Il famoso campione di basket, insieme al collega cestista Tommy Marino, ha avviato un progetto nelle baraccopoli di Kenya e Zambia, che punta al riscatto sociale attraverso corsi e partite amichevoli. Sabato 19 ottobre la sua onlus prenderà parte al seminario organizzato da AltroPallone a Milano, dedicato allo sport e ai diritti umani, di cui NRW sarà media partner.

Bruno Cerella, 33 anni, argentino con cittadinanza italiana (il nonno da parte di padre era di Pescara, la nonna dell’Aquila), giocatore del Reyer Venezia ed ex della nazionale azzurra di basket, crede che lo sport non sia solo agonismo, ma un valore di educazione e promozione sociale.

Con il cestista Tommy Marino ha fondato la onlus Slums Dunk, un progetto sviluppato in Kenya e in Zambia per coinvolgere i ragazzi delle zone più disagiate in un’esperienza di promozione sociale attraverso la pallacanestro. Slums Dunk parteciperà sabato 19 ottobre, dalle ore 14.00 alle 18.30, alla Fabbrica del Vapore di Milano al seminario su sport e diritti umani “Lo Sport in Rete” organizzato dall’associazione AltroPallone, con la media partnership di NRW.

«Cerchiamo di essere ovunque per sensibilizzare i giovani e le famiglie al valore sociale che ha lo sport. Lo sport non è solo agonismo o un gioco. È uno strumento di comunicazione di sani valori, fondamentali per la vita di ognuno», spiega Bruno Cerella.

Cerella, un cognome italiano come per molti argentini…

«I miei nonni paterni. Grazie a loro quando avevo 13 anni ho avuto anche la cittadinanza italiana. È stato un regalo che mi ha permesso, quando c’è stata l’occasione, di venire in Italia a giocare».

Lei è partito dalla serie C2 fino ad arrivare in prima divisione e ad indossare la maglia della nazionale italiana…

«Lo sport mi ha permesso di realizzare un sogno e di essere quello che sono. A un certo punto ho pensato che dovessi restituire a chi non ne aveva avute le possibilità qualcosa di quello che avevo ricevuto».

Nel 2011 inizia a pensare a Slums Dunk che si concretizzerà poi un paio di anni dopo. Già il nome è evocativo.

«Slam dunk nel basket è la schiacciata a canestro. Noi abbiamo ideato Slums dunk, storpiando slam in slums, il nome delle baraccopoli di tutto il mondo».

L’idea come nasce?

«Nel 2011 con Tommy Marino, un altro giocatore di basket, andiamo 20 giorni in Kenya dove giochiamo nelle baraccopoli. Volevamo fare del nostro sport un’esperienza di vita. Abbiamo scelto il Kenya perché la lingua inglese è molto diffusa e perché lo sport è una grande passione. Da cosa poi nasce cosa. Abbiamo cercato un’associazione sul territorio, abbiamo scelto la più piccola che c’era, per avere un punto in zona». 

Oggi siete diventati grandi.

«Abbiamo 2 Basket Academy in Kenya, 2 in Zambia, stiamo lavorando per allargarci in Argentina e vogliamo fare qualcosa anche in Italia, a Milano e dintorni, dove vogliamo coinvolgere anche giocatori extracomunitari. Nel 2014 abbiamo costruito il primo campo da basket nella baraccopoli di Mathare, a Nairobi, dove 95 mila persone – delle quali metà sotto i 18 anni – vivono in un’area di 1 chilometro e mezzo, con problemi di acqua, elettricità, servizi igienici. Ovviamente non c’erano campi da basket. Oggi nella scuola di minibasket sono coinvolti 100 ragazzi e ragazze sotto under 18, ma il progetto di life skill, di crescita nella consapevolezza delle proprie risorse e delle proprie capacità ed attitudini, coinvolge 1000 ragazzi under 15 anni in 10 scuole informali della baraccopoli».

Ragazzi e ragazze?

«Sì certo, anche nella Basket Academy, dove si insegna a giocare ma anche ad arbitrare. La cosa più importante che abbiamo visto è che il coinvolgimento dei ragazzi nello sport li tiene lontani dalla droga, dalla prostituzione, dal commettere reati molto diffusi in certe realtà. Ma va sottolineato che pure il loro rendimento scolastico è molto migliorato. Per merito sportivo 40 ragazzi hanno ottenuto una borsa di studio. Due sono in un college americano, uno è venuto in Italia. Una cosa un tempo inimmaginabile».

Quanti ragazzi sono coinvolti?

«Per ogni Basket Academy ci sono 140-150 ragazzi. I progetti di salute ed educazione sanitaria coinvolgono circa 5000 ragazzi insieme alle loro famiglie. Abbiamo progetti di cure dentarie, ginecologiche, di prevenzione dalla infezione HIV».

A parte il vostro contributo economico diretto, come vi finanziate? Avete rapporti con le istituzioni locali?

«No, nessuno. Facciamo tutto da soli grazie anche alle donazioni che ci arrivano».

Avete in progetto di espandervi anche in altri Paesi?

«Vogliamo che i nostri progetti siano solidi e concreti. Le nostre vacanze le passiamo a giocare in Kenya o in Zambia. L’anno prossimo andremo anche in Senegal. Vogliamo concentrarci su quello che stiamo facendo per farlo al meglio».

Lei ha parlato dello sport come un veicolo di trasmissione di valori sani. Succede anche nel basket, come nel calcio, che ci siano episodi di razzismo in campo?

«È successo negli Usa, nei campionati europei e pure in Italia. Episodi non così gravi come nel calcio. Ma ci sono state squadre multate per il comportamento scorretto delle loro tifoserie. Il problema è che c’è ancora gente che non ha capito che siamo tutti abitanti dello stesso pianeta».

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