtroppo questo doppiopesismo ha fatto presa sia tra i bianchi che tra i neri. Sui bianchi grazie al senso di colpa occidentale, mentre sui neri per uno spirito di comprensibile reazione alle tragedie subite.

Questi ultimi in particolare, rischiano anche di incorrere in un vittimismo che potrebbe amputare la loro stessa cultura: recentemente sono stato a Washington al museo nazionale della storia e della cultura afroamericana. Un luogo da cui si esce con le lacrime agli occhi, dopo avere visto gli orrori a cui sono stati sottoposti i neri  in America. Una lacrima però, l’ho dedicata anche al mio mito personale: Martin Luther King, purtroppo relegato in un angolo minuscolo, nonostante sia stato indubitabilmente un gigante dei suoi tempi. In questi tempi di intolleranza e scomuniche, evidentemente il reverendo che fu Nobel per la Pace non è ben visto. Troppo tollerante, troppo poco anti-occidentale e  anti-bianchi con il suo messaggio d’amore che voleva andare oltre il colore della pelle.

Purtroppo anche a sinistra c’è qualcuno che non vuole superare le differenze. Anzi, talvolta ci si nutre o ne trova un motivo di esistenza. Ma io resto con Martin Luther King, e con la tradizione giudaico-cristiana che lui stesso ha sempre rivendicato con orgoglio. Una civiltà per essere degna di tale nome, ha bisogno di aggiungere libri su libri, non di vedere strappati quelli che non piacciono.

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